Una sanità anche per gli anziani

Nel 1950 gli Italiani erano poco più di 45 milioni con un’aspettativa di vita alla nascita (cioè il numero di anni che una persona alla nascita si stima possa vivere mediamente) di circa 65 anni, e le persone con età di 80 e più anni costituivano un’eccezione (Dati ISTAT).
Attualmente in Italia siamo circa 60 milioni di abitanti e la nostra aspettativa di vita alla nascita è di circa 80 anni. Oggi il 22,6% degli Italiani ha 65 o più anni di età, ma l’organizzazione della nostra società è rimasta quella del secolo scorso, ossia quella di una società che non ha posto per gli anziani, i quali dopo la pensione (ossia a 65 anni) escono di scena in quanto divenuti “foglie morte”. Ma questa impostazione si è dimostrata errata per almeno due motivi:

1) l’esclusione dalla vita attiva accelera il decadimento fisico e mentale e genera grandi costi socio-sanitari ed umani;
2) se l’anziano continua a mantenersi attivo e rimane al lavoro (magari con mansioni meno gravose) genera ricchezza di cui tutta la società si avvantaggia.

Ecco perché bisogna cambiare paradigma e creare per gli anziani le condizioni perché si mantengano attivi, sani e produttivi.
Per quanto concerne la protezione della salute, bisogna innanzi tutto ricordare che le persone anziane soffrono principalmente di patologie croniche, che sono per lo più molteplici e spesso causate o aggravate da abitudini di vita non salutari (alimentazione inappropriata con eccessivo peso corporeo, fumo, scarsa attività muscolare). Ciò non significa che gli anziani non possano incorrere in episodi di patologia acuta, ma questa evenienza non è quella preminente e non è quindi la principale causa dei loro frequenti ricorsi alle strutture sanitarie. Per lo stesso motivo si evince che l’Ospedale per acuti non è la struttura cui gli anziani si debbano rivolgere nella gran parte dei casi. Per loro è più frequente l’indicazione a rivolgersi al medico di base e alle strutture di medicina primaria del territorio (specie Case della Salute, Ospedali di prossimità a bassa intensità di cura, Residenze Sanitarie Assistenziali, Residenze protette, Ambulatori, Centri di riabilitazione, vigilanza e cure domiciliari). Per gli anziani quindi più che per altri è necessaria una sanità territoriale ben organizzata, accessibile con facilità e vicina a casa, meglio se corredata di strumentazioni diagnostiche e telemedicina.
Nei casi in cui è necessario il ricovero nell’Ospedale per acuti, peraltro, questo va attrezzato per gli anziani in modo diverso dall’attuale. L’anziano ha necessità innanzi tutto di un’assistenza geriatrica, che tenga conto della sua fragilità fisica e psichica, cui compete la gestione olistica del malato con l’intervento di altri specialisti che si rendano necessari. Anche il personale infermieristico va formato per l’assistenza geriatrica, e quindi specializzato. Oggi nei nostri Ospedali tutto questo manca e il trattamento degli anziani è spesso inadeguato. Più in generale, le infezioni ospedaliere sono un problema che va affrontato con la massima priorità; esso riconosce spesso come causa un uso inappropriato di antibiotici e una insufficiente pulizia. Bisogna, a mio avviso, cessare da subito il ricorso a cooperative di infermieri e altro personale esterno di assistenza o di servizio, che vengono ingaggiati per evitare di assumere personale in una logica di riduzione della spesa e delle difficoltà sindacali; logica che ha visto il progressivo decadimento dei servizi ospedalieri. La prevalenza degli interessi economici ed organizzativi su quelli sanitari è purtroppo alla base di molte difficoltà degli Ospedali e di tutta la sanità italiana.
Negli anziani, e più in generale per tutta la popolazione, è necessario prevenire le complicanze legate all’invecchiamento con interventi sistematici di promozione della salute e di diagnosi precoce. La promozione della salute implica il coinvolgimento culturale di tutta la società a cominciare dalla scuola e significa “sospingere” i cittadini ad adottare stili di vita salutari, abbandonando quelli che contribuiscono a determinare o aggravare le patologie più significative, cominciando dal fumo di tabacco, alcol, eccesso alimentare, sedentarietà. Si tratta di un’operazione di Nudging (o spinta gentile) che va affrontata con una strategia di lungo periodo e di paziente azione moderata, continua e progressiva, con l’aiuto di tutta la società e anche con un impegno non indifferente, ma questo è l’unico modo per evitare che le persone, gli animali e l’ambiente degradino al punto di rendere inospitale e nemico il pianeta. Anche la diagnosi precoce va potenziata in quanto è noto che più precoce è la diagnosi, tanto più efficace ed economica risulta la cura. Questo è stato ampiamente dimostrato per alcuni tumori, ma anche per altri tipi di patologie, quali tipicamente il diabete di tipo 2. Oggi questo dismetabolismo interessa oltre il 5% degli italiani, inizia in modo clinicamente inapparente, ma lasciato a sé si aggrava e si complica in modo temibile, interessando organi e apparati vitali come il cardiovascolare e il rene. L’esperienza del metodo “Screen and Treat” (iniziata con il Finrisk da oltre un decennio), nel quale somministrando un semplice questionario si ha una buona probabilità di individuare i soggetti più a rischio di essere affetti dal dismetabolismo, e l’evidenza che un precoce programma di corretta alimentazione e attività motoria è in grado di correggere tale dismetabolismo ripristinando in circa metà dei casi lo stato di normalità, sono molto convincenti e dovrebbero indurre la sanità a considerare seriamente non solo la cura delle malattie conclamate, ma anche la loro prevenzione in tutte le sue forme, specie quelle qui illustrate, caratterizzate da un costo molto basso.
Anche la spesa sanitaria se ne gioverebbe giacchè è noto che la prevenzione è l’ambito che ha il più alto ritorno sull’investimento in sanità. Questo cambio di paradigma, che trasforma in parte la medicina da “risposta alla malattia conclamata” a “prevenzione della malattia o riduzione della sua progressione” esige una forte leadership nazionale e chiare idee strategiche da parte dei decisori politici, ma anche un investimento per far crescere la conoscenza e la consapevolezza della popolazione. Senza la convinta partecipazione dei cittadini, infatti, nessuna riforma sanitaria va a buon fine, come abbiamo potuto vedere in anni di riforme sanitarie di scarso successo. Si tratta di modificazioni delicate, che richiedono tempi lunghi e interventi studiati, sperimentati e ben realizzati.
Questo percorso di innovazione esige da subito il potenziamento delle cure territoriali oltre a quelle ospedaliere. Innanzi tutto dei medici di base, che devono avere più tempo per l’incontro con i pazienti e meno adempimenti burocratici. Ciò significa corredare il loro studio con personale ausiliario preparato e ridurre il numero massimo di pazienti seguiti da ognuno di essi a parità di salario. Il medico di base ha inoltre bisogno di nuove possibilità di diagnosi e cura facilmente accessibili per migliorare i propri successi professionali, ma anche di una forte motivazione che può derivare da una preparazione e un aggiornamento migliori. Un tempo molti medici di base frequentavano regolarmente e volontariamente per qualche ora al giorno le divisioni di Medicina e Chirurgia degli Ospedali: ciò consentiva loro di praticare la clinica al letto del malato e aggiornare le loro conoscenze mediche. Bisogna ripristinare questa pratica, che oltre tutto consente al medico di base di acquisire oltre al valore professionale anche un punteggio di carriera e all’Ospedale di usufruire di forze nuove per la gestione dei malati, ma anche di integrare Ospedale e territorio così da offrire continuità di cura al malato. Con l’avvento delle Case della Salute e degli Ospedali territoriali, di recente avviato, il medico di base avrà a disposizione anche ambiti professionali alternativi, più prossimi e utili per seguire i propri pazienti quando ricoverati.
Infine è necessario costruire una carriera per il medico territoriale, consentendogli una posizione primariale (o dirigenziale di struttura complessa) presso le Case della Salute che costituiscono una vera urgenza italiana o altre strutture territoriali, come POT, RSA, Istituti di riabilitazione. In queste posizioni servono medici di base capaci e motivati, meglio se dipendenti dal Servizio Sanitario, esperti anche nella gestione di strutture complesse e di personale sanitario, socio-assistenziale, ausiliario, amministrativo. E’ sperabile che il Ministero della Salute emani al più presto gli standard operativi di queste strutture e dia inizio alla loro sperimentazione, misure che sono attese da anni. Il Covid-19 ha scoperchiato una situazione di grave carenza del Servizio Sanitario offerto agli anziani. Siccome è vero che “Quae nocent docent” dobbiamo far tesoro della lezione che abbiamo subito per far nascere un Servizio Sanitario Nazionale più moderno ed efficace per tutti, ma anche meno discriminante e più amichevole ed umano per i nostri anziani.

LA CURA DEGLI ANZIANI

Proposta operativa

Il rispetto degli anziani e il contrasto pratico all’ageism (discriminazione degli anziani) passa attraverso i seguenti punti:
1) una pensione sufficiente;
2) un’abitazione decente, personale di cura della casa e della persona, vigilanza costante (Custode Socio-Sanitario) (1) in raccordo con medici e RSA;
3) un’RSA sul modello Green House (JAMA 326, 1568-70, 2021, Abbasi J, intervista a Terry Fulmer, Presidente della John A. Hartford Foundation New York City, per il miglioramento della cura degli anziani). Piccole comunità di 12 persone omogenee (per patologia, cultura, ecc.), gestite da infermieri specializzati con aiuto di ausiliari e dei famigliari che sono fondamentali per aiutare ad assistere il loro caro, divenendo parte del team di cura;
4) cambiare luogo di residenza è pericoloso per gli anziani. Bisogna sperimentare la nursing home a domicilio, come abbiamo fatto per l’Ospedale a domicilio, fornendo servizi di cura della casa e della persona per aiutare i famigliari se ci sono. Ci sono già modelli sperimentali come CAPABLE della John Hopkins School of Nursing
5) la RSA deve essere parte del Servizio Sanitario Nazionale, finanziata dal Servizio Sanitario Nazionale oltre che da risorse del soggetto ricoverato se esistenti. E’ dotata di personale sanitario e ausiliario dipendente, con impegno a tempo (rotazione ogni 3 anni), che deve essere preparato e valutato da esame triennale, vigilato da ispettori e telecamere. La rotazione va fatta tra domicilio-RSA-POT. Sarebbe bene che le RSA fossero parte degli Ospedali (POT), come era un tempo (Reparto Cronici). La RSA prepara ed esamina anche le badanti per assistenza domiciliare. Deve inoltre disporre anche di sistematica presenza part time del Medico di Medicina Generale (giro di visite 2 volte la settimana e al bisogno);
6) luoghi ove soggiornare e intrattenersi per combattere solitudine, sedentarietà, depressione (con intrattenitori) (Centri ricreativi, Parchi della Salute);
7) gli anziani che possono lavorare devono essere sollecitati a farlo (artigiani, medici, insegnanti, ecc.) ed eventualmente devono essere retribuiti con piccole cifre. Il lavoro mantiene sani corpo e mente. Devono anche partecipare ad attività culturali e sociali.

(1) I Custodi Socio-Sanitari sono visitatori dipendenti da Istituzioni di volontariato privato sociale, preparati per controllare che le condizioni di vita degli anziani che vivono soli e in condizioni disagiate siano soddisfacenti. Essi lavorano in collaborazione con i medici territoriali e con gli assistenti sociali del Comune per seguire e migliorare le condizioni di salute e di benessere dei loro assistiti (cfr. anche Sirchia G e Parravicini A. L’iniziativa del custode sociale per favorire la permanenza degli anziani al loro domicilio. In Sirchia G.: “Spunti per una sanità migliore”, Appendice C, pp. 177-183. Piccin Editore, Padova, 2011.

Due anni di Covid-19 (2020-2021)

Potevamo reagire meglio?

Se è vero che “del senno di poi son piene le fosse” è altrettanto vero che esaminare i fatti accaduti per capire se e dove abbiamo sbagliato è una misura intelligente di prevenzione di futuri errori. E qualche errore nell’epidemia di Covid-19 è stato commesso. Ecco quelli che a me sembrano più significativi in campo sanitario:

  1. Alle radici della batosta vi è la convinzione assai diffusa tra i decisori politici che la Sanità costituisca un costo poco produttivo da contenere. Convincimento, questo, che non è mutato con la pandemia, e per convincercene basta vedere quante risorse sono state allocate a questo settore sia nel PNRR che nella recente Legge Finanziaria. Si tratta di cifre che non compensano nemmeno il mancato adeguamento al costo della vita, che per oltre 10 anni è stato imposto alla Sanità italiana (tra il 2011 e il 2021) da diversi Governi. Si tratta di un atteggiamento che, ignorando una ricca letteratura internazionale e ripetute indicazioni di autorevoli organizzazioni, continua a ritenere secondari i compiti della Sanità, dell’educazione, del benessere sociale, della ricerca scientifica e della cultura nello sviluppo socio-economico della Nazione. Un atteggiamento che non ha avuto ripensamenti nemmeno oggi, e non ha cambiato idea nemmeno dopo la pandemia che ha messo in grave difficoltà non solo la Sanità, ma tutta la Nazione.
  2. Forse a causa della limitatezza di risorse, ma anche all’impreparazione e all’inspiegabile silenzio degli Organismi a ciò deputati, il Ministero ella Salute ha smantellato nel 2011 il Centro di Controllo e Prevenzione delle Malattie, costituito e finanziato nel 2003 sul modello dei CDC americani, in occasione della prima SARS (Decreto Legge n. 81 del 29 marzo 2004 “Interventi urgenti per fronteggiare situazioni di pericolo per la sanità pubblica”, trasformato in Legge 26 maggio 2004, n. 138). Si tratta di Centri Regionali coordinati da un Centro Nazionale, il cui compito è di vigilare ininterrottamente e nel contesto di una rete internazionale di vigilanza sulla comparsa di focolai di infezione, che molto frequentemente si verifica nel mondo, così da valutare l’origine, la diffusione e la pericolosità per tutto il pianeta, in modo che ogni territorio possa procedere ad un risk assessment, al risk management e al risk communication, che stanno alla base del Piano Pandemico Nazionale che definisce le strategie, i percorsi e l’operatività inerente che ogni Nazione deve continuamente aggiornare per essere pronta ad affrontare un’eventuale (e attesa) epidemia. Non è infatti possibile mettere in atto una risposta efficiente se non si dispone di un Piano Strategico redatto in periodi di normalità e se un Piano non viene continuamente aggiornato e mantenuto vivo, in analogia a quanto insegnano Vigili del Fuoco, Forze Armate e Protezione Civile. Venendo meno l’organismo deputato a redigere, manutenere e aggiornare il Piano Pandemico, l’Italia si è trovata di colpo nel pieno della bufera senza aver preparato nulla. Ci siamo trovati così senza materiale strategico (mascherine, altra protezione individuale, respiratori, ecc.), senza sufficiente personale sanitario, senza strutture mobili per il potenziamento degli Ospedali, senza Direttive precise. L’ultimo Piano Pandemico risaliva al 2006. Per la verità anche il resto dell’Europa e anche Organismi internazionali come l’OMS sono stati spiazzati dall’emergenza Covid e sono entrati in affanno, comportandosi a volte in modo confuso e poco trasparente.
  3. La dichiarazione dello Stato di Emergenza del 31 gennaio 2020 non è stata corredata da un provvedimento urgente da portare all’approvazione del Parlamento che definisse come tutti i poteri venissero posti in capo al Presidente del Consiglio, per 6 mesi rinnovabili, anche in deroga a tutte le normative vigenti, con le dovute eccezioni (norme costituzionali emanate entro la data di pubblicazione della suddetta legge, impegni internazionali già sottoscritti), così da evitare le contestazioni e diatribe che hanno avuto luogo e che certo non hanno contribuito a rasserenare una popolazione già turbata dai pericoli sanitari ed economici dell’epidemia. Serenità turbata in particolare da una comunicazione disastrosa, dove non era chiaro chi fosse il portavoce ufficiale del Governo e dove la scena è stata occupata da personaggi i più diversi e non sempre accreditati, che con la complicità delle televisioni ancora oggi si alternano quotidianamente con l’obiettivo di premiare se stessi e di dare spettacolo più che di informare e tranquillizzare il pubblico. Difficile dire quale sia stato il danno provocato dalla mancanza di una corretta e professionale informazione al pubblico, ma anche al personale sanitario, e forse molte reazioni sociali (o antisociali) non sono estranee a questa mancanza.
  4. Nei Paesi più evoluti le Forze Armate costituiscono una preziosa risorsa, sia operativa che di ricerca, per il contrasto alle calamità. Anche le nostre Forze Armate hanno molto contribuito e lodevolmente; ma i loro mezzi finanziari esigui e le risorse stanziate più per missioni di pace che per utilità nazionale le hanno limitate non poco. Ad esempio, in tema di strutture mobili necessarie ad ampliare la risposta degli Ospedali civili [cosiddetti Nightingale Hospitals in Gran Bretagna o MASH (Mobile Army Surgical Hospitals) in Usa] e di personale sanitario militare necessario a gestirli, se disponili in larga misura avrebbero forse consentito a dividere meglio le postazioni Covid da quelle non-Covid, riducendo, se non evitando, che la patologia ordinaria venisse penalizzata (e dovesse rinunciare alle cure) per la scarsa disponibilità di Pronto Soccorso con adeguato triage, di Medici di Medicina Generale, di specialisti e di ricoveri ordinari. Quante e quali siano state le conseguenze di queste carenze è difficile dire, ma certe cose non sono state di poco conto. Mike Ryan, responsabile dell’World Health Organization per le emergenze pandemiche, intervistato da STAT alla fine del 2021, ritiene che, considerando un orizzonte sopranazionale, i principali errori effettuati in occasione del Covid-19 siano stati:
    1) premura di tornare alla normalità
    2) oscillazioni tra lockdown completo e apertura completa
    3) scarsa disponibilità di vaccini per i Paesi emergenti
    4) scarsa fiducia delle popolazioni per i loro Governi
    5) pessima comunicazione, che ha inficiato la consapevolezza e la volontà del popolo di seguire le Direttive
    6) insufficienti risorse per la Sanità e la salute pubblica
    7) inadeguati Piani Pandemici per la preparazione alle epidemie, con mancanza di personale sanitario, strutture e organizzazione.

In conclusione, abbiamo fatto errori in questa ancora non terminata battaglia contro il Covid-19. Spesso viene detto che la Sanità italiana ha reagito bene, meglio di quella di altri Stati. Premesso che si è comportata in modo esemplare la maggior parte dei sanitari, che hanno pagato un caro prezzo personale, io condivido questo giudizio per quanto riguarda il 2021, molto meno per quanto avvenuto nel 2020 e quasi niente per quanto concerne la preparazione del Paese ad affrontare le emergenze pandemiche prima della pandemia di Covid-19. La preparazione è stata infatti gravemente insufficiente, malgrado non siano mancate le epidemie che sono scoppiate dopo la prima Sars nel 2003-2004 e soprattutto, come già in precedenza ricordato, malgrado in occasione della prima Sars del 2003 il Ministero della Salute avesse già istituito e avviato un Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie per la vigilanza e il contrasto alle epidemie, grazie anche al forte supporto del Segretario di Stato americano alla Salute, Tommy Thompson, alla disponibilità del CDC di Atlanta (Georgia, USA) e all’impegno intelligente, abile e convinto di alcuni alti dirigenti del Ministero stesso e dei loro collaboratori.
Oggi le cose non sono finite, ma sono certo migliorate. Non so tuttavia se la lezione è servita a correggere gli errori che abbiamo fatto. Ad oggi non mi sembra sia stato avviato un processo di revisione dell’operato italiano e di correzione degli errori fatti. Vedo al contrario un tentativo di sorvolare sulle manchevolezze senza predisporre un vero e importante Piano di Interventi, necessario a scongiurarne la ripetizione. Il mio auspicio è che questo processo di revisione inizi al più presto, sia improntato alla massima onestà e trasparenza e venga seguito dalla ricostruzione dell’intero sistema di vigilanza continua e contrasto alle pandemie.

Covid-19

Riconoscere gli errori per porvi rimedio

La pandemia di Covid-19 ha provocato in Italia ufficialmente oltre 132.000 morti. Questo numero tuttavia è largamente sottostimato e, in particolare, non tiene conto di tutta la restante patologia che non è stata adeguatamente trattata, in quanto tutte le strutture e il personale sanitario sono stati assorbiti dal Covid-19.
Proprio su questo dato penso si debba aprire una riflessione e dar vita ad un Piano di Azione immediato e molto concreto che tenga conto che due sono le principali cause del grave danno generato dal Covid-19 in Italia:
1) la mancanza di un Piano Pandemico
2) la mancanza di un sistema di sorveglianza continuo, cosiddetto CDC italiano (Center for Disease Control) o CCM (Centro per il Controllo delle Malattie).
Entrambe queste mancanze sono derivate dal fatto che gli organismi preposti in Italia non hanno considerato come prioritaria la preparazione alle epidemie e che la sanità è stata oggetto di continui sottofinanziamenti generati da 10 anni di austerity.
I Governi che si sono succeduti tra il 2011 e il 2020 hanno sottofinanziato la sanità per un valore stimato di circa € 37 miliardi globali, che ha colpito tutte le strutture sanitarie a cominciare dal Ministero della Salute, fino alle strutture regionali con tagli lineari, senza distinguere tra le voci di spesa più o meno importanti.
La prima grande responsabilità ricade quindi su questa politica di austerity generata in Europa e largamente applicata anche in Italia. A livello del Ministero della Salute questa ha portato a cancellare il Centro di Controllo delle Malattie che era stato istituito fin dal 2003 con un proprio finanziamento ed esperti di nomina sia centrale che regionale, in servizio permanente per partecipare ad un sistema di sorveglianza internazionale e definire per l’Italia i relativi rischi delle epidemie che continuano a generarsi nel mondo.
Si sono quindi annullati i passaggi di Risk Assessment, Risk Management e Risk Communication, fondamentali per contrastare al meglio una pandemia. L’Italia si è trovata improvvisamente nella necessità di offrire una tutela sanitaria ai malati di Covid-19 senza mezzi e strutture espandibili, senza presidi di protezione individuale e con un personale sanitario largamente ridotto a causa del blocco dei turnover e, più in generale, di una politica di risparmio che non ha nemmeno tenuto conto del fatto che molti medici ed infermieri andavano in pensione e che il numero di posti che l’Università poteva mettere a disposizione per la formazione del personale e la specializzazione erano insufficienti.
Nel contesto di questa morsa letale anche la comunicazione del rischio sia al personale sanitario che al pubblico è stata disastrosa, senza un’autorevole voce istituzionale che intervenisse quotidianamente ad informare la popolazione. Le Televisioni hanno quotidianamente attivato spettacoli estremamente nocivi di esperti che assumevano posizioni contrastanti tra loro. Ciò ha contribuito largamente a generare sfiducia, incertezze e addirittura ostilità nei confronti di alcune pratiche sanitarie come la vaccinazione e la quarantena che sono fondamentali per il controllo delle epidemie.
Fortunatamente nel 2020 il Piano di Vaccinazione è stato affidato alle Forze Armate che hanno la possibilità di meglio gestire queste grandi calamità. Oggi peraltro ci troviamo in una situazione in cui ancora non si è provveduto a redigere e finanziare un Piano Pandemico, cioè una concatenata serie di azioni che servono ad evitare che la prossima pandemia generi altrettanti guasti del Covid.
Un Piano di Azione di questo genere comporta un grande investimento di risorse, ma anche idee molto precise su come queste debbano essere utilizzate; ad esempio è fondamentale distinguere le strutture di diagnosi e cura per la pandemia senza intaccare quelle adibite al trattamento della patologia ordinaria che non può aspettare. Si tratta quindi di predisporre strutture mobili ed espandibili sul modelle delle temporary clinics, utilizzate in altri Paesi e gestite preferibilmente dalle Forze Armate in quanto queste, meglio di altri attori, sono preparate ad affrontare calamità di massa con uomini e mezzi. Anche il personale sanitario deve essere potenziato a costituire una massa di persone che può essere rapidamente mobilitata in queste strutture temporanee. Si tratta di avere quindi in servizio un numero eccedente di personale e di poter richiamare riservisti (personale pensionato o altro) a corredo di questo personale. Infine, non sarà mai abbastanza sottolineata l’importanza di una comunicazione dei rischi e di una formazione del personale sul campo, capaci di generare sicurezza nella popolazione, impedendo lo sciacallaggio che abbiamo osservato da parte di persone che approfittano di un dramma nazionale per proprio vantaggio.
Il Piano Pandemico non è un atto burocratico che si pone nel cassetto, ma è un’azione continua da parte dei CDC che dovremmo ricostituire immediatamente per adeguare continuamente uomini, materiali e mezzi, così che siano sempre pronti e abili negli interventi.
In conclusione, non credo che abbiamo imparato bene dalla dura lezione che il Covid-19 ci ha imposto. L’auspicio è che gli Enti preposti e, in particolare, il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità, possano farsi avanti con richiami insistenti e documentati per spingere il Governo a riconoscere gli errori fatti ed evitare che questi si ripetano nel prossimo futuro.

Importanza dei parchi pubblici in città*

Vi sono prove scientifiche che la presenza di parchi in città, se sicuri e ben manutenuti, influisce positivamente sul benessere psico-fisico degli abitanti, offre spazi per lo sport e il tempo libero e costituisce un “luogo” accogliente per vecchi e bambini. Diceva infatti il Prof. Francesco Maria Antonini, padre della geriatria italiana scomparso nel 2008, che la civiltà di una comunità è proporzionale al numero di luoghi realizzati per il benessere di grandi e piccini. Per questo gli urbanisti dovrebbero dare sempre spazio ai parchi pubblici cittadini ma purtroppo molte città non sembrano mostrare questa sensibilità.

Preciso che non basta creare il verde intorno alla città, non sempre facile da raggiungere per tutti cittadini, ma serve il parco vicino a casa, raggiungibile a piedi in poco tempo.

Alcuni urbanisti e decisori politici pensano che l’eccellenza di una città futura si misuri dal numero, altezza e forma dei fabbricati e cementificano ogni spazio cittadino che si libera nel nome della modernità. Alcuni grattacieli sono certo piacevoli a vedersi ma non sono esenti da inconvenienti. La vita nel grattacielo porta a un maggior isolamento sociale delle persone e le espone a non indifferenti rischi (in caso di incendi, guasti, ecc) ma danneggia anche la comunità giacché la priva di una risorsa vitale: un parco infatti costituisce una riserva importante di ossigeno, consuma CO2, abbatte l’inquinamento atmosferico e acustico, contribuisce all’abbassamento della temperatura, aumenta la permeabilità del suolo.

Non riservare spazi ai parchi pubblici cittadini è una scelta fatta oggi che influisce negativamente anche sulle generazioni future e configura quindi una grande responsabilità. Per questo mi chiedo se non sia eccessivo il potere che un’amministrazione comunale esercita senza aver prima consultato la sua comunità con un referendum. Anche questo è un tema di studio che dovrebbe far parte della transizione ecologica in corso, finanziata dal fondo Next Generation EU.

Mi piacerebbe che su questo tema si avviasse un confronto fra le diverse visioni di città, presente e futura, allargandolo a tutti i cittadini così che sulle generazioni future non calino decisioni affrettate e interessate bensì’ decisioni ragionate e responsabili condivise da tutta la comunità.

* Presentato il 12 ottobre, a Roma nell’ambito del Convegno e Webinar di Confagricoltura e Assoverde per la presentazione del “Libro Bianco del Verde”, nella sua prima edizione 2021.

Un Movimento per un’Italia senza fumo

In un incontro organizzato dalla Società Italiana di Tabaccologia in data 26 novembre 2020 rilevavo che nei 15 anni seguiti alla promulgazione della Legge n.3 del 16/01/2003, art.51 “Tutela della salute dei non fumatori” il progresso nella lotta al fumo in Italia è stato poco significativo e anche una recente indagine dell’Istituto Superiore di Sanità con Doxa non mi sembra indicare grandi progressi verso un’Italia libera dal fumo. Elencavo allora le ragioni di questa stagnazione, che sono fondamentalmente da riconoscere nella grande abilità e grandi disponibilità finanziarie della filiera del tabacco (a cominciare dai produttori) e nella debolezza con cui i vari Governi che si sono succeduti dopo il 2005 hanno contrastato questa forza di penetrazione. Cosicchè, malgrado i danni conclamati causati dal fumo sia alla salute pubblica, sia alla finanza pubblica, l’epidemia del fumo in Italia continua indisturbata.
Ancora di recente la letteratura scientifica statunitense ci dice che:

  • il 10% dei fumatori in USA ha una malattia correlata al tabacco (1)
  • ogni anno negli USA l’uso del tabacco determina 193 miliardi di US dollari in costi sanitari e ridotta produttività (in parti uguali) (1,2)
  • ogni fumatore costa 1.623 US dollari/anno in costi sanitari e 1.760 US dollari in produttività persa (totale = 3.383 US dollari/anno nel 1999) (3)
  • il fumatore perde 13-14 anni di vita.
    Da una decina d’anni, inoltre, hanno fatto la loro comparsa sul mercato le cosiddette sigarette elettroniche (e-cigarettes) che non bruciano tabacco, ma vaporizzano miscele di composti chimici contenenti nicotina e le IQOS, che riscaldano, ma non bruciano sigarette di tabacco. L’utilità e la nocività di questi prodotti sono ancora incerte (4,5) e alcuni ritengono che, se usate per breve tempo, possono essere utili per smettere di fumare, mentre possono fungere da strumenti di riduzione del danno se usate per lungo tempo nei fumatori incalliti che non intendono smettere di fumare. Esse però non sembrano del tutto innocue e vi è il rischio che inducano i non fumatori (specie i giovani) ad iniziare e divenire dipendenti dalla nicotina (4) e quindi affetti da una condizione cronica recidivante (6).
    Quattro anni fa abbiamo visto il Presidente del Consiglio in carica partecipare alla posa della prima pietra e poi alla inaugurazione di uno stabilimento di una Multinazionale per la produzione di prodotti del tabacco in Emilia Romagna e il Segretario di un grande partito ne ha seguito l’esempio visitando lo stabilimento due anni dopo. I produttori peraltro continuano ad investire enormi risorse per promuovere in modo occulto i loro prodotti e per bloccare qualunque iniziativa che contrasti il fumo. Televisioni e film non fanno che proporre fumo, alcol, alimenti nocivi alla salute, gioco d’azzardo, etc. L’opinione pubblica e anche la classe medica sembrano abbastanza lontani dal problema, come se combattere questa epidemia fosse compito di qualcun altro. Il risultato è che tutti noi paghiamo un caro prezzo.
    Alla luce di questa inerzia istituzionale concludevo che affinchè la lotta la fumo e ai suoi succedanei riprenda con forza, è necessario che l’opinione pubblica prema e sospinga le Istituzioni preposte a ben operare e a questo scopo proponevo che nascesse un Movimento Antifumo nel quale potessero confluire, oltre ai già impegnati soggetti istituzionali (2,6), anche attivisti di varie Associazioni e Movimenti insieme alle Società Scientifiche, alle Associazioni di persone che hanno subito danni dal fumo e ai Movimenti ambientalisti. Più precisamente:
  • ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ (GUIDA E COORDINAMENTO)
  • SOCIETÀ SCIENTIFICHE E FISM
  • MOVIMENTI AMBIENTALISTI (LEGA AMBIENTE, WWF, ITALIA NOSTRA)
  • ASSOCIAZIONI DI PAZIENTI DANNEGGIATI DAL FUMO (BPCO, CANCRO (6,7), CARDIOPATICI, ASMATICI, BAMBINI)
  • LEGA ITALIANA PER LA LOTTA CONTRO I TUMORI E ASSOCIAZIONI CONTRO IL CANCRO (6,7)
  • AGENZIA NAZIONALE PER LA PREVENZIONE
  • SMOKE FREE EUROPE (ANTONELLA CARBONE)
  • ASSOCIAZIONI DI ANIMALISTI
  • COMUNICATORI, INCLUSI INFLUENCER
  • FINANZIATORI.

Un Movimento Antifumo quindi che potesse anche sollecitare l’attenzione di finanziatori e professionisti dei nuovi modi di comunicazione, capaci di far sapere agli Italiani quanti artifici, bugie e azioni corruttive vengano messi in atto dai produttori.
A mio avviso, questo Movimento dovrebbe iniziare la propria azione invocando iniziative che non richiedono nuove leggi, ma che utilizzano quelle già esistenti quali:

➊ Non riconoscere come diritto l’abbandono del posto di lavoro per fumare ➙ si fuma solo nell’intervallo pranzo o ricreazione.
➋ Nei gazebo o dehors dei bar e ristoranti valgono le stesse regole antifumo del locale primario.
➌ Le ASL fanno un piano di controllo sui luoghi di lavoro e le Forze dell’Ordine sui locali pubblici. I cittadini chiamano un numero verde per segnalare le situazioni irregolari e chiedere interventi.
➍ I datori di lavoro possono inserire benefit per il personale non fumatore e penalità per chi fuma. Il datore di lavoro infatti spende di più per il dipendente fumatore (malattia, rischi incendio, inquinamento).
➎ La dispersione dei mozziconi a terra deve essere oggetto di vigilanza e sanzionata senza eccezioni .
➏ Bisogna che i Comuni vengano premiati per l’estensione del divieto di fumo in aree pubbliche cittadine.
➐ E’ necessario investire per convertire le colture di tabacco.
L’incontro del 31 maggio 2021, con gli auspici dell’Istituto Superiore di Sanità e della Dr.ssa Pacifici in particolare che da anni si adopera per far conoscere la realtà italiana potrebbe essere una Assemblea Costituente del nuovo Movimento se troverà la Vostra convinta adesione e volontà di iniziare un nuovo modo di far valere la volontà del popolo italiano di tutelare la salute pubblica.

Riferimenti bibliografici

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