Il Riscaldamento Globale della Terra

In 200 anni il pianeta si è riscaldato di 1 °C, ma la temperatura sta crescendo esponenzialmente: troppi abitanti che consumano troppo senza riguardo per l’ambiente.

Se l’aumento superasse 2°C, il clima impazzirebbe con guerre, migrazioni di massa, fame. Ambiente = Salute (Vita) = Sviluppo e benessere = Pace è un’equazione da cui non si sfugge.

Il fenomeno è dovuto ad eccessiva emissione di gas serra, e specie di CO2 (combustione, deforestazione). Se l’incremento di CO2 non sta sotto 18 Gt (gigatonellate = 1 miliardo di tonnellate), si arriva e si supera i 2 °C di riscaldamento entro pochi decenni. I principali gas serra sono CO2 e metano, che riscaldano la terra e i mari, oltre al vapore acqueo che pure riscalda il globo. Il mare surriscaldato libera più vapore acqueo e peggiora le cose: il CO2 viene usato dalle piante. La deforestazione peggiora la situazione. La combustione dei materiali fossili comporta CO2 e polveri sottili. Il mare contiene enormi quantità di CO2 sotto forma di bicarbonato: se aumenta la temperatura del mare, il CO2 si libera nell’atmosfera perché diviene meno solubile. Il metano si libera dai composti organici sulla terra e dagli allevamenti.

L’Accordo di Parigi (COP 21) è arrivato a concordare 5,5 Gt di incremento massimo di CO2 e lascia il resto a ogni nazione con iniziative volontarie. E’ però chiaro che non arriveremo all’obiettivo se ognuno di noi non capirà il problema e non lavorerà per risolverlo.

Tutti dobbiamo e possiamo fare qualcosa: non usare l’auto, non disperdere rifiuti nell’ambiente, non fumare (le coltivazioni di tabacco inquinano e deforestano), non consumare troppa carne (gli allevamenti inquinano), non danneggiare le piante (che ossigenano l’aria) ma anche solo diffondere queste notizie ed invitare gli altri a comportarsi in modo consapevole.

Aggiornamenti Sociali, gennaio 2016, pp. 40 – 49.

Dobbiamo offrire più salute

La salute dipende per un 10% dal Servizio Sanitario, ma soprattutto dall’ambiente in cui viviamo e dai determinanti sociali, quali il cibo che assumiamo, la disponibilità di abitazioni salubri e sicure, le opportunità di educazione e lavoro (Doran et al. Housing and health care. New York’s boundary-crossing experiment. NEJM 369, 2374 – 77, 2013). Un governo avveduto e attento al benessere dei cittadini deve considerare tutti questi aspetti per migliorare la salute pubblica, ossia deve innanzitutto conoscere la realtà del Paese, studiare le possibilità di miglioramento, redigere piani fattibili di intervento e dotarli di risorse adeguate. Purtroppo siamo molto lontani da questo comportamento ideale: l’Italia concede troppo agli interessi organizzati che interferiscono con la salute pubblica (tabacco, industria alimentare, gioco d’azzardo),* ha poca sensibilità per l’ambiente e l’educazione, non riesce ad assicurarsi in modo sufficiente il lavoro e altri determinanti sociali. Ancor più grave, riserva a questi temi poca attenzione. Pensiamo ad esempio ai senza tetto e alle persone povere ricoverate in residenze sanitarie assistenziali a spese del Comune. Le loro condizioni di salute sono precarie e basterebbe attivare residenze protette comprensive di assistenza sanitaria e sociale (cosiddetta supportive housing) per evitare disagi e spese di gran lunga superiori, compresi il ricorso ai pronto soccorso e le ospedalizzazioni (Doran et al.) Limitare la nostra visione della salute ai servizi sanitari tradizionali si sta rivelando sempre più inefficace e costoso. E’ tempo di aprire la mente ad orizzonti più ampi per assicurare maggior benessere a tutti i cittadini, utilizzando meglio le risorse esistenti, che in buona parte vengono oggi male utilizzate o sprecate. Ancora una volta è la capacità di più ampia visione e di superare l’attaccamento allo status quo che può consentirci di vivere meglio.
Come diceva Benjamin Disraeli “la prima preoccupazione di un primo ministro deve essere la salute del popolo”.

 


* Anche in UK il fenomeno è salito di recente alla ribalta con la prova che l’industria è riuscita a stoppare l’iniziativa di governo del prezzo minimo per unità alcolica. (Gornall J. Under the influence. BMJ 2014; 348: f7646).

La grande accelerazione

Così è stata denominata la crescita esponenziale che stiamo vivendo in ambito demografico, commerciale e ambientale, e che include le tensioni che originano dalla pervasività e dall’impatto che molte attività economiche, il consumismo, e l’urbanizzazione stanno avendo sull’ambiente e sulla salute e che hanno già superato i limiti di sicurezza.
I cambiamenti climatici causati dall’uomo unitamente alla crescita esponenziale della popolazione minacciano seriamente la possibilità di nutrire e dissetare il pianeta e la crisi finanziaria globale ha dimostrato l’interdipendenza delle economie nazionali: non esistono confini.
La Figura 1 illustra l’influenza della globalizzazione e dei cambiamenti da questi indotti sulla salute dell’uomo.

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Per fermare questa perniciosa sindrome bisognerebbe influire sulla crescita della popolazione, le nuove malattie infettive, le malattie non trasmissibili (come l’obesità), il fumo, la resistenza dei batteri agli antibiotici, il rischio di incidenti sul lavoro, le disuguaglianze in termini di benessere, educazione e inclusione sociale, l’inquinamento atmosferico, la sicurezza alimentare. Tutti questi sono gli obiettivi dello Sviluppo Sostenibile per il 2016, che hanno sostituito quelli dello Sviluppo per il Millennio, in gran parte non raggiunti. Fondamentale è capire che questi obiettivi non possono essere raggiunti senza uno sforzo comune di tutte le nazioni, cioè con un coordinamento internazionale, coadiuvato dallo sforzo di ogni singola nazione. Ciò significa anche che organizzazioni internazionali potenti come il WTO (World Trade Organization) diano priorità ad evitare i danni alla salute e all’ambiente dei commerci internazionali, e che si colleghino con altre organizzazioni come il WHO (World Health Organization), sostenendone le iniziative quali la Convenzione Quadro per la lotta al tabacco, o come il Programma ambientale delle Nazioni Unite per proteggere lo strato dell’ozono.
Questa strategia multinazionale di collaborazione potrebbe essere utile per molti problemi che affliggono i nostri tempi, quali il pericolo incombente dell’epidemia di influenza con ceppi virali ad alta diffusibilità e mortalità (come l’aviaria o la SARS), la diminuzione del pescato, la scarsità di acqua in molte zone della terra, la necessità di nutrire il pianeta senza distruggerlo: ricordiamo che l’agricoltura (specie quella destinata all’alimentazione animale) è responsabile per ¼ delle emissioni globali di gas serra.
I cambiamenti indotti dall’uomo includono il degrado dei terreni, l’acidificazione dei mari, la deplezione dell’ozono, la compromissione della fertilità dei suoli, risorse idriche, biodiversità e funzionamento degli ecosistemi, dei cicli dell’azoto e del fosforo. La produzione dei gas serra determinata dalla combustione di materiali fossili dall’agricoltura e dalle miniere, nonché dalla deforestazione determina riscaldamento del globo, la cui temperatura è cresciuta di 0,7°C dal 1950 ad oggi. Se non si pone fine a queste emissioni la crescita potrebbe essere di 1° o 2° nel 2050. Tutto ciò ha pesanti ripercussioni sulla salute dell’uomo, derivanti dalla minore disponibilità di cibo e acqua, ma anche dai disastri naturali, dalle infezioni emergenti (vedi la schistosomiasi), dalle migrazioni e dalla disgregazione sociale che conseguono ai conflitti (Figura 2).

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L’obiettivo primo di questa auspicata collaborazione internazionale è quindi quello di mitigare i cambiamenti climatici; se ciò non avverrà il destino stesso del genere umano sarà a grave rischio. Va quindi innanzi tutto disegnato un piano strategico di interventi, che saranno diversi da territorio a territorio e quindi adattati ai problemi delle varie aree del globo. Essi includeranno di volta in volta i trasporti, gli standard edilizi, la produzione di energia, i sistemi agricoli, ma anche l’educazione, il controllo delle nascite, le priorità di assistenza sanitaria, il potenziamento delle relazioni sociali, ecc. La sanità ha un ruolo molto importante in queste azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici e i suoi componenti hanno quindi il dovere morale di conoscere e  partecipare a queste azioni di correzione del clima e delle sue conseguenze, inclusa la partecipazione ai programmi di salute pubblica quali la lotta al fumo, all’obesità e alla sedentarietà; la prevenzione primaria e la promozione della salute possono avere importanti effetti sulla salute del pianeta e dei suoi abitanti e tutti debbono collaborare per ridisegnare come la società si organizza, si muove, produce, edifica, consuma e produce energia.

(McMichael AJ – Globalization, climate change and human health. N Engl J Med 368, 1335-43, 2013)

Amate il creato

Lo ha detto Papa Francesco pochi giorni or sono. Un Papa che è l’esempio vivente di come un vero leader che si basa sui principi etici riesca a farsi amare dalle persone e a trascinarle verso il bene fare. Il Papa ci sollecita a rispettare e ad amare l’ambiente in cui viviamo.
L’80% circa dei comuni italiani è a rischio di disastri ecologici. In molti casi questa è la conseguenza del mancato rispetto dell’ambiente che ci caratterizza da decenni. Non solo è mancata qualunque azione di prevenzione e di manutenzione, ma si è addirittura aggredito il territorio senza alcun rispetto delle già deboli normative in proposito. L’aggressione è stata provocata principalmente da una spaventosa speculazione edilizia che da oltre mezzo secolo continua a cementificare le nostre città e le campagne, a costruire sulle coste, sulle spiagge e sul greto dei fiumi, che non cura i boschi, che non risparmia nemmeno le zone archeologiche (vedi Agrigento!) e quelle di rispetto alle pendici dei vulcani. Per Ischia si sono dovute condonare migliaia di case abusive; l’abusivismo edilizio è una piaga di tutta la nazione che nemmeno genera più indignazione e scandalo. Purtroppo ci si abitua a tutto e, nel clima permissivo che caratterizza il nostro Paese oggi, la libertà diventa licenza. Solo dopo i disastri della provincia di Messina, di Genova, delle Cinque Terre, ecc, si comincia a capire che il nostro dissesto idrogeologico sta mettendo a serio rischio la vita degli Italiani oltre che l’economia del Paese. Se a ciò si aggiungono le discariche abusive anche di materiali tossici (scorie radioattive e amianto a Rovato), la contaminazione con cesio radioattivo di larga parte del Nord Italia, l’eccesso di prodotti chimici usati nell’agricoltura industriale e più in generale la contaminazione chimica industriale dei terreni e dei corsi d’acqua, c’è da chiedersi come possa la nostra popolazione non ammalare e addirittura avere un’attesa di vita alla nascita in aumento. Contro il rischio di disastri ambientali però non ci si può illudere: o si interviene subito o avremo presto danni irreversibili e gravi. E’ stato calcolato che sono necessari 15 anni di lavori e circa 2,5 miliardi di Euro l’anno per mettere sotto controllo la situazione. La cifra è elevata ma non insostenibile: per tenere i soldati in Afghanistan spendiamo ogni anno un miliardo di Euro. Un piano organico e un investimento sufficiente avrebbero non solo l’effetto di interrompere la catena di disastri che affliggono sistematicamente l’Italia, ma anche di far ripartire l’edilizia per sanare anziché distruggere il territorio. Un’edilizia per il risanamento potrebbe affiancare quella tesa a migliorare il risparmio energetico degli edifici, con conseguente riduzione della spesa energetica che espone il Paese anche al rischio di carenze gravi in relazione alle situazioni politiche internazionali. Oltre a investire risorse, tuttavia, sarebbe indispensabile responsabilizzare le amministrazioni locali almeno per culpa in vigilando. Possibile che un sindaco non si accorga che nel suo Comune si costruiscono centinaia di case abusive, o che si costruisca sul greto dei fiumi? E se si accorge e non interviene non è correo dei conseguenti danni? E’ ora che le amministrazioni locali rispondano in solido del loro operato; cosa questa che ridurrebbe anche la dilagante corruzione che ha accompagnato l’edilizia del nostro Paese. Però anche questo non basta se non si instaurano finalmente dei veri controlli e delle sanzioni salate per chi elude le norme della convivenza civile, accanto anche ad una forte azione di informazione e di educazione ad una popolazione per molti versi inconsapevole e disonesta.
Da ultimo è necessario che si ponga davvero termine all’uso delle discariche di materiale indifferenziato in molte aree del Paese. Oggi la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani e il loro trattamento hanno dimostrato di risolvere il problema. Perché in Italia non si procede una buona volta ad utilizzarli diffusamente? Il problema non è tecnico ma organizzativo, politico e culturale. Ancora una volta la debolezza della nostra classe dirigente e la confusione fra i ruoli e i compiti delle Istituzioni lasciano il segno. Incapacità, interessi, irresponsabilità e confusione dei poteri sono i primi responsabili dell’insufficiente risposta istituzionale agli abusi degli Italiani che in questo campo peraltro non sono secondi a nessuno. Io credo che il nostro Movimento debba avanzare alcune proposte. Se il Gruppo “ambiente” lo riterrà opportuno, esse potrebbero essere così schematizzate:

1. Piano nazionale di risanamento idrogeologico che includa i seguenti punti:
a) finanziamento statale di 2,5 miliardi di Euro l’anno per 15 anni
b) responsabilità civile e penale dei sindaci per gli abusi edilizi tacitamente accettati
c) ripresa dell’edilizia per il risanamento idrogeologico e trasformazione degli edifici per il risparmio energetico (certificato energetico serio e Tares ridotta per coloro che sono a norma)
d) blocco della cementificazione delle città e delle campagne.

2. a) pulizia delle città e loro manutenzione, decoro urbano, vigilanza diurna e notturna con gli introiti della Tares e le sanzioni per chi non ottempera alle norme
b) raccolta differenziata con conferimento porta a porta dei rifiuti e abolizione dei cassonetti. Riciclo dei rifiuti. Utilizzo delle risorse provenienti dalla Tares e dalle sanzioni a chi non rispetta le norme.

3. Responsabilità
Il Ministero dell’Ambiente appronta i piani generali, vigila sulla loro applicazione e applica misure correttive se del caso, inclusi il commissariamento, le sanzioni pecuniarie e il rinvio alla Magistratura.
I Comuni e le Regioni per le rispettive competenze hanno la responsabilità della vigilanza e della repressione sui comportamenti irrispettosi delle norme di tutela dell’ambiente, del decoro urbano, dell’abusivismo edilizio ecc.

Oggi la parola d’ordine della politica è favorire la crescita. Ma quale crescita? Vogliamo far crescere ancora il consumismo, il numero di automobili, le infrastrutture pubbliche non indispensabili (autostrade non strettamente necessarie, Corridoio 5 per il prevalente trasporto merci con treni ad alta velocità, ecc), l’edilizia residenziale che ha cementificato l’Italia? No. La crescita deve essere compatibile con l’ambiente, anzi deve aiutare a migliorarlo. Il consumismo che genera bisogni sempre nuovi, che produce oggetti che non devono durare né essere riparabili, che genera enormi quantità di rifiuti solidi e di CO2, che consuma eccessive quantità di acqua e di energia, deve cessare perché tutto ciò è insostenibile e porta inesorabilmente al peggioramento della qualità della vita e da ultimo alla distruzione dell’umanità.
La politica avveduta non dovrebbe quindi più parlare di crescita aspecifica e di investire in attività che devastano l’ambiente; dovrebbe al contrario incentivare il ritorno della società ai ritmi naturali, al rispetto dell’ambiente e del suo verde, ai consumi essenziali, all’agricoltura, al risparmio energetico e di acqua; in una parola ad amare il creato.

Girolamo Sirchia

La capacità di governo

Ogni governo ha il compito di assicurare al suo popolo il benessere economico e psicofisico nella massima misura possibile. Sui risultati, misurati con una serie di indicatori, si può così valutare il suo operato e confrontarlo con quello di altri governi sia della stessa nazione/regione sia di altre nazioni/regioni. I risultati dovrebbero essere inoltre resi pubblici in termini chiari e comprensibili. Purtroppo, la nostra Costituzione (Art. 100) non prevede la trasparenza sui risultati conseguiti dal Governo e dalle Amministrazioni territoriali e locali, con grave pregiudizio per i cittadini che non sono così in grado di giudicarne l’operato.

Di questi indicatori esistono diverse versioni, da quelle più sintetiche a quelle più dettagliate ed essi esplorano diversi settori. Al nostro scopo interessano:

  1. quelli economici che valutino cioè lo stato dell’economia del Paese e la crescita economica (vedi Allegato A);
  2. quelli che misurano il benessere psicologico (vedi ad esempio la misurazione del benessere equo e sostenibile pubblicato dal Comitato CNEL-ISTAT nel 2012 che, in aggiunta al PIL (indicatore molto usato ma insufficiente), considera 12 domini e precisamente: ambiente, salute, benessere economico, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione tempi di vita, relazioni sociali, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ricerca e innovazione, qualità dei servizi, politica e istituzioni (www.cnel.it);
  3. quelli che misurano lo stato di salute della popolazione (vedi Allegato B) e quelli che valutano la performance degli erogatori di servizi socio-sanitari (vedi ad esempio quelli pubblicati in Gran Bretagna nell’appendice tecnica del NHS Outcomes Framework 2012/13
    (http://www.dh.gov.uk/en/Publicationandstatistics/PublicationsPolicyAnd Guidance/DH_131700).

Dal punto di vista pratico per la sanità proporrei alla Regione Lombardia di dedicare particolare attenzione e risorse ai seguenti punti:

  1. misurare gli outcomes e i PROMS (Patient-Related Outcomes Measures) sia nella sanità ospedaliera che in quella territoriale procedendo al relativo benchmarking e all’applicazione di eventuali misure correttive. La misurazione e i controlli devono prevedere anche ispettori operativi sul campo. I risultati devono poi essere resi pubblici;
  2. gerarchizzare gli Ospedali, prevedendo Ospedali locali a bassa intensità di cura e Ospedali di riferimento ad alta intensità di cura, strategicamente distribuiti sul territorio in misura minima sufficiente;
  3. utilizzare l’accreditamento per ammettere al rimborso sanitario solo le strutture che raggiungono livelli di qualità minimi predefiniti in numero minimo sufficiente. Ciò implica che i bisogni della popolazione vengano valutati preventivamente e si debbano assicurare in ogni area analoghe quantità e qualità dei servizi. Ricordiamo che l’eccesso di offerta comporta un eccesso di domanda e spreco di risorse;
  4. valorizzare le risorse umane e la loro motivazione professionale e sociale che include un moderno aggiornamento dei medici sia territoriali che ospedalieri con un ben articolato programma di Continuous Professional Development (CPD). In una organizzazione le persone sono la risorsa più importante e bisogna ricordare che esse non sono solo strumenti di lavoro, ma professionisti con cuore e mente. Per questo essi hanno bisogno di assicurarsi un benessere economico, ma anche uno status sociale, crescita e sviluppo professionale, possibilità di contribuire al raggiungimento di obiettivi. Ogni persona ha capacità latenti che il buon manager deve scoprire e valorizzare, creandole un ambiente favorevole e coinvolgendola nei valori e nelle responsabilità dell’organizzazione. Le persone vogliono essere parte di una missione. Esse vogliono essere orgogliose del loro lavoro, vogliono che la loro vita sia significativa, abbia uno scopo e non vogliono essere considerate solo un fattore produttivo. Se il manager cura solo l’aspetto della produzione le persone cercheranno altrove, fuori dal lavoro, la loro soddisfazione e il lavoro verrà da loro considerato come un peso da cui fuggire appena possibile (Covey SR: La leadership centrata sui principi. Franco Angeli editore, Milano, 2009, pagina 166). Negli ultimi anni in particolare, i medici sono stati marginalizzati nella società ed è prevalso in sanità un aspetto economicistico che l’ha disumanizzata, scontentando i pazienti e demotivando il personale sanitario. Gli amministratori devono smettere di considerare l’Ospedale come un’azienda, definizione che ha generato equivoci di ogni tipo e ha avuto conseguenze negative. Essi devono capire che l’Ospedale non è nato per fare economie in sanità, ma per curare i malati, anche se l’oculata e onesta gestione delle risorse è da considerarsi comunque un valore ed un obiettivo primario. Un buon manager deve capire fino in fondo la sanità e i suoi valori e diventare il supporto dei malati e del personale sanitario, creando loro un ambiente favorevole a svolgere il loro difficile lavoro. Questa è anche la premessa per acquisire e trattenere professionisti di alta qualità, fattore vitale per il successo dell’organizzazione. I medici chiedono di essere considerati professionisti e non fattori produttivi, vogliono essere coinvolti nelle scelte strategiche, avere la delega al governo clinico, riconquistare il loro naturale ruolo sociale e professionale;
  5. istituire e sperimentare le Case della Salute e le reti a decrescente intensità di cura (Ospedale, strutture intermedie, sanità territoriale, domicilio), in particolare per il trattamento dei malati cronici;
  6. effettuare ricerca sanitaria (ossia dell’organizzazione e gestione dei servizi sanitari) con particolare attenzione al Dipartimento come strumento di governo clinico;
  7. investire nella promozione della salute e nella educazione sanitaria della popolazione con una comunicazione moderna ripetuta e diffusa (marketing sociale);
  8. infine garantire ai cittadini una gestione della sanità trasparente e fortemente ancorata ai principi etici. A tal fine è necessario che i bilanci regionali vengano certificati e che tutte le delibere adottate vengano sottoposte al vaglio di una Commissione di Vigilanza di Parte Terza ispirata al D.Lgs. 231 dell’8 giugno 2001 (cosiddetta della compliance).

Professor Girolamo Sirchia

 

Allegato A

Indicatori di crescita economica della nazione
(M.F.R. Kets de Vries. Figure di Leader. Cortina Raffaello Editore, 2010, pp 102-103)

  1. Numero di start-up (+)
  2. Numero ed entità di investitori stranieri (+)
  3. Numero di impiegati dello Stato (-)
  4. Giovani che aspirano a lavorare per lo Stato (-) anziché intraprendere avventure imprenditoriali
  5. Corruzione (-)
  6. Distribuzione del reddito (soggetti molto ricchi o molto poveri (-)
  7. La giustizia ingiusta (-)
  8. Bilancia dei pagamenti
  9. Difficoltà nelle pratiche amministrative (eccesso burocratico) (-)
  10. Trovare lavoro per i giovani e la mezza età
  11. Criminalità

Allegato B

Indicatori di salute

Oltre al PIL e allo spread bisogna individuare una serie di indicatori di salute:

  1. Attesa di vita alla nascita
  2. Differenza di attesa di vita in rapporto al censo
  3. Mortalità totale e mortalità infantile
  4. Numero di fumatori
  5. Obesità infantile
  6. Suicidi e criminalità
  7. Screening obbligatori e vaccinazioni
  8. Accesso ai servizi sanitari
  9. Differenze territoriali in qualità e quantità dei servizi sanitari
  10. Servizi di urgenza ed emergenza
  11. Servizi sociali per vecchi e disabili
  12. Numero di poveri
  13. Numero di disoccupati