La Casa della Salute e i suoi vantaggi

La Casa della Salute è il cardine della nuova sanità territoriale perché ci si attende che possa:

  • facilitare l’accesso alle cure primarie ordinarie
  • migliorare i servizi di prevenzione e promozione della salute
  • consentire una gestione delle malattie croniche di qualità
  • ridurre il ricorso agli ospedali e al pronto soccorso
  • aumentare l’integrazione tra i vari settori della sanità a tutto vantaggio dei pazienti

Non bisogna però attendersi che tutti questi vantaggi divengano evidenti in tempi brevi, in quanto in tutti i sistemi complessi i cambiamenti devono essere aggiustati in corso d’opera e dimostrano i loro effetti dopo alcuni anni. Inoltre il modello deve essere flessibile per adattarsi alle diverse realtà del Paese, ed è necessario iniziare con la sperimentazione prima di diffonderlo su tutto il territorio.

È anche importante il coinvolgimento e la responsabilizzazione degli operatori, tenendo presente che le responsabilità non possono essere disgiunte dai poteri e dai riconoscimenti di merito. La Casa della Salute infine deve essere il nodo principale di una rete di servizi che spazia dall’ospedale locale al domicilio del paziente, che identifica un’unica azienda-rete dei servizi sanitari e come unica azienda sanitaria deve comportarsi in termini di gestione, organizzazione e rapporti con il personale.

(Schwenk TL. The Patient – Centered Medical Theory. One size does not fit all. JAMA 311, 802-803, 2014)

La lotta alle droghe

Un problema crescente è costituito dalle droghe (cioè sostanze psicoattive) sintetiche: ben 73 sono quelle apparse nel 2012, che seguono le 49 del 2011 e le 41 del 2010. Nel 2013 la Nuova Zelanda ha deciso di creare un “mercato controllato” di queste sostanze per evitare che il loro uso senza regole e senza controlli determini gravi danni soprattutto ai giovani. Le droghe vengono classificate in 3 classi: A (esempio cocaina), B (esempio cannabis), C (esempio codeina), e viene lasciato ai produttori l’onere di dimostrare che i loro prodotti hanno bassa nocività prima di immetterli sul mercato. Dopo una valutazione pagata dai produttori, il prodotto viene autorizzato alla vendita per adulti dall’autorità sanitaria; è vietata la pubblicità e sono limitati i punti vendita in analogia alle disposizioni sul tabacco.

Tutto ciò che non rispetta questa legge è considerato illegale e le sanzioni sono molto pesanti sia per i produttori che per i consumatori.

La legge neozelandese si presta a molte critiche, ma è un tentativo di superare il generale proibizionismo delle droghe che non ha sortito effetti utili: più che proibire sembra logico controllare e regolare. Si tratta di un esperimento i cui risultati sono molto attesi.

(Newberry J et al. New Zeland’s regulation of new psychoactive substances. BMJ 2014;348:g1534)

Gestire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA)

Una priorità del Servizio Sanitario italiano

Il Servizio Sanitario Nazionale presenta una grande variabilità tra le diverse aree del Paese in termini di quantità, qualità e costo delle prestazioni erogate. Tale variabilità elevata viene evidenziata non tanto da sistematiche rilevazioni di dati (che sono ancora poco accurati e tardivi) quanto da valutazioni episodiche e dai comportamenti degli utenti: ad esempio ancora oggi la migrazione di pazienti per ragioni sanitarie è elevata, con ben 900.000 persone ogni anno che si spostano dalle loro Regioni di residenza verso altre aree per ottenere cure migliori. Anche le lunghe liste di attesa sono un effetto della inadeguata capacità di fornire servizi di alcune strutture sanitarie. Tale variabilità è notoriamente fonte di sprechi oltre che di disservizi ed è una priorità da risolvere. A questo fine il Movimento Italia Equa e Solidale (IES) propone che la definizione dei LEA (compito esclusivo dello Stato) abbia ad intendersi non come mera definizione delle prestazioni sanitarie che le Regioni sono tenute ad erogare, ma anche come numero, qualità e costo di tali prestazioni, che debbono essere erogate uniformemente in ogni area del Paese secondo standard di quantità (numero per 1000 abitanti), esito (qualità) e di costo, definiti periodicamente dal Governo centrale in base ai dati epidemiologici delle Regioni e da esso verificati sistematicamente con i propri servizi ispettivi. Se il rispetto degli standard non è soddisfacente, è compito dello Stato, in quanto garante del diritto costituzionale alla salute di ogni Italiano, intervenire con azioni correttive, dalle più semplici alle più drastiche, anche con interventi sostitutivi in casi estremi.

I LEA, così concepiti, ed il loro controllo, divengono anche una occasione di misurare le performance delle Regioni (e cioè la loro capacità di trasformare le risorse in servizi, il value for money), di migliorarle progressivamente e quindi di ridurre gli sprechi, che in Italia superano verosimilmente il 20% della spesa sanitaria. Oggi in Italia si sta lavorando alla definizione dei costi standard, che tuttavia non devono rappresentare il mezzo per ridurre la spesa (più che di costi si tratta infatti di spesa) a scapito della qualità, come temiamo possa accadere. Gli standard devono essere visti come una banda di valori che in prima approssimazione potrà anche essere abbastanza larga, ma che si andrà a restringere nel tempo per progressivi aggiustamenti, man mano che i dati raccolti diverranno più accurati e puntuali e man mano che le Regioni sapranno utilizzarli per affinare la loro capacità di programmazione e controllo dei servizi erogati.

La sanità è un sistema complesso, ed in Italia diversi suoi ambiti necessitano di revisione. IES ha identificato gli ambiti principali (vedi “Salute e Sanità” su www.italiaies.it), ma è fortemente convinto che il primo e più importante passo di rinnovamento è proprio costituito dalla definizione e gestione dei LEA da parte dello Stato. Pertanto IES si impegna a monitorare le azioni che le Istituzioni vorranno attuare in questo settore.

Girolamo Sirchia
per IES (Movimento Italia Equa e Solidale)

Il Tobacco Endgame

Per “tobacco endgame” si intendono le iniziative finalizzate ad eliminare definitivamente le dinamiche strutturali, politiche e sociali che sostengono l’epidemia del tabacco, che è oggi il singolo prodotto di consumo più dannoso che mai sia stato immesso sul mercato, e che oggi si ritiene debba essere eliminato dal mercato. Dobbiamo quindi cambiare le nostre strategie: non basta limitarci a scoraggiare i fumatori dal fumare. Dobbiamo agire con più coraggio nel contrastare la poderosa macchina che i venditori di sigarette hanno messo in campo e arrivare ad una certa data ad avere una Nazione libera dal tabacco. In particolare oggi che il Servizio Sanitario sta soffrendo per scarsità di fondi, non possiamo più tollerare di spendere denaro per curare malattie completamente evitabili come quelle determinate dal fumo di tabacco.

Le Nazioni più evolute stanno programmando il tobacco endgame, con tappe e date certe. La maggioranza delle popolazioni è in favore di questo programma, perché ne capisce il valore. In Inghilterra ed Australia il tempo necessario si aggira sui 10 anni da oggi. Bisogna quindi che si cominci ad annunciare che questo programma di Tobacco Endgame è iniziato, cosicché siano chiare le motivazioni umanitarie e si dia tempo all’industria del tabacco e a tutti coloro che vi lavorano di programmare la riconversione ad altro lavoro.

(Malone R. it is time to plan the tobacco endgame. BMJ 348, 25, 2014)

Eliminare la malapianta

In considerazione dei gravi danni sociali e ambientali che il tabacco provoca, con i relativi enormi costi umani ed economici (6 milioni di morti premature ogni anno nel mondo), molti oggi sostengono che è arrivato il momento di implementare strategie radicali per eliminare l’uso del tabacco, il cosiddetto Tobacco Endgame[1]. Personalmente io aderisco a questo progetto: oggi possiamo fare un piano per eliminare la malapianta ed il suo uso, nonché l’uso dei suoi surrogati, compresa la sigaretta elettronica, il cui maggior pericolo è quello di vanificare lo sforzo di rendere il fumo un comportamento “non normale” (denormalizzazione del fumo) se non lo si regolamenta esattamente come il fumo di tabacco: fumare (o svappare) è un’abitudine sozza (come diceva Italo Svevo), sia dal punto di vista materiale (“si puzza come un portacenere”) che sociale (pessima l’immagine della persona assuefatta alle droghe, inclusa la nicotina, che a proprie spese nutre un gruppo di persone che trae profitto dai danni che provoca all’umanità). La finalità occulta di queste ultime, oggi, è quella di vendere sigarette elettroniche per un uso duale (vapori + fumo di tabacco) e per iniziare i giovani alla nicotina, non certo quella di aiutare i fumatori a smettere; un piano sinistro, come ci si può aspettare dai venditori di danni e di morte. E’ importante che la gente capisca bene i pericoli che corre e le segrete trame di chi trae profitto dal male che genera. Fumare (o svappare) non è segno di autonomia, di libertà o di distinzione: è segno di scarsa consapevolezza e poca personalità, di debolezza per resistere al conformismo stimolato dai produttori con abili tecniche di marketing ed enormi investimenti.

[1]Fairchild AL et al. The renormalization of smoking? E-cigarettes and the tobacco “endgame”. New Engl J Med 370, 293-95, 2014)