La politica

Quando si definisce “la politica” nei Paesi a democrazia avanzata, si intendono primariamente le azioni istituzionali a favore della qualità di vita dei cittadini e del bene comune. In Italia purtroppo noi intendiamo per politica la lotta per il potere, cioè solo l’obiettivo dei politici di raggiungere il potere per servirsene.

Il Buonismo

Nel 1906, Vilfredo Pareto nel suo Manuale di Economia Politica (Università Bocconi Ed., Milano, 2006, par. 85) cosi scriveva:

“(…) in Francia, ove più progredisce la democrazia, sono accaduti notevoli mutamenti nella seconda metà del secolo XIX. …. Si possono notare i seguenti mutamenti nei sentimenti morali: 1) un aumento generale della pietà morbosa, a cui si dà il nome di “umanitarismo”; 2) e specialmente un sentimento di pietà e anche di benevolenza pei malfattori, mentre cresce l’indifferenza pei mali del galantuomo offeso da quei malfattori; 3) un aumento notevole di indulgenza e di approvazione per il mal costume femminile”.

E così prosegue (Par. 86):

“ I sentimenti di biasimo per i malfattori, specialmente per i ladri, sono certamente molto affievoliti; ed oggi sono ritenuti buoni giudici coloro che con poca scienza e nessuna coscienza, cupidi solo di malsana popolarità, proteggono i malfattori e sono rigidi ed aspri solo contro i galantuomini”.

Il domani

Come stanno oggi le cose, io non credo che nel prossimo futuro l’Italia possa andare meglio. La ragione è semplice: tutti i governi che si sono succeduti e anche l’attuale non hanno saputo o voluto affrontare le ragioni basilari della crisi economica, e cioè: 1) Ridurre drasticamente la spesa pubblica, 2) Ridurre la rigidità dei rapporti di lavoro aumentando la flessibilità in entrata ed in uscita. Sul primo punto la politica non sente ragioni: una spesa pubblica di oltre 800 miliardi di Euro l’anno rappresenta circa il 50% del PIL, cioè della ricchezza prodotta dagli italiani. Se non si abbatte la spesa pubblica improduttiva non c’è tassazione che tenga. Ma la spesa pubblica significa anche privilegi, potere, agiatezza. Gli scandali sono ormai quotidiani: i costi della politica e del sindacato, gli sprechi e la corruzione ad ogni livello, gli alti stipendi dei manager anche quando fanno fallire l’azienda, i carrozzoni pubblici (di Stato, Regioni, Comuni), ma anche gli inutili e dannosi molteplici livelli di governo, la caste che spadroneggiano, e avanti così in una litania che abbiamo imparato a recitare da tempo. Il tema dei sindacati è altrettanto intoccabile. Regole oggi intenibili stanno riducendo i posti di lavoro e dislocando all’estero molte imprese. Ma i sindacati continuano con i vecchi slogan: il lavoro precario è diventato il nemico da colpire. Ma con il termine di “precario” si intende anche i contratti di lavoro a termine, che esistono in tutto il mondo e sono una necessità assoluta per le imprese. Da noi il lavoro deve essere a tempo indeterminato e chi è assunto diventa subito un dipendente a vita, anche se non lavora o lavora male. Ma le decine di migliaia di sindacalisti che vivono in Italia a spese della collettività sono una casta ormai intoccabile, nulla si muove senza la concertazione: ciò significa che politica e sindacato hanno stretto un’alleanza che se ne infischia della crisi e degli italiani, perché il potere è potere.

Un governo di larghe intese o di emergenza avrebbe potuto sciogliere questi nodi e salvare l’Italia. Ma i nostri politici sono impegnati in una continua faida elettorale, incuranti del declino del Paese. Vivono di alterchi, vivono nei talk show televisivi per essere visibili. La maggior parte di essi non ha senso di responsabilità alcuna, contrariamente a quanto viene continuamente vantato, e in definitiva non ha alcuna capacità di governo. Incapaci e avidi, come sempre sono stati i politici di professione, gente che non ha mai lavorato e non sa fare niente. Gli esempi si sprecano: gente incapace e piena di sé che sta trascinando l’Italia al dissesto. La svolta, il nuovo paradigma ancora non si vede, ma comincio a pensare che forse non si vedrà ancora per un bel pezzo.

La scelta

In questo febbraio 2013 sono avvenuti fatti che nessuno di noi ha mai né visto né pensato: un asteroide ha sfiorato la terra creando uno spostamento d’aria che ha mandato in frantumi i vetri di una piccola città siberiana e ferito un migliaio di persone. Benedetto XVI si è dimesso da Papa ritirandosi in un monastero. Il Movimento 5 stelle di Grillo è risultato il primo partito alle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio, dando ai partiti tradizionali uno scossone molto forte. Il programma di Grillo prevede, fra l’altro, una riforma del sistema politico che condividiamo: stipendi assai minori agli eletti, no al finanziamento pubblico dei partiti e dei gruppi consigliari, ma soprattutto no al politico di professione. Dopo aver espletato due mandati, gli eletti devono tornarsene definitivamente a casa. Speriamo si eviti in tal modo di pagare anche la cosiddetta indennità di reinserimento in uscita, che ha visto ad esempio elargire al presidente uscente della Regione Lombardia oltre 400.000 euro, che si aggiungono a tutte le altre indennità di fine mandato. Noi speriamo vivamente che questa vergogna finisca e finiscano tutti quei privilegi in gran parte sconosciuti ai più di cui godono i nostri politici, sia durante che dopo il mandato. Per 10 anni l’ex presidente della Camera ha avuto diritto alla macchina blu con autista e scorta, oltre a tutti gli altri innumerevoli benefici. In un momento di grave crisi, con migliaia di imprese che chiudono e di persone che perdono il lavoro, di tassazione feroce delle persone e delle imprese, nessun serio sacrificio è stato imposto ai politici e agli alti dirigenti pubblici.
Solo di auto blu, che in Italia sono 64.524 e che costano ognuna 80.000 euro l’anno, si continuano a spendere annualmente circa 5 miliardi, ai quali vanno aggiunti i costi di gestione e gli stipendi e gli straordinari di autisti e agenti di scorta. Una iniquità davvero insopportabile. Ma le ingiustizie di questo Paese sono tali e tante che i servizi segreti hanno segnalato rischi di terrorismo e di rivolta. La gente è davvero arrabbiata e la rabbia è molto pericolosa quando si associa a difficoltà economiche. Speriamo che il nuovo governo, qual che esso sia, voglia seriamente porre fine a questa vergognosa situazione di privilegio, ed elimini la politica di mestiere e tutto l’indotto di sprechi e di illegalità che ne deriva. Speriamo che senta davvero la responsabilità tanto sbandierata dai partiti ma poco praticata. Se non sarà così, la popolazione potrebbe reagire molto male anche perché tutti questi abusi, per anni sottaciuti, abilmente stanno venendo a galla e nessuno è più disposto a subirli. Si cambi davvero allora, con le buone o con le cattive. E’ il momento per i politici di scegliere. Ed è anche il momento che ognuno di noi contribuisca con tutta la forza di cui dispone per costruire una pressione sociale che induca il Parlamento a legiferare per il meglio, anche se è difficile per i parlamentari votare contro il proprio interesse ma questo interesse ha raggiunto livelli troppo indecenti e contemporaneamente troppo pericolosi.
Speriamo che il buon senso li guidi per una volta verso scelte utili alla nazione piuttosto che a se stessi e ai propri amici.
Girolamo Sirchia

La politica in Italia

Una grande parte degli Italiani si dichiara disgustata dei partiti e dei politici nostrani; non vuole addirittura più sentir parlare di politica. Mai nella storia della Repubblica si sono raggiunti livelli di disaffezione popolare come quelli registrati recentemente alle elezioni regionali siciliane, ove il 52% degli aventi diritto non ha votato. Le cause di questa disaffezione sono da ricercare probabilmente negli scandali che hanno investito i politici negli ultimi tempi: scempio di denaro pubblico, corruzione, truffe e furti sono all’ordine del giorno e hanno coinvolto politici ad ogni livello. E inoltre rimborsi elettorali milionari, abuso di scorte e auto di Stato, vitalizi, privilegi di ogni sorta, favori e nomine in posizioni pubbliche ben retribuite, stanno offrendo uno spettacolo indecente. Malgrado l’indignazione popolare, peraltro, nulla cambia, né si vede come possa cambiare. Come mai si è arrivati a questo punto?
La storia inizia molti decenni or sono. Nel dopoguerra gli uomini politici italiani erano sobri e per quanto si sa onesti. La libertà riconquistata dopo gli orrori della guerra infondeva alla politica nobiltà di ideali e di comportamenti. Ma ben presto le cose cominciarono a cambiare: il potere era difficile da conquistare e mantenere, anche perché molti piccoli partiti condizionavano i partiti maggiori e vendevano a caro prezzo i loro voti. Da qui la necessità di aumentare continuamente la disponibilità di posizioni pubbliche e di denaro con i quali comperare il sostegno degli alleati. E così accanto alle 20 Regioni (più 2 Proviince Autonome), alle 108 Province e oltre 8.080 Comuni, più le Comunità Montane e le Aree Metropolitane, ecco risorgere lo Stato imprenditore, con oltre 8.000 imprese pubbliche o partecipate, 7.000 delle quali comunali. E poi gli Enti di Stato, le Agenzie, le Authority, ecc., ecc. Risultato: 3.600.000 dipendenti pubblici, non so quante decine di migliaia di politici e sindacalisti, un’enorme massa di persone nominate in Enti e Società dalla politica, con una spesa pubblica che oggi sfiora il 50% del PIL e che è continuamente cresciuta in quasi 70 anni di vita repubblicana. E qui entrano in scena anche i gruppi di interesse (o lobby) e alcuni tipi di impresa. In Italia notoriamente molti imprenditori medio-grandi hanno sempre cercato di evitare il rischio di impresa e sono stati ben lieti di accucciarsi sotto l’ala della politica, che a fronte di adeguati favori poteva concedere una vita tranquilla e agiata. Anche il Sindacato, peraltro, ha presto manifestato un’inclinazione politica marcata, che gli assicurava privilegi e potere e, ai suoi vertici, incarichi pubblici prestigiosi. Ma la deriva politica non si è fermata qui: che dire della burocrazia pubblica, delle magistrature dello Stato e degli alti gradi delle Forze Armate e dell’Ordine, che sono almeno in parte di nomina politica e da questa influenzati? Che dire della Sanità pubblica ove la politica regionale nomina tutte le posizioni di comando (Direttori Generali, Primari, ecc.), decide tramite queste circa le assunzioni e circa l’assegnazione degli appalti? Che dire della RAI e più in generale delle televisioni e dei giornali che non possono prescindere dalla politica? Ecco allora che non sono solo gli scandali e i privilegi che inquinano il nostro Paese: la politica è ovunque, condiziona tutta la nostra vita, e come un’idrovora ingurgita risorse a danno delle classi medie e medio-basse, che da questo stato di cose non traggono che svantaggi e tasse. Oggi, con la crisi economica, le cose continuano a peggiorare: il popolo si sente schiacciato da tante iniquità e invoca il cambiamento. Ma chi dovrebbe darci il cambiamento? Possiamo seriamente sperare che gli attuali politici accettino di rinunciare al loro potere e ai loro privilegi? E che tutti coloro che traggono benefici ruotando intorno a questa politica vogliano cambiarla? Assumersi il rischio d’impresa, accettare la meritocrazia, competere, aumentare la trasparenza, accettare regole nel campo della finanza? E’ come chiedere ai tacchini di festeggiare il giorno del ringraziamento, dicono in America. In altri termini questa è una utopia o meglio un ottimismo sciocco. Oggi l’Italia conta qualche centinaia di piccoli Movimenti o Gruppi che si propongono di far sorgere dal basso il vento del cambiamento. Questi Movimenti sono utili, ma non risolutivi. Al più essi possono collaborare, creare un clima favorevole al cambiamento, gettare il seme da cui può nascere una repubblica migliore. Ma la vera forza di cambiamento nasce nelle piazze quando le condizioni di vita del popolo diventano insostenibili. Basta allora un leader perché tutto il popolo lo segua e il potere costituito si ritragga per paura e lasci spazio al nuovo. Si tratta quindi di un Movimento rivoluzionario, che può essere violento (la rivoluzione russa), semi-violento (la rivoluzione fascista) o non violento, cioè culturale (Gandhi). Oggi l’Italia è ancora lontana dal punto di rottura, giacchè il benessere diffuso è un potente freno alla rivoluzione. Tuttavia anche l’iniquità è alta, e l’ingiustizia accende gli animi. Abbiamo poi un’eccessiva tassazione che grava solo su una parte della popolazione e non si accompagna da alcun serio sacrificio a livello di alcun potentato. Anche questo fatto suscita non pochi malumori, e così pure le scarse prospettive per i giovani, le difficoltà per le imprese, la perdita di posto di lavoro; in una parola le difficoltà e le ingiustizie di oggi, la paura e lo scoramento per il futuro.
Fare previsioni è quindi difficile. Anche perché la prospettiva delle prossime elezioni politiche non è incoraggiante. Si ha l’impressione della confusione, con 215 Partiti e Movimenti che si candidano a guidare il Paese. Molte sono vecchie conoscenze più o meno riciclate, molti sono dilettanti allo sbaraglio, alcuni sono temibili conservatori che propugnano ideologie ormai scomparse ovunque dalla scena politica con una carica giustizionalista pericolosa. Secondo me allora non resta che attendere, ma nel contempo studiare e offrire soluzioni operative alla nostra e alla futura classe politica perché, se vuole, possa utilizzarle per migliorare la nostra vita; così come noi abbiamo fatto proponendo un programma politico e piani operativi in vari campi. Credo sia doveroso per tutti noi cercare di contribuire per ridare vitalità alla nazione e speranza agli Italiani. Gandhi disse che sono sette le condizioni che portano alla rovina:
1)    benessere senza lavoro (la speculazione finanziaria, i guadagni sproporzionati al lavoro fatto)
2)    piacere senza coscienza (egoismo, arrivismo, nessuna sensibilità e attenzione ai bisogni degli altri e della società)
3)    conoscenza senza carattere (se l’ignoranza è pericolosa, assai più pericolosa è una vasta conoscenza senza principi)
4)    affari senza etica (la giustizia e la benevolenza o spirito di servizio sono il fondamento della libera impresa e del sistema capitalista. Adam Smith spiegò che i sistemi economici senza valori sono una sciagura)
5)    scienza senza umanità (la sola tecnica degenera presto in uomini che operano contro l’umanità, che sfruttano la scienza ai propri fini personali)
6)    religione senza sacrificio (bisogna sacrificare il nostro orgoglio e pregiudizio, essere umili. I grandi leaders sono umili, amati dagli inferiori, carismatici e forti)
7)    politica senza principi (la politica diviene presto immorale, disprezzata dalla gente, nemica del popolo e dei suoi bisogni).
(Covey SR. La leadership centrata sui principi. Franco Angeli, Milano, 2009, p. 82)

Noi del Movimento “Italia equa e solidale” lavoriamo per tentare di uscire da queste condizioni (che, purtroppo, oggi caratterizzano la nostra società) in vista di una auspicabile rivoluzione culturale.