Tabacco, Salute e Ambiente*

Finora abbiamo sempre considerato il tabacco come un rischio per gli individui che attivamente o passivamente ne inalano il fumo (o lo masticano). Dobbiamo oggi anche sottolineare il danno che la coltivazione e la lavorazione del tabacco comportano all’ambiente e da esso agli esseri viventi (pesticidi, inquinamento delle falde acquifere, fertilizzanti, contatto durante la lavorazione). Ciò rende urgente passare dal tabacco come minaccia del benessere individuale a quello di minaccia globale alla salute e al benessere collettivo di cui tutta la società deve conoscere ed apprezzare il pericolo e attuare una risposta decisa e globale, cominciando dall’educazione nelle scuole.
Già nel 2015 ha fatto la sua comparsa il film “The Answer, la risposta sei tu” prodotto dalla Fondazione il Sangue, Milano, per le scuole e visibile su www.fondazioneilsangue.com
“The Answer”, un film per i ragazzini di 10-14 anni, punta sui danni che le piantagioni di tabacco (con la loro necessità di intensi trattamenti con fertilizzanti e pesticidi ma anche con il consumo di terre vergini ottenute in alcuni Paesi con disboscamenti selvaggi) procurano all’ambiente e agli animali che lo popolano, vittime innocenti dell’avidità umana e della scarsa etica dei produttori.
Abbiamo cercato di lanciare ai ragazzi un messaggio indiretto. Non diciamo loro “non fumate perché vi fa male”, ma solo “sappiate che il tabacco è causa di danni all’ambiente e alla salute, ad opera di organizzazioni senza scrupoli”. Un messaggio quindi che cerca di aumentare la consapevolezza dei giovani, mostrando il modello di ragazzi come loro che contrastano il tabacco mettendo in luce i danni che comporta ed il cinismo di chi ci specula sopra.
Se divulgato nelle scuole, il film “The Answer” può costituire uno strumento didattico importante offerto agli educatori per approfondire questo tema, sia dal punto di vista documentale, che organizzando con i propri studenti progetti finalizzati a far maturare in loro il concetto di salute globale (One Health), che documenta come la salute degli umani, degli animali e dell’ambiente sia strettamente legata e non deve limitarne l’attenzione alla sola salute umana, ignorando gli altri due ambiti.
Il fumo di tabacco nuoce all’ambiente anche per un altro verso: la dispersione dei mozziconi di sigarette. Ogni anno vengono fumate oltre 3 trilioni di sigarette al mondo (per oltre 1 miliardo di fumatori di sigarette).
In Italia ogni giorno si producono 140 milioni di mozziconi di sigarette ed è purtroppo ancora diffusa consuetudine quella di gettare a terra i mozziconi.
Ciò, oltre a danneggiare il decoro urbano e il verde pubblico, comporta la dispersione nell’ambiente di materiale fortemente inquinante, composto da fibrille di plastica (derivate dai filtri) e da decine e decine di sostanze tossiche, delle quali oltre 40 cancerogene, che raggiungono le falde acquifere e il mare, entrando anche nella catena alimentare. I mozziconi sono oggi tra i più pericolosi inquinanti marini.
In assenza di interventi efficaci da parte dei decisori politici, i 7,69 milioni di morti premature/anno e i 200 milioni di anni di vita perduti ogni anno a causa del tabacco potranno solo aumentare.
La raccomandazione però è di non contare troppo sui policy-makers, ma di far capire al popolo e ai medici che l’unica strada utile è far sentire la propria voce e obbligare chi deve decidere ad agire sull’educazione, sulla prevenzione e sulla cessazione dal fumo per fermare i danni causati alla salute e all’ambiente dagli interessi legati al tabacco.

Piano d’Azione

Se è vero come è vero che il pianeta Terra è in pericolo perché il danno ambientale provocato dall’uomo ha raggiunto livelli intollerabili, e se è vero che ognuno di noi e non solo le Istituzioni preposte deve contribuire a migliorare l’ambiente con azioni concrete da intraprendere subito…
…se è vero che l’uso del tabacco a scopo ricreativo provoca consistenti danni all’ambiente oltre che alla salute dei singoli..
…noi ci siamo dati l’obiettivo di contrastare l’uso del tabacco collaborando sia a prevenirne l’iniziazione nei giovani, sia sospingendo i fumatori a smettere attraverso due iniziative:
1) redigendo e implementando la legge per la tutela dei non fumatori dal fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro [Legge 16 gennaio 2003, n. 3, art. 51 (Tutela della salute dei non fumatori)]
2) realizzando il film “The Answer, la risposta sei tu”, destinato ad offrire agli insegnanti uno strumento educativo per i giovani, che non parli loro solo del danno provocato dal fumo alla salute dei singoli, ma ne sottolinei il danno che provoca all’ambiente.
Per il prossimo futuro pensiamo sia utile aggiungere la seguente altra iniziativa:
3) costituire un forte Movimento di Opinione (Italia Senza Fumo) che sospinga le Istituzioni ad agire contro il fumo, ben consapevoli degli interessi organizzati che si oppongono a questo obiettivo e costituiti principalmente dalla grande abilità di tali interessi a proteggersi e dalle loro enormi disponibilità finanziarie Italia Senza Fumo potrebbe a mio avviso concentrare la sua azione immediata su pochi importanti temi, quali:
a) lotta alla dispersione dei mozziconi nell’ambiente
b) conversione delle colture del tabacco
in altro tipo di vantaggiosa produzione agricola. L’Italia è tra i primi produttori di tabacco in Europa e, fintanto che queste produzioni continueranno a costituire una sorgente di guadagni e di posti di lavoro, sarà molto difficile pensare che questo settore perda forza e peso politico.

Come tutti capiscono, la strada davanti a noi è in salita e l’inerzia istituzionale non ci aiuta. Come sempre però bisogna unire le forze e far sentire la voce della società civile e della salute pubblica. “E pluribus unum” deve diventare il nostro motto o, come diceva San Giovanni Paolo II “damose da fa”. Il mondo si sta svegliando e sta capendo che siamo sull’orlo del baratro: o si protegge l’ambiente o si perisce. L’Italia sta muovendosi molto bene, ha realizzato un buon Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa, e il Piano è stato approvato dall’Unione Europea, così da poter essere finanziato. Il momento quindi è favorevole alle iniziative popolari se saremo in grado di evocarle e sostenerle con convinzione e tenacia.

*Presentato il 12 ottobre, a Roma nell’ambito del Convegno e Webinar di Confagricoltura e Assoverde per la presentazione del “Libro Bianco del Verde”, nella sua prima edizione 2021.

Riferimenti bibliografici

  • GDB 2019 – Tobacco Collaboration – Solid temporal and demographic patterns in
    prevalence of smoking
    Lancet online 397, 2337 – 2360, 2021
  • Blum A, Ekc R – Tobacco control: all research no action
    Lancet online 397, 2310-11, 2021)
  • World Health Organization. Tobacco and its environmental impact: an overview.
    https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/igo, 2017.
  • Atwoli et al. Call for emergency action to limit global temperature increases, restore
    biodiversity, and protect health.
    The Lancet Regional Health – Europe (2021), https://doi.org/10.1016/j.Ianepe.2021.100220

Governance in area medica:  middle management e il Primario

Su questi importanti temi vorrei proporvi quattro riflessioni:

  1. Ruolo della Medicina Interna nei reparti di chirurgia specialistica.
    La Medicina Interna (e con essa la geriatria) non è purtroppo la piattaforma obbligatoria su cui inserire le specialità. Abbiamo così specialisti che sanno curare la malattia ma non il malato, e che si trovano in gravi difficoltà quando l’ammalato sviluppa una compromissione che esula dal loro ambito specialistico. Ciò è tanto più vero oggi con malati anziani e affetti da multimorbilità. A me sembra che ogni laureato in medicina che svolge attività clinica debba essere prima di tutto un medico olista, capace di orientarsi sul malato. La cosa riguarda a vario titolo tutti gli specialisti non internisti, ma anche parte di quelli di discipline internistiche e dei medici di medicina generale. Bisogna tornare a visitare i malati, a dialogare con loro, a compilare la cartella clinica, studiare la semeiotica, a monitorare il decorso della malattia perché la tecnologia non sostituisce che in parte queste attività, e non sempre. Chi vagheggia la sostituzione del medico con robot e strumenti informatici anche avanzati (intelligenza artificiale) dimostra di non conoscere né la medicina né la psicologia del malato. Ricordiamoci a questo proposito che la clinica è fatta di teoria e pratica, di scienza ed esperienza e che queste evolvono continuamente. È quindi necessario che il medico eserciti giornalmente e si aggiorni continuamente. I nostri metodi di formazione e aggiornamento dei medici vanno quindi ripensati e l’Università deve avere il coraggio di rinnovarsi e adeguarsi alle nuove realtà. In alternativa e nel breve tempo si potrebbe ipotizzare che il paziente chirurgico in Ospedale, nel reparto di degenza, venga gestito dall’Internista in funzione di coordinatore degli specialisti di volta in volta consultati: una sorta di hospitalist.
  2. La figura del medico in Ospedale. C’è ancora un Primario medico?
    In questi 50 anni siamo passati da una sanità dei baroni ad una sanità di sapore vagamente sovietico, che tende a limitare il naturale potere del medico che molti non vedono di buon occhio. Atteggiamento facilitato anche dalla scarsa propensione dei medici ad aggregarsi per opporsi a scelte politiche inopportune. In un’Azienda sui generis il medico del Servizio Sanitario Nazionale è diventato una risorsa produttiva, sottoposta interamente al potere politico e amministrativo. Egli è divenuto marginale nelle decisioni, non ha più poteri organizzativi e gestionali ed è tenuto a gravosi compiti burocratici. Il Primario è stato abolito e non esiste di fatto una carriera basata sul merito: il Primario e il Capo Dipartimento non possono organizzare il lavoro di Reparto, dato che il personale sanitario non medico dipende da altri vertici. La crescita professionale del personale sanitario non medico è benvenuta, ma non a condizione che il Reparto manchi dell’indispensabile riferimento di un vertice esperto responsabile del suo buon andamento clinico e organizzativo-gestionale. Si può obiettare che il medico non è preparato o disponibile per compiti amministrativo-gestionali, e ciò può essere vero, ma è anche facile proporre che il Primario possa essere coadiuvato da personale amministrativo, pur mantenendo una posizione di vertice. L’esperienza insegna che, dove mancano un vertice esperto e una linea di comando e controllo, le cose non funzionano e ancor meno funzionano se i vertici sono più di uno, se hanno conoscenze cliniche inadeguate, se sono esclusi dalla decisione negli ambiti professionali loro propri e se sono demotivati. E la demotivazione dei medici è sotto gli occhi di tutti e comporta danni al paziente che, quando sente il medico estraneo ai suoi problemi di salute, non esita a criticare aspramente l’organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale ed è pronto a intentare procedimenti legali contro di esso.
  3. Migliorerà il Servizio Sanitario Nazionale nel prossimo futuro? Grazie a quali provvedimenti?
    Alcuni di questi mi sembrano carenti o suscitano perplessità. Ad esempio:
    a) il finanziamento nei prossimi anni non mi sembra molto confortante (vedi qui di seguito Tabelle tratte dai documenti del Ministero Economia e Finanze)

b) l’attenzione alla salute pubblica, la risposta alle epidemie, la promozione della salute e la prevenzione primaria sono molto scarse
c) il medico in Ospedale e nel territorio e la sua subordinazione al potere politico e amministrativo sembrano restare come sono
d) egualitarismo demagogico, motivazione e aggiornamento, marginalità nelle scelte, assenza di carriera significativa e magri salari non vengono toccati.

  1. I rapporti tra Stato e Regioni e il Ministero della Salute.
    Il Ministero della Salute ha subito danni ingenti dalla politica dell’austerity e si è progressivamente indebolito. Ciò è grave, stante i compiti che competono al Ministero, che deve definire i principi su cui poggiare il sistema sanità e verificarne il rispetto in tutto il territorio nazionale. Ciò significa anche ad esempio definire gli standard validi per tutta la Nazione, come:
    a) quantità, qualità e costi dei LEA
    b) standard per Case di Comunità e POT circa requisiti, compiti e funzioni
    c) potenziamento della Medicina territoriale e dei Medici di Medicina Generale. A mio avviso, ad esempio, non è necessario che tutti i medici territoriali diventino dipendenti. Possono operare come convenzionati nel loro studio, purchè ben coordinati con la Casa di Comunità. Penso che quest’ultima debba invece essere affidata a medici dipendenti, con assicurata una carriera legata al merito. Le Regioni diranno dove utilizzare i medici convenzionati, meglio se tra loro aggregati.
    E’ importante però che tutti i medici abbiano la possibilità di essere motivati, formati e aggiornati con il CPD (Continuous Professional Development). Il medico scontento non è efficace ed il malato ne paga le spese. Purtroppo di tutto ciò non si vede traccia nei programmi futuri.

Purtroppo le lacune sono molte e, come spesso accade in Italia, le cose cambiano nella realtà sulla spinta di forze politiche, sindacali o altre anche senza specifiche leggi. Le Regioni hanno occupato molti spazi rimasti liberi o non ben definiti e oggi premono per l’”autonomia differenziata” ex art. 116, comma 3 Cost., che consentirebbe alle Regioni la “tutela della salute” con esclusione quasi totale del Governo centrale dalla sanità. La conseguenza più vistosa sarebbe l’ufficializzazione di 19+2 sistemi regionali diversi e l’automatico sovvertimento della legge 833/1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Aggiungo che cadrebbero anche i contratti collettivi di lavoro, e questo forse non è un male ma un modo di spingere i Sindacati a visioni più moderne e liberali. Ne discenderebbero differenti trattamenti dei cittadini e del personale sanitario con diseguaglianze di valenza etica e costituzionale. Non so se questa strada sia auspicabile, ma mi sembra che l’impegno di alcune Regioni per l’autonomia differenziata sia molto insistente.

Quale ospedale per il futuro

Ripensare l’Ospedale è un esercizio necessario, data l’evoluzione delle conoscenze, delle esperienze e delle caratteristiche demografiche, sanitarie, sociali ed economiche della nostra popolazione, verificatesi in questo ultimo quarto di secolo. Vorrei iniziare questo esercizio concentrandomi sulle aspettative 1) dei pazienti, 2) del personale medico, sanitario non-medico, non-sanitario che vi lavora, 3) sulla governance locale e regionale, in ordine decrescente di importanza.


1) Le aspettative dei pazienti dovrebbero essere la priorità di ogni servizio pubblico e quindi anche della sanità, che peraltro deve assicurare cure efficaci ed appropriate nonché misure di salute pubblica e di prevenzione primaria e secondaria. Dall’Ospedale il paziente si attende un accesso rapido e assistenza esperta e rispettosa, sia che si tratti di Presidi Ospedalieri del Territorio (POT) a bassa intensità di cura, sia che si tratti di Ospedali per acuti di riferimento, dotati di ogni moderno mezzo tecnico e umano per attuare diagnosi e cure. Tutto questo peraltro senza costi per il paziente e senza discriminazioni, nello spirito pieno del Servizio Sanitario Nazionale. Purtroppo oggi non è così e lo spirito originario del Servizio Sanitario Nazionale si è appannato: le cause sono molteplici e sono ben note. Un esperto di qualità suggerisce che qualche medico responsabile di gestione dovrebbe affiancare di tanto in tanto un paziente che si presenta per avere una prestazione in Ospedale e seguirne il percorso, così da capire bene quali sono le difficoltà che il paziente incontra e risolverle con azioni correttive, e concludeva dicendo che non si ha idea di quali e quante siano le sofferenze che si potrebbero evitare al paziente, siano esse fisiche, ma soprattutto psicologiche, data la sua condizione di smarrimento, solitudine e paura che prova al suo approccio con l’Ospedale, colpito da una malattia di cui non capisce la gravità e immerso improvvisamente in un mondo che non conosce. Molti Ospedali non si rendono conto che la freddezza verso il paziente è quanto di peggio gli si può procurare, e che ogni persona malata è fragile e impaurita. Il medico o l’infermiere capaci di ascoltare e parlare amichevolmente al malato sono per lui una ancora cui aggrapparsi per poter capire e sperare di più.

2) Il personale medico ospedaliero è spesso demotivato perché opera in una organizzazione che non lo vede in una posizione di preminenza, ma anzi marginale, sia nella decisione che nell’attività professionale. L’Ospedale non è governato dai medici, ma da un Direttore Generale monocratico nominato dalla Regione, che poco o nulla ha a che fare con la medicina e il cui compito principale è far quadrare i bilanci. La cura è quindi rivolta all’aspetto economico più che a quello sanitario e clinico. I medici sono fattori produttivi con poca voce in capitolo e ricevono disposizioni decise da altri. Essi sono sottopagati e sono stati poco a poco privati di ogni potere decisionale. Prima sono state abolite le gerarchie, poi il potere di organizzare il Reparto e il Dipartimento. Il Primario (oggi Dirigente di Struttura Complessa) non ha la possibilità di decidere quale personale avere in Reparto, né come organizzare il lavoro. Il personale infermieristico dipende infatti da altra figura professionale, e così pure quello tecnico e amministrativo del Reparto. Difficile in queste condizioni sentirsi responsabili del Reparto o parlare di team work o costruire una scuola ed educare i giovani medici o praticare il CPD (Continuous Professional Development) per tutti i sanitari. Ovviamente tutto questo è frutto di orientamenti politici e sindacali che hanno prevalso negli anni passati e ai quali i medici non hanno saputo dimostrare quali rischi e danni sarebbero scaturiti. Hanno prevalso gli slogan (i Baroni della medicina!) sul buon senso e sull’importanza di una visione medica anziché corporativa e dannosa per la medicina clinica. L’Ospedale pubblico, inoltre, non ha mai realizzato una moderna politica del personale e notoriamente la Pubblica Amministrazione non ha mai premiato il merito, con il risultato che oggi per il medico (ma anche per il restante personale) non esiste una carriera da scalare; viene meno così un potente stimolo a far bene, a migliorarsi, a studiare e lavorare. Un terzo elemento demotivante è la mancanza di un sistema di aggiornamento dei medici, intendendo l’aggiornamento nel modo più ampio di CPD, cioè di un processo continuo di sviluppo umano e professionale e di apprendimento teorico, ma soprattutto pratico (on job) che sappia dare al professionista la consapevolezza del suo valore, la dignità e la soddisfazione di essere qualcuno apprezzato dai pari, dai malati, dalla famiglia e dagli amici. L’ECM si è ridotta a iniziative (corsi e congressi) spesso più utili agli organizzatori più che ai partecipanti e più spesso ridotta ad inutili accumuli di attestati di partecipazione rilasciati senza verifiche. Oggi questa demotivazione dei medici è diventata un serio rischio per loro stessi e per i pazienti. Ricordiamoci che “Make the doctor happy”, imperativo categorico di alcuni Ospedali americani, non sono parole vuote, ma tassativi obiettivi di qualità, e che la soddisfazione dei medici è un indicatore di qualità giacchè è ben noto che un medico soddisfatto è uno dei requisiti necessari a curare bene i pazienti.
Tutti questi concetti sono peraltro ignoti all’Ospedale pubblico italiano, il cui successo è interamente affidato all’entusiasmo e alla dedizione di alcuni medici italiani che riescono a raggiungere risultati eccellenti, malgrado un sistema sanitario che certo non li sostiene né li facilita.
Per compensare la misera retribuzione che gli Ospedali (pubblici e privati) offrono ai medici, viene loro concesso di esercitare la libera professione intramoenia, con la quale il paziente paga di tasca propria la prestazione a fronte della possibilità di scegliere da chi farsi curare e di saltare le liste di attesa. Una quota di questo importo va al medico ed una quota altrettanto consistente viene trattenuta dall’Amministrazione ospedaliera come “rimborso spese”. Credo che poche altre cose come l’intramoenia siano inique nei confronti dei pazienti, dei medici e del Servizio Sanitario Nazionale. Il paziente infatti ha già pagato la prestazione con le tasse ed è costretto a pagare una seconda volta per l’incapacità del sistema di correggere le sue inefficienze. Chi non ha mezzi, ovviamente, non può permettersi di pagare l’intramoenia e quindi deve subire queste inefficienze anche con conseguenze gravi sulla propria salute. L’Ospedale inoltre incassa considerevoli somme da questa sorgente e può quindi continuare tranquillamente a non correggere i suoi difetti di gestione. Chi vede passare avanti a sé un altro paziente perché può pagare, si indigna, ma ciò poco conta perché il rispetto dei principi e il rispetto dei malati non sono una priorità di questo nostro Servizio Sanitario Nazionale, che ormai è molto diverso da quello disegnato dalla legge 23/12/1978. Questo nostro Servizio Sanitario Nazionale odierno è il frutto di sciagurate scelte della politica e dei soliti slogan: tutti ricordiamo che veniva continuamente ripetuto che i medici usano l’Ospedale per portare i pazienti nel loro studio. Oggi il rimedio demagogico dell’intramoenia è un vero tradimento dei principi di universalismo e non discriminazione.

3) La governance degli Ospedali (e delle ASL) è l’ultimo e più doloroso aspetto che devo commentare. Molti in Italia non considerano che la nostra non è una Repubblica Federale, ma uno Stato basato su un centro politico e tecnico che ha delegato alcune funzioni alle Regioni, organismi territoriali dotati di funzioni tecniche e politiche. Nel tempo le Regioni hanno acquistato potere in alcuni ambiti (inclusa la sanità) sia a causa della modifica costituzionale del 2001, sia per una debolezza crescente dello Stato centrale, cosicchè oggi alcune di esse pretendono “autonomia” più ampia di quella che hanno. Purtroppo questo desiderio di autonomia ha indotto molte Regioni a legiferare, disegnando un Servizio Sanitario Regionale diverso da Regione a Regione e diverso da quello disegnato dal Parlamento e dal Governo Centrale. Ci siamo così trovati di fronte a “20 Servizi Sanitari Regionali” che configurano diseguaglianze in termini di assistenza sanitaria e difficoltà a volte notevoli per i pazienti. Diseguaglianze intollerabili che contraddicono la Costituzione e sostengono ancora oggi una migrazione sanitaria dei pazienti verso le Regioni più dotate e avanzate, con disagi e sofferenze notevoli. La cosa peggiore però è che tutte le Regioni hanno sviluppato quello che De Rita ha chiamato un “neo-centralismo regionale” che ha replicato il tanto criticato centralismo romano e spesso lo ha superato. Esse infatti non si limitano in sanità ad esercitare la funzione istituzionale di indirizzo tecnico-politico e controllo, ma entrano nel merito della gestione minuta di ASL e Ospedali, esautorandoli di fatto da ogni autonomia attraverso la nomina di Direttori Generai monocratici, che rispondono in tutto e per tutto a chi li ha nominati, e la cui nomina non è sempre basata sul merito, ma sull’appartenenza politica. A cascata, poi, vengono con analoghi criteri le nomine del personale ospedaliero e l’assegnazione di incarichi ed appalti. Ed ecco allora che comprendiamo come mai riforme su riforme non siano riuscite a migliorare i servizi sanitari ai pazienti, abbiano demotivato il personale, non abbiano corretto alcuna delle inefficienze che vediamo nella sanità.
Oggi sappiamo bene come potremmo migliorare i servizi sanitari dal Paese, ma credo improbabile un vero cambiamento finchè la sanità sarà oggetto dell’invadenza politica e preda di slogan demagogici, entrambi nefasti e incontrastati per la incapacità dei medici di alzare la voce e di coinvolgere l’opinione pubblica e i malati in un’opera di risanamento del nostro originale Servizio Sanitario Nazionale.

PROPOSTA

Se la realtà è quella che ho più sopra sintetizzato, quale Ospedale dobbiamo proporre? Innanzi tutto è necessario che la Regione faccia un Piano ospedaliero e definisca ove collocare i POT e gli Ospedali di riferimento (cosiddetti Hub), inclusi gli Ospedali di insegnamento e gli Ospedali di ricerca clinica (IRCCS). E’ inoltre necessario che la Regione definisca anche il ruolo degli Ospedali privati accreditati con i relativi diritti e doveri.
Il Piano Ospedaliero della Regione deve basarsi prevalentemente su Ospedali pubblici (sia POT che Hub) in numero sufficiente a soddisfare le necessità della popolazione dell’area servita, aumentata di un 10-20% per assorbire eventuali necessità future. Di questa popolazione bisogna ovviamente conoscere il numero e l’epidemiologia, nonché i flussi preferenziali, i trasporti e la viabilità locale ed altre utili caratteristiche. In questo Piano non possono rientrare le grandi emergenze come le epidemie, giacchè queste vanno assorbite prevalentemente da strutture mobili e precarie che sono più proprie delle Forze Armate e della Protezione Civile, cui deve essere delegato in gran parte il compito di far fronte. Per quanto concerne l’urgenza-emergenza ordinaria, peraltro, i DEA Ospedalieri non devono essere la prima opzione del malato, che deve trovare nel territorio il primo punto di accoglienza per la maggior parte delle sue necessità urgenti (Pronto Soccorso dei POT, Walk-in Centres nei grossi centri abitati).
Quando ritenuto utile, la Regione può ricorrere a strutture private, accreditandone singoli Reparti o servizi e con funzioni integrative più che sostitutive. Ciò per rendere l’accreditamento temporaneo e non trovarsi nell’obbligo di rendere definitiva la concessione. Allo stesso fine, le strutture private dovrebbero sempre rappresentare una minoranza rispetto a quelle pubbliche, sulle quali si dovrebbe idealmente basare tutto il Servizio Sanitario Nazionale nello spirito della legge 833/1978.
La Regione infine dovrebbe prevedere e attuare un Piano di controlli sistematici annuali sulle strutture sia pubbliche che private, basato su ispezioni di funzionari esperti, per valutare la qualità dei servizi e degli esiti nonché la correttezza amministrativa e la legalità degli atti e delle azioni.
E’ quindi urgente che il Ministero della Salute definisca gli standard di questi diversi Ospedali così da evitare difformità e confusione terminologica. Di tutto questo ho scritto più volte, se qualcuno è interessato ad approfondire (girolamosirchia.org). Anche le connessioni tra queste diverse strutture e i relativi compiti appartengono a questi standard e vanno definite al più presto, così come i rapporti tra POT e strutture territoriali (Case della Salute, RSA, altre residenze collettive); tra queste è importante definire quelle deputate ad assorbire parte delle urgenze nel territorio per evitare afflussi troppo elevati e inappropriati al Pronto Soccorso ospedaliero. Questi flussi e relative strutture devono essere pensati in un apposito Piano Regionale per l’urgenza ed emergenza.
Una volta inquadrato il sistema, ritengo che il POT debba rappresentare un punto di riferimento locale a disposizione dei Medici di Medicina Generale per ricoveri a bassa intensità di cura, specie persone anziane con problemi non complessi o dimessi precocemente da Ospedali di riferimento. Il POT può utilmente convivere in strutture che ospitano anche Case della Salute e Guardia Medica Territoriale (inclusi i cosiddetti Walk-in Centres), così da rappresentare un luogo attrezzato per offrire ininterrottamente assistenza sanitaria alla comunità locale. Per il personale di queste strutture devono essere costruite una carriera e opportunità simili a quelle degli Ospedali più complessi, così da attrarre il personale più meritevole e aggiornato, che altrimenti difficilmente potrà scegliere strutture territoriali anziché Ospedali di riferimento per il proprio lavoro. Gli Ospedali complessi richiedono forse cambiamenti più radicali, specie se pubblici. Innanzi tutto va abbandonato il concetto di Azienda Sanitaria, gestita in modo monocratico da personale di estrazione non medica per meriti e appartenenza politica. Sarebbe ottimale se le nomine fossero affidate ad un Ente tecnico indipendente, su un curriculum vitae del merito, ma è assai improbabile che ciò possa accadere. Forse si potrebbe iniziare nominando i dirigenti per periodi più lunghi che scavallano il mandato dei politici al potere e da una commissione politica che veda rappresentate tutte le forze politiche e rappresentanze dei pazienti, dei medici e delle associazioni di consumatori. Se il mandato dei dirigenti si allunga, saranno necessarie verifiche periodiche di riconferma, basate sui risultati conseguiti e sui PROMS dei pazienti (e dei colleghi di lavoro).
Una volta archiviata la terminologia di tipo aziendale e sanate le nomine, bisognerà riaffermare il preminente ruolo dei medici, cui vanno riconosciuti ruolo, carriera, motivazione, aggiornamento e rispetto. Ciò è più facile se l’Ospedale è incardinato su Dipartimenti, ossia aree mediche che si occupano della patologia di un organo o sistema e dei servizi ad essi collegati, retti da un Consiglio di Dipartimento e relativo Capo Dipartimento, il più possibile autonomi. Essi potrebbero negoziare con l’Amministrazione Centrale un budget di quantità e qualità ed essere liberi di organizzarsi nel modo a loro più consono in termini di personale, attrezzature, collegamenti, ordinando la spesa liberamente all’interno del proprio budget, ma rispondendo in pieno del proprio operato e sottoponendosi a tutti i controlli che l’Amministrazione Centrale può instaurare per legge (controllo di gestione, di qualità, ecc.). In tal modo la clinica può prevalere sulle mansioni amministrative, pur rispettandole e può emergere il merito e il valore della medicina così come auspicato da medici e pazienti. Anche sui Dipartimenti ho scritto in passato sul mio blog girolamosirchia.org. Sarebbe utile iniziare il cambiamento con una sperimentazione limitata, applicando anche alla organizzazione e alla gestione i criteri della ricerca scientifica e della sperimentazione, che vengono utilizzati per la ricerca biomedica.
In un regime liberale intelligente e previdente, meno oppresso da politica e burocrazia, tutto può funzionare meglio e progredire rapidamente, lasciando alle spalle errori e iniquità che tanto nuociono alla salute dei malati e alla dignità dei medici.

La storia addomesticata

La storia ufficiale italiana post-bellica è ricca di retorica e di slogan propagandistici, ma poco storica. Faccio solo alcuni esempi:

1) “La Repubblica italiana è nata dalla resistenza”. La Repubblica è nata dalla sconfitta dei nazi-fascisti ad opera degli Alleati, che ha consentito agli Italiani di istituire un Governo provvisorio anti-fascista e di effettuare un Referendum per porre fine alla dinastia sabauda e alla serie di errori da essa effettuati.

2) “Gli Alleati hanno liberato l’Italia”. Gli Alleati hanno aperto nel 1943 un fronte meridionale in Italia per alleggerire la pressione sul fronte occidentale e su quello orientale che trovavano non poche difficoltà ad avanzare verso la Germania. Ne sono prove non solo le ripetute istanze di Stalin, ma anche il lungo tempo che gli Anglo-Americani hanno impiegato a risalire l’Italia, nonché la diffidenza e la scarsa considerazione che essi hanno manifestato verso gli Italiani. Il fronte italiano è servito a tener impegnati i Tedeschi su un fronte meridionale che li costringeva ad impegnare risorse aggiuntive. L’Italia è stata devastata dagli Anglo-Americani con bombardamenti a tappeto sulle nostre città e l’Italia interessava come nazione strategica in funzione anti-sovietica e nazione a controllo alleato.

3) “La dittatura fascista e quella nazista sono state dittature della Destra, mentre il comunismo è stato un Governo autoritario della Sinistra”. Le due forme invece sono comparabili, ma la damnatio memoriae si applica alla prima ma non alla seconda.
Tutte e tre le dittature hanno una natura socialista e hanno generato esecuzioni e morti in misura sovrapponibile, se non addirittura superiori nell’URSS e nei Paesi satelliti.

4) “La nostra Costituzione è tra le più belle del mondo”. La nostra Costituzione ha rappresentato un compromesso tra i comunisti (che vagheggiavano uno Stato simile a quello sovietico) e i Liberali che con altre forze moderate e con i Cattolici si ispiravano ad uno Stato democratico. Il compromesso è riuscito solo in parte e le zone grigie sono molteplici, tanto da ispirare il giudice costituzionale Luigi Mazzella a intitolare un suo libro come “Debole di costituzione”: Dato che gli interessi contrapposti degli schieramenti politici non trovavano soluzione, e dato che le loro contrapposte posizioni ideologiche non erano e non sono conciliabili, i costituenti hanno disegnato uno Stato che si preoccupava di distribuire il potere e di smontare quello fascista, senza preoccuparsi delle conseguenze di alcune scelte pasticciate. Alcuni premevano per una Repubblica Federale (e tra questi don Sturzo che non faceva parte della Costituente, ma la influenzava pesantemente), altri non erano convinti di questa scelta. Si giunse così ad una specie di decentramento non solo amministrativo, ma anche politico, per tre ambiti soltanto: assistenza sanitaria, scuola e polizia locale. Sono così nate in Italia le Regioni, senza che vi fosse ragione storica per questa decisione: le Regioni hanno poi forzato la mano nei confronti di uno Stato Centrale indebolito da continui attacchi ideologici e tagli di risorse e oggi giacciono di fronte alla Corte Costituzionale diverse centinaia di ricorsi generati da un continuo contenzioso, che vergognosamente è continuato anche quando l’epidemia di Covid-19 ha messo a serio rischio la salute pubblica. Siamo così giunti da una lato alla paralisi di alcuni settori, al disordine anarcoide di altri, a iniquità e diversità intollerabili che mettono a rischio l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e generano sperequazioni gravi. La politica senza scrupoli e senza visioni ha fatto il resto portando oggi la sanità italiana, le Forze dell’Ordine e la scuola ad un livello così basso da richiedere una riforma urgente. Ricordiamoci quale pericolo abbiamo corso e quante sofferenze abbiamo generato a causa di un Governo incapace di organizzare e gestire una campagna vaccinale e, ancor prima, un piano di risposta al rischio epidemico, con oscuri episodi di poca chiarezza.

Voglio anche ricordare che la sovranità del popolo è in continuo declino: il popolo è stretto tra un sistema elettorale proporzionale (che consente compromessi indecorosi tra i tanti partiti e partitini) e Referendum che possono essere solo abrogativi e consultivi e devono essere ammissibili in base al giudizio della Corte Costituzionale, e molto difficilmente riescono a cambiare le cose. L’Italia è di fatto bloccata e sono molti coloro che oggi hanno capito che il voto dei cittadini alle elezioni politiche riesce a spostare ben poco le cose e le infinite magagne del nostro Paese, sempre più preda di consorterie e di interessi di varia natura, ma tutti lontani dal bene comune, dalla giustizia e dall’equità socio-economica.

Riflessioni su medicina e sanità in Italia in tempo di Covid 19*

Se esaminiamo come sono cambiate la medicina e la sanità nel passati 50 anni restiamo colpiti dalle trasformazioni che si sono verificate. In particolare la tecnologia ha raggiunto traguardi impensabili e ci offre oggi possibilità di diagnosi e cura enormemente maggiori che in passato.
Non tutti i cambiamenti si sono però tradotti in miglioramenti e io vorrei discutere con voi di alcune gravi lacune che si sono manifestate e che meriterebbero a mio avviso correzioni radicali.

  1. La medicina interna (e con essa la pediatria e la geriatria) non è purtroppo la piattaforma obbligatoria su cui inserire le specialità. Abbiamo così specialisti che sanno curare la malattia ma non il malato, e che si trovano in gravi difficoltà quando l’ammalato sviluppa una compromissione che esula dal loro ambito specialistico. Ciò è tanto più vero oggi con malati anziani e affetti da multimorbilità. A me sembra che ogni laureato in medicina che svolge attività clinica debba essere prima di tutto un medico olista, capace di orientarsi sul malato. La cosa riguarda a vario titolo tutti gli specialisti non internisti ma anche parte di quelli di discipline internistiche e dei medici di medicina generale. Bisogna tornare a visitare i malati, a compilare la cartella clinica, studiare la semeiotica, a monitorare il decorso della malattia perché la tecnologia non sostituisce che in parte queste attività, e non sempre. Chi vagheggia la sostituzione del medico con strumenti informatici anche avanzati (intelligenza artificiale) dimostra di non conoscere né la medicina né la psicologia del malato. Ricordiamoci a questo proposito che la clinica è fatta di teoria e pratica, di scienza ed esperienza e che queste evolvono continuamente. È quindi necessario che il medico eserciti giornalmente e si aggiorni continuamente. I nostri metodi di formazione e aggiornamento dei medici vanno quindi ripensati e l’Università deve avere il coraggio di rinnovarsi e adeguarsi alle nuove realtà.
  2. Un secondo aspetto che mi preme discutere è di tipo organizzativo e gestionale. In questi 50 anni siamo passati da una sanità dei baroni ad una sanità di sapore vagamente sovietico, che tende a limitare il naturale potere del medico che molti non vedono di buon occhio. Atteggiamento facilitato anche dalla scarsa propensione dei medici ad aggregarsi per opporsi a scelte politiche inopportune. Il medico del servizio sanitario nazionale è diventato una risorsa produttiva sottoposta interamente al potere politico e amministrativo. Egli è divenuto marginale nelle decisioni, non ha più poteri organizzativi e gestionali ed è tenuto a gravosi compiti burocratici. Il primario è stato abolito e non esiste di fatto una carriera basata sul merito: il primario e il capo dipartimento non possono organizzare il lavoro di reparto dato che il personale sanitario non medico dipende da altri vertici. La crescita professionale del personale sanitario non medico è benvenuta ma non a condizione che il reparto non abbia riferimenti di vertice responsabili del suo buon andamento. Si può obiettare che il medico non è preparato o disponibile per compiti amministrativo-gestonali, e ciò può essere vero, ma è anche facile proporre che il primario possa essere coadiuvato da personale amministrativo pur mantenendo una posizione di vertice. L’esperienza insegna che dove mancano un vertice e una linea di comando le cose non funzionano e ancor meno funzionano se i vertici sono più di uno, se hanno conoscenze cliniche inadeguate, se sono esclusi dalla decisione negli ambiti loro propri e se sono demotivati. E la demotivazione dei medici è sotto gli occhi di tutti.
    Ci siamo trovati addirittura senza un numero sufficiente di laureati in medicina e di specialisti sia in ospedale sia sul territorio. La demotivazione del medico comporta danni al paziente che lo sente estraneo ai suoi problemi di salute, non esita a criticare aspramente l’organizzazione del servizio sanitario nazionale ed è pronto a intentare procedimenti legali contro di esso.

In conclusione abbiamo necessità di rivedere alcuni aspetti del servizio sanitario nazionale e in particolare:
a) Formazione del clinico, teorica e pratica, basata su una piattaforma di medicina interna.
b) Eccessiva ingerenza della politica e dei manager ad essa legati. Il conflitto fra medici e manager si osserva non solo in Italia ed è rilevante specie se questi ultimi si preoccupano degli aspetti economici più che delle necessità dei malati.
c) Ruolo del medico, sua autonomia professionale e possibilità di carriera nell’ambito del servizio sanitario nazionale.
d) Aggiornamento e motivazione continua dei medici.
e) Responsabilità esclusiva del primario nell’organizzazione del reparto.

La recente esperienza del Covid 19 ha messo in luce pregi e difetti del nostro servizio sanitario nazionale e abbiamo pagato care molte scelte del passato, come quella di sottofinanziare la sanita, di non investire sufficienti risorse nella promozione della salute e nella prevenzione, così come nell’aggiornamento e nella motivazione del personale, di riservare una scarsa considerazione alla medicina territoriale.
Servirebbe quindi ora di formulare un piano di rinnovamento che si concentri su questi obiettivi strategici e che preveda tempi medio-lunghi per eseguire prove di fattibilità e preparare il personale sanitario. Piano di rinnovamento che non può prescindere dalla conoscenza dei problemi e dalla volontà politica di cambiare. In altri termini, una strada in salita difficile da immaginare in un Paese dilaniato da lotte di potere ed interessi. I medici hanno scarso potere decisionale ma penso abbiano il dovere di far capire alla nazione quali linee di rinnovamento è necessario adottare se si vogliono una medicina e una sanità efficienti e moderne che soddisfino le attese della popolazione. Nessuno deve poter dire che i medici sono stati incapaci di formulare proposte concrete ma hanno avanzato solo rivendicazioni corporative e sindacali, come si sente dire in alcuni ambiti della politica a discolpa di coloro che hanno varato ripetute quanto inefficaci e improvvisate ‘riforme sanitarie’ e “riforme delle riforme”.

*Presentato al 26° Congresso Nazionale FADOI.
Firenze, 2-4 ottobre 2021