Le colpe della politica

La maggior colpa della nostra classe politica è di aver fatto crescere nei passati decenni il debito pubblico, senza controllo e senza qualificazione della spesa pubblica.

Oggi le politiche di rigore necessarie per il rientro del debito, unitamente all’introduzione nella Costituzione del pareggio di bilancio da parte di tutte le Amministrazioni Pubbliche, stanno mettendo a dura prova l’economia reale dell’Italia e i vincoli imposti dall’Unione Europea stanno riducendo sempre più la nostra sovranità nazionale. I provvedimenti legislativi del Governo continuano a crescere di numero mentre i decreti attuativi sono troppo numerosi e in grave ritardo. Essi sono inoltre espressi in modo tortuoso, incomprensibile, caotico. E ciò ha l’effetto di allontanare dall’Italia chi vuole investire. Da noi ogni raccomandazione a produrre leggi scritte in modo semplice e comprensibile cade nel vuoto. Inoltre non si riesce a far capire che quando le leggi ostacolano il progresso della società bisogna cambiarle e non rassegnarsi ad arrestare il progresso o a subire dei danni. La complicazione ed il bizantinismo continuano e crescono, e crescono i danni e la confusione. Ma la politica non sa o non vuole cambiare, anche quando l’astensionismo alle elezioni arriva o supera il 50% e il gradimento e la fiducia degli Italiani per la politica e le Istituzioni scendono a valori del 10%.

Fotografia degli Italiani oggi (secondo il Censis 2013)

Negli anni più recenti gli Italiani hanno perduto la tensione a vivere con vigore e fervore. In parallelo sono cresciute l’accidia, la furbizia, la disabitudine al lavoro, l’immoralità diffusa, l’evasione fiscale, il disinteresse per l’attività di Governo, la passiva accettazione deIla comunicazione di massa. Senza fervore siamo diventati malcontenti e infelici, con un malcontento rancoroso che peraltro non riesce ad aggregarsi in tensioni collettive. Come si può fare per riprendere vigore e fervore? Investendo nelle nostre fiammelle ancora accese:

– la green economy, con la sua agricoltura di nicchia, l’agroalimentare, l’agriturismo, l’enogastronomia

– il potenziamento del nostro marchio

– l’artigianato italiano e la sua tradizione, apprezzati nel mondo

considerando anche il valore dell’imprenditorialità delle donne, degli stranieri in Italia e degli Italiani all’estero; usando strumenti privatistici oltre che risorse pubbliche; costringendo lo Stato e le sue regole a fare un passo indietro; abbracciando l’innovazione informatica e non solo come motore di sviluppo e di connettività; quest’ultima è lo strumento per moderare il nostro individualismo, il nostro disinteresse verso il bene collettivo, la nostra resistenza a lavorare insieme e utile anche per cambiare le Istituzioni, giustamente sfiduciate in quanto incapaci di migliorare il Paese e avvitate sui propri interessi. In fondo l’ondata mediatica negativa non ha sommerso gli Italiani: il 77% di essi dichiara di resistere discretamente, e la crisi sta generando anticorpi e voglia di tirare il fiato, bisogno di ritorno ai valori, alla spiritualità e alla cultura, maggiore sobrietà e attenzione agli sprechi, ridimensionamento dei consumi inutili, razionalizzazione della spesa quotidiana, attenzione al rapporto qualità-prezzo: in una parola migliore capacità di scelta e attenzione al risparmio. Il Governo dovrebbe tuttavia capire che l’incertezza del futuro per i continui annunci, le tasse elevate, le bollette esose, contribuiscono a ridurre i consumi e a creare negli Italiani una tensione continua. Sono queste responsabilità gravi di chi governa.

Dati Censis 2013

L’ottimo “Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese 2013” preparato dal Censis (che consiglio a tutti di leggere) riporta i seguenti dati:
– La spesa privata per la sanità è stata di 28,1 miliardi nel 2012, quella pubblica di ∼110 miliardi
– Il pubblico copre il 61% della spesa farmaceutica (quasi 12 miliardi su 19.400 nel 2012)
– I privati spendono 8 miliardi per l’assistenza ai non-autosufficienti e 6,4 miliardi per i malati di tumore.
E’ essenziale che la produttività dei servizi sociali e sanitari pubblici migliori: ricordiamoci che il 30% dei soldi spesi in sanità sono sprechi.

Le implicazioni pubbliche della vecchiaia

L’aumento dei soggetti anziani nella nostra società mette in allarme i nostri economisti, che parlano di una bomba a tempo per la spesa sociale. Essi infatti calcolano il cosiddetto “rapporto di dipendenza anziani” (old age dependency ratio) che è dato dal rapporto:

n° di pensionati
_______________________________

n° di soggetti di età tra 16 e 64 anni

che oggi si aggira sul 30%, ma che è destinato ad aumentare nei prossimi decenni. Ciò significa che per ogni pensionato ci sono solo due persone che producono e questa situazione è destinata a peggiorare. Tuttavia questo indicatore non è attendibile, in quanto nella situazione reale non basta considerare solo l’età assoluta, ma devono essere considerati gli anni di vita residui (cioè l’aspettativa di vita), che è molto cresciuta negli scorsi decenni e ha consentito agli anziani molti anni di vita attiva in salute. Meglio quindi considerare la dipendenza come rapporto tra:

n° di soggetti con attesa di vita < a 15 anni
(circa 70 anni di età)
__________________________________   = Età di dipendenza reale

n° di soggetti che lavorano

Usando questo indicatore si nota che, contrariamente all’altro, nei Paesi europei occidentali compresa l’Italia, il valore sta calando, si stabilizzerà fra due decadi circa e crescerà probabilmente in modo lento solo dal 2050, cosicché il pessimismo corrente non sembra giustificato.
Anche perché molti altri fattori (immigrazione, basso numero di nascite, lavoro dopo il pensionamento, ecc), possono interferire con l’andamento dell’indicatore, così come miglioramenti sono da attendersi dalle nuove tecnologie e conoscenze della medicina negli anziani, che stanno riducendo la morbilità e disabilità degli anni di vita che rimangono dopo la pensione. Tuttavia starà alla capacità dei governi di spingere la popolazione ad adottare stili di vita migliori (che prevengano ad esempio obesità e diabete, fumo di tabacco, inattività), se la vecchiaia non diventerà un pericolo per la società e una malattia per gli individui.

Ecco perché la salute pubblica e la comunicazione sociale devono essere considerate un buon investimento e non un costo improduttivo.

(Spijker J. e MacIness J. BMJ 2013;347;f6598)

Accesso alla Sanità per Tutti

Nel 2012 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione che invita i governi ad assicurare per tutti i cittadini una sanità per loro accessibile, elemento fondamentale di sviluppo dei popoli.

Si è stimato che nel 2010 il 20-40% della spesa sanitaria è stata inutile, a causa dell’erogazione di servizi in modo non efficiente e sicuro o di prestazioni eccessive. Un servizio sanitario per tutti deve andare di pari passo con un miglioramento della qualità ed efficienza dei servizi resi. Il tutto si può riassumere in due obiettivi: 1) servizi centrati sui bisogni del paziente e 2) rapporto cordiale e corretto tra utenti e servizio sanitario, dando la massima attenzione e priorità alle cure primarie (o territoriali o di comunità), anche ricorrendo a personale non sanitario, incluso i volontari per dialogare con i pazienti nei punti di accesso. Importante è inoltre valutare la soddisfazione dei pazienti e ascoltare la loro voce, inclusi i reclami. I reclami devono arrivare a coloro che guidano le strutture di servizio, devono trovare risposta e devono essere considerati come una indispensabile e utile collaborazione dei cittadini per migliorare efficienza e qualità.

Importante è anche la condivisione delle scelte di diagnosi e cura con il paziente: non si tratta di raccogliere firme su moduli di consenso, ma di lavorare insieme per assicurare al paziente il meglio di quanto oggi la medicina può offrire nel rispetto dei desiderata del malato. Parlarsi in amicizia significa ottenere risultati migliori e più graditi a costi minori: coinvolgere i pazienti come co-creatori di valore in sanità, non come riceventi passivi delle cure. I pazienti inoltre sono un’utile risorsa per consentirci di organizzare meglio i servizi sanitari, e con essi di motivare meglio anche gli operatori sanitari, la cui voce è altrettanto importante di quella dei pazienti.

(Mulley et al. Meeting the challenger of providing universal health coverage. BMJ 2013;347;f6485)