Ticket sui farmaci e ospedalizzazione (Spigolature)

Il ticket sui farmaci spesso non riduce la spesa sanitaria perché provoca ben più costose ospedalizzazioni.

Chandra A et al. Patient cost-sharing and hospitalization offsets in the elderly. Am. Econ. Rev. 100, 193-213, 2010

Il nostro Servizio Sanitario Nazionale deve essere aggiornato

Il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è oggi molto deficitario su almeno tre punti:

1. La medicina territoriale. La preparazione e l’aggiornamento dei generalisti è inadeguata. Essi sono spesso isolati, non integrati in rete con specialisti e centri di riferimento.
Pensate ai cronici che vengono dimessi dall’Ospedale dopo un accidente (ictus, frattura del femore, ecc.). Chi si prende cura di loro? Chi organizza la loro prevenzione secondaria, terapia, riabilitazione?

E’ necessario:
> costruire le reti, erigendole ad Aziende Sanitarie Locali;
aggiornare i generalisti continuamente (devono frequentare l’Ospedale);
> verificare ciò che fanno tramite ispettori;
> dare agli ispettori il potere di applicare strumenti correttivi;
> integrare sanitario e sociale (Casa della Salute).

2. L’assistenza ospedaliera varia enormemente da zona a zona per quantità e qualità delle prestazioni.

E’ necessario:
> costruire una gerarchia di Ospedali (piccoli locali, grandi di riferimento) e integrarli in rete tra loro e con il territorio ASL-rete, dando a queste ultime un margine di autonomia affinché possano competere tra loro sulla qualità, sul modello di Reinventing Government di Osborne e Gaebler, anche se molta strada deve essere fatta per evitare che ciò produca nuovi guasti (Saltman RB. The role of regulation in health care. BMJ 344,e821,2012): la ricerca sanitaria ancora una volta deve essere potenziata nell’interesse di tutta la nazione;
> misurare la qualità e quantità delle prestazioni erogate nelle varie aree del Paese;
> rivalidare i medici dopo aver creato un sistema obbligatorio di aggiornamento (portfolio);
> rimotivare il personale sanitario conferendo loro responsabilità-poteri (Dipartimento), carriera in base al merito, dignità sociale (non più impiegati in aziende gestite dal solo potere amministrativo);
> scacciare la politica dalla sanità, in particolare quella delle Regioni.

3. Le misure di salute pubblica sono insufficienti. In particolare manca un ben strutturato sistema che assicuri ininterrottamente l’educazione sanitaria della popolazione e iniziative efficaci di miglioramento degli stili di vita (fumo, alimentazione, movimento,ecc.) e di buon uso del Servizio Sanitario Nazionale.
L’alfabetizzazione sanitaria (Health literacy, ossia la capacità di leggere e capire le informazioni sanitarie) è anche alla base della capacità dei pazienti di badare alla propria salute, utilizzare bene i servizi sanitari e interagire con i medici curanti (Raynor DKT. Health literacy. BMJ 344,e2188,2012, Bostock S, Steptoe A. Association between low functional health literacy and mortality in older adults: longitudinal cohort study. BMJ 344,15,2012).
Le modalità per informare il pubblico (e il personale sanitario) devono essere impostate in modo professionale, utilizzando al meglio tutti gli strumenti del social marketing, ed i risultati delle iniziative di comunicazione debbono essere misurati. La televisione, il cinema ed il teatro sono gli strumenti più efficaci per indurre la popolazione a migliorare le proprie conoscenze, le proprie abitudini e i propri stili di vita (Sirchia G. L’arte per la salute, blog www.girolamosirchia.org). In particolare bisogna utilizzare i mezzi di comunicazione più efficaci cercando di suscitare nel target emozione e curiosità, giacchè queste ancorano meglio i messaggi che mandiamo nella memoria (Prober G, Heath C. Lecture halls without lectures. A proposal for medical education. NEJM 366, 1657-59, 2012).
Ritengo che tutto ciò (educazione, promozione della salute, prevenzione) debba essere centralizzato presso il Ministero della Salute.

Se è vero che il 30% della spesa per i servizi sanitari non produce benefici apprezzabili (Garder A et al. The promise of health care cost containment. Health Aff 26, 1545-47, 2007, Volpp KG et al. Assessing value in health care programs. JAMA 307, 2153-54, 2012) e che i costi della non qualità sono altrettanto elevati, il Technology Assessment e i sistemi di Quality Assurance sono investimenti necessari e urgenti.

Il Governo clinico

Per governo clinico si intende l’ordinato insieme di strumenti e processi organizzativi e gestionali finalizzato al miglioramento continuo della performance sanitaria, intesa come quantità, qualità e costi dei servizi sanitari erogati (Degeling PJ et al – Making clinical governance work. BMJ 329, 679-81, 2004). L’aggettivo clinico implica che tale gestione debba essere lasciata ai medici, ed in particolare ai dipartimenti e ai loro responsabili.

E, dato che responsabilità significa anche poteri e libertà di azione1, il binomio poteri-responsabilità nelle mani del capo dipartimento è un prerequisito essenziale della accountability (o responsabilizzazione) dei capi dipartimento, in analogia a quanto accade per i direttori di divisione nell’industria. E qui ci si scontra con l’impostazione politica della sanità pubblica italiana, che sta procedendo in senso opposto e ha fatto di tutto per limitare ai medici il loro ruolo di leader nell’organizzazione sanitaria; oggi infatti il medico nella cosiddetta azienda sanitaria è schiacciato tra la direzione generale (di nomina politica) al di sopra2 e dal tentativo del personale sanitario non medico di non dipendere più dal medico, ma anzi quasi di competere con esso per la gestione dei pazienti e dei dipartimenti. La figura del primario inoltre è stata fortemente ridimensionata e la stessa definizione è stata abolita e sostituita da altre terminologie complesse e incomprensibili per i pazienti. La logica del collettivismo di antica memoria si è imposta ai medici senza peraltro che questi sapessero organizzare una reazione unitaria a difesa della loro dignità professionale. Anche il dipartimento è stato male impostato: non la unitaria collaborazione dei servizi di diagnosi e cura per affrontare una patologia d’organo (ad es. liver unit), ma accorpamenti variabili, a volte aree ingestibili perché troppo eterogenee o troppo grandi; ogni regione si è data la sua organizzazione, smembrando il servizio sanitario in realtà diverse, a volte confliggenti con la legge dello stato, spesso male organizzate, improvvisate e peggio gestite, a dimostrare in molte regioni la scarsa conoscenza dei problemi sanitari e delle soluzioni adottate nel mondo per risolverli.

Nessuna regione peraltro ha ritenuto di dover delegare ai dipartimenti, parte dei poteri delle direzioni generali, e in particolare negoziare obiettivi di quantità, qualità e spesa con i responsabili e lasciare a questi la libertà di ordinare la spesa, gestire tutto il personale medico e non medico del dipartimento, responsabilizzandoli circa i risultati. Poca conoscenza, logiche di potere e sotto governo, debole consapevolezza dei medici sono la causa della totale assenza di governo clinico nella sanità italiana.

 

Note

1   L’autonomia dei medici è la loro libertà di determinare le  modalità di esercitare la professione e i modi di curare i malati, con la finalità di promuovere il benessere del paziente, in accordo con quest’ultimo e nel rispetto della migliore evidenza medica e degli standard professionali (Emanuel EJ, Pearson SD – Physician autonomy and health care reform. JAMA 307, 367-68, 2012)

2   La professione medica è oggi compromessa dall’efficientismo tecnologico, dalla integrazione organizzativa (che riduce la sua personale responsabilità) e dal profitto economico.

Ne deriva la mortificazione del prossimo, che sbiadisce come persona, imprigionato spesso dalla burocrazia, e ciò vale in particolare quando la Sanità assume logiche aziendali.

(Fumagalli A. – Livelli di responsabilità nella pratica professionale. Aggiornamenti sociali 212-221, marzo 2012)

La malasanità

Il sistema sanitario italiano ha alcune peculiarità che rendono in parte ragione degli sprechi e dei disservizi che spesso appaiono alla ribalta della cronaca.

1.    I poteri di organizzazione e gestione dei servizi sanitari sono prerogativa esclusiva delle Regioni, che non devono rendere conto a nessuno della quantità, qualità e costi dei servizi resi. Inspiegabilmente lo Stato centrale non ha poteri di intervento né su come i servizi vengono organizzati, né sulla loro qualità e quantità. In altri termini le Regioni fungono da controllore e controllato in sanità. Se è ragionevole ammettere che le Regioni adattino alla loro realtà le leggi e le direttive dello Stato centrale, è difficile capire per quale motivo le Regioni debbano legiferare ed emanare leggi a volte in contrasto con quelle nazionali oltre che diverse da Regione a Regione. Nel 2005 il contenzioso tra lo Stato e le Regioni riguardava oltre 500 provvedimenti che giacevano in attesa di giudizio presso la Corte Costituzionale. Questo impianto “federalista” non può che generare nel Paese disuguaglianze che minano alla base il Servizio Sanitario Nazionale per non parlare dei costi delle Regioni, che ancora sono in gran parte imprecisati.

2.    I poteri di organizzare e gestire i servizi sanitari discendono in linea verticale dalla Giunta Regionale ai Direttori Generali delle cosiddette Aziende sanitarie e ai loro dipendenti. Essendo l’impronta politica assai rilevante, si capisce perché questa abbia preso il sopravvento sulla qualità ed il merito delle persone nominate per quei ruoli e come le imprese vicine al potere ottengano la maggioranza degli appalti.

3.    Anche sull’allocazione delle risorse l’autonomia regionale (difesa dalle Regioni in modo esasperato) è pressochè totale e molto andrebbe fatto per controllare meglio i bilanci delle Regioni. Si continua a predicare che la spesa sanitaria in Italia è troppo elevata; essa in realtà con il 7% del PIL è tra le più basse del mondo occidentale, ma certo potrebbe essere più qualificata con meno sprechi e frodi. Le Regioni hanno sviluppato atteggiamenti autonomistici eccessivi. Ogni Regione ha un Centro di Riferimento per il Trapianto, una Banca di Cellule Placentari, ecc., per non parlare di Ospedali, attrezzature sofisticate, sedi di rappresentanza sanitaria in Italia e all’estero, ecc. Gli sprechi sono enormi. E la spending review? Si nota infine che la debolezza dello Stato centrale si traduce in concessioni alle Regioni di spazi di potere sempre più ampi.
Una domanda che dovremmo porci è: “Quanto dei quasi 109 miliardi di Euro che le Regioni spenderanno per il 2012 si tradurranno in servizi sanitari (il cosiddetto value for money) e quanto prenderà altre vie?” Ricordiamoci che i costi della politica non sono solo i finanziamenti ai partiti, gli stipendi dei politici e le auto blu, ma tutto quanto la politica usa per i propri fini anziché per l’utile del Paese. Oggi, con l’avanzare della crisi economica, le Regioni impongono nuove tasse ai cittadini e tendono ad effettuare tagli lineari alle spese per i servizi sociosanitari, senza incidere significativamente sugli sprechi. Si osserva così il paradosso di cittadini che pagano di più per avere di meno, con servizi sociosanitari ridotti di numero e di qualità giacchè i tagli lineari notoriamente penalizzano maggiormente i servizi di maggior complessità e qualità. Cittadini che peraltro non vedono un significativo impegno della politica e della burocrazia a ridurre i propri costi.

4.    La mancanza di un indirizzo organizzativo-gestionale univoco e di controlli sulla quantità e qualità dei servizi sanitari erogati dalle Regioni comporta anche una disuniformità dei servizi resi dalle varie aree del Paese, che risulta iniqua se non anti-costituzionale. Non è un mistero che la migrazione sanitaria tra le Regioni è elevata e non tende a calare.

5.    La cosiddetta aziendalizzazione della sanità italiana ha avuto come unico effetto la concentrazione dei poteri organizzativo-gestionali nelle mani di persone che non conoscono la medicina ed i problemi dei malati e delle loro famiglie. Abbiamo importato negli Ospedali concetti orecchiati dal mondo imprenditoriale, ignorando che le cosiddette Aziende sanitarie non sono Aziende, non operano in un vero mercato, non esiste una concorrenza, non hanno clienti informati e capaci di decidere, ma solo persone che hanno perso la salute e vogliono recuperarla. Il loro interlocutore è il medico esperto e comprensivo, che cercano con ogni mezzo, e che invece di essere come dovrebbe essere il dominus dell’Azienda è relegato a fattore produttivo marginale, mal pagato, non ascoltato, assoggettato al volere di persone che nulla sanno né vogliono sapere di medicina, di sanità, di protezione della salute.
Forse è il caso di ripensare molte delle teorie e degli schemi “strategici” di manager ed economisti. Come diceva Winston Churchill: “Per quanto affascinante sia la strategia, dovresti di tanto in tanto guardare i risultati”.

I medici non sono dei santi e anche tra loro vi è il buono ed il cattivo, l’onesto ed il disonesto. E’ indubbio comunque che oggi essi sono diventati gli unici responsabili della cosiddetta malasanità e devono affrontare rivalse legali e risarcimenti sempre più onerosi. Ma molti cittadini giustamente indignati ignorano che le responsabilità primarie non sono dei medici, ma dell’organizzazione imperfetta che li vede come ultimo anello di una catena di eventi che non possono modificare perché non ne hanno i poteri. Il medico oggi è costretto a difendersi in una situazione che spesso non lo vede più come l’amico del malato, ma come un mestierante non sempre competente, oggetto di scrutinio malevolo della stampa e della magistratura, avido di denaro e poco accessibile al malato e ai suoi familiari. Ci meravigliamo allora che i medici siano demotivati? Ma chi ha generato questo stato di cose? E, ben più importante, come possiamo migliorare? Su quest’ultimo punto ho già più volte espresso il mio parere. Credo che si debba cambiare in modo graduale, ma senza perdere un minuto.

1.    Lo Stato centrale dovrebbe riprendersi il ruolo di promotore del disegno del Servizio Sanitario e di controllore della quantità, qualità e costo dei servizi sanitari erogati dalle varie aree del Paese, procedendo ad applicare azioni correttive quando necessario. E’ inoltre indispensabile che il Servizio Sanitario Nazionale sia uniforme su tutto il territorio nazionale ed eviti di creare iniquità. Allo Stato infine i compiti di valutare la tecnologia medica (health technology assessments), educare la popolazione e promuoverne la salute.

2.    Nelle Aziende sanitarie l’Amministrazione centrale deve delegare ai Dipartimenti (e quindi ai medici) i poteri e le responsabilità di produrre servizi di quantità, qualità e costo pre-negoziati, lasciandoli liberi di organizzarsi al meglio, di scegliere e gestire il proprio personale, di ordinare la spesa. Il Dipartimento ed il suo organismo di direzione, con i dovuti supporti amministrativi e tecnici, risponderanno del loro operato e finalmente i malati saranno curati dai medici invece che da amministratori politicizzati.

3.    Nel Dipartimento, che diverrebbe simile alla Divisione industriale, deve esistere una gerarchia basata sulla capacità e sul merito, che ponga fine all’attuale collettivismo improduttivo, retaggio del passato populista che ha caratterizzato per troppo tempo la nostra sanità. Il personale sanitario non medico deve avere un suo ruolo professionale, ma è impensabile che sostituisca il medico nelle sue funzioni specifiche e deve comunque operare alle dipendenze del medico.

4.    L’Azienda sanitaria deve essere costituita da una rete di servizi di decrescente intensità di cura che include l’Ospedale, le degenze intermedie, i Poliambulatori territoriali gestiti sotto il controllo del medico generalista (Case della Salute) e il domicilio del paziente. Ciò è infatti indispensabile in quanto è il trattamento delle malattie croniche che oggi deve ricevere maggiore attenzione, dato che esse costituiscono più della metà delle patologie odierne. Va rivisto quindi l’attuale impianto basato sull’Ospedale, che aveva senso quando la patologia era prevalentemente acuta. Per quanto riguarda gli Ospedali, poi, è necessario ripristinare la gerarchia che differenzia compiti, caratteristiche nonché retribuzioni tra gli Ospedali locali (o di prossimità) e i presidi di alta complessità (ex Ospedali regionali).

5.    Dobbiamo infine conoscere maggiormente le esperienze sanitarie di successo che hanno luogo in Italia e all’estero, investire nella ricerca sui modelli sanitari e sulle relative sperimentazioni gestionali, disegnare un sistema di aggiornamento dei medici e del restante personale sanitario che dia risultati misurabili e utili ai fini di carriera, disegnare contratti di lavoro dei medici che li riportino ad essere dei professionisti e non dei pubblici impiegati, fornire loro una carriera articolata basata sul merito.

Come si vede il percorso è lungo e certo in salita. Ma cambiare è necessario, anche se difficile. Cambiare non significa capovolgere tutto in poco tempo, ma procedere con prudenza e con pazienza, per avvicinamenti successivi agli obiettivi che ci siamo dati entro un piano ben studiato e ordinato. Come diceva Winston Churchill: “Non tutti i cambiamenti portano a miglioramenti, ma non esistono miglioramenti se non ci sono cambiamenti”.
Io credo che è ora di cambiare: continuare così come è oggi può causare solo danni sul piano dei servizi sanitari, della motivazione e preparazione del personale sanitario, sui costi del sistema, sulla sua equità e sulla soddisfazione dei cittadini.

La gestione delle malattie croniche

La gestione delle malattie croniche (chronic disease management, CDM) è la sfida più grande della sanità del 21° secolo. Il nostro Servizio Sanitario è stato creato per rispondere primariamente alle malattie acute e non è ben attrezzato per rispondere alla cronicità, che ha bisogno non tanto di Ospedali, ma di una medicina territoriale ben collegata alla residenza del paziente, accessibile e disponibile, proattiva, organizzata in una squadra di professionisti (medici generalisti, specialisti, infermieri, riabilitatori,  farmacisti, personale adibito al servizio della persona e della casa) ben collegata ai Reparti Ospedalieri di Geriatria, alle Residenze di Sollievo (RSA per ricoveri temporanei o permanenti), dotati di cartella elettronica dei pazienti e supportati dalla telemedicina. Per ogni paziente una Unità di valutazione multidimensionale deve redigere un piano di assistenza e cura, deve verificarne l’attuazione e gestirlo con personale adeguatamente preparato. Come si vede, si tratta di un’organizzazione e gestione complesse, che ancora sono ferme a modelli sperimentali e quindi non ancora ben definite. Particolarmente difficile è la comunicazione tra i vari professionisti ai vari livelli di cura, tra loro e con il paziente e i suoi familiari. Una simile complessità è anche molto costosa e ciò comporta ulteriori difficoltà. Infine non è più tempo di separare l’aspetto sanitario della assistenza da quello sociale, cosa che è ancora presente in Italia con la sanità affidata alle ASL e l’assistenza affidata ai Comuni.

Per affrontare un problema così complesso credo si debba procedere a piccoli passi, cominciando da due iniziative:

  1. Riformare la medicina territoriale, inserendo quest’ultima in una rete di assistenza e cura di decrescente intensità, che parta dall’Ospedale per arrivare fino al domicilio del paziente, affidando quest’ultimo ad un case manager che lo segue nei suoi spostamenti nella rete, cura la compilazione della cartella elettronica, stabilisce i necessari collegamenti tra i vari momenti, chiede l’intervento dei vari operatori e degli specialisti nei momenti opportuni. In tal modo la gestione quotidiana dei malati cronici non diviene più un insopportabile peso per i medici, che intervengono solo come supervisori, prescrivendo e verificando gli interventi più opportuni. E’ ovvio che la figura del case manager va creata ex novo: una nuova figura professionale che va aggiornata e motivata continuamente, dotata dei necessari poteri per intervenire autorevolmente ai vari livelli.
  2. Oltre alla cura delle malattie croniche conclamate, tuttavia, è indispensabile avviare un’iniziativa ad ampio raggio che prevenga la loro comparsa. Sappiamo, infatti, che una larga parte di queste malattie è prevenibile, e ciò significa oltretutto risparmiare una ingente quantità di risorse: oggi circa 2/3 della spesa sanitaria è infatti assorbita dalle malattie croniche, e nel mondo occidentale cresce progressivamente in modo largamente superiore alla crescita del PIL, così da divenire a breve insostenibile. Il tema della promozione della salute e della prevenzione è stato affrontato per la prima volta in Italia nel 2004 con il Piano Nazionale della Prevenzione e, più recentemente, negli USA con il Patient Protection and Affordable Care Act (2010) (ACA) che, alla Sezione 4103, prevede che per migliorare la salute degli Americani venga eseguita ogni anno una visita medica, una valutazione dei rischi di salute individuali con obiettivi di miglioramento monitorati e la stesura di un Piano Personalizzato di Prevenzione.

La valutazione dei rischi (Health Risk Assessment, HRA) comprende:

  • identificazione di malattie croniche (inclusa l’assuefazione a fumo o droghe);
  • rischi di trauma;
  • fattori di rischio modificabili;
  • urgenti bisogni sanitari;
  • necessità di strumenti per il monitoraggio telefonico o via web, ma anche per misurare la pressione arteriosa, la glicemia o altro.

La visita annuale è diretta agli anziani e mira a prevenire la comparsa o recidive di malattie o disabilità, a promuovere stili di vita salutari (prevenzione primaria), a fare gli screening (prevenzione secondaria).

Si vuole che i pazienti capiscano bene i loro problemi di salute e prendano parte attiva a proteggere il loro benessere. L’ACA sollecita i sanitari a fare ricerca in questo ampio e ancora negletto settore, a raccogliere i dati dei pazienti con l’aiuto dell’elettronica (monitoraggio, registri, ecc.), a valutare gli outcomes nel tempo, a sostenere regolarmente i pazienti in modo proattivo con il counselling, la sollecitazione perché le date del monitoraggio vengano rispettate, l’impegno ad assumere i farmaci prescritti in modo ordinato.

Il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha pubblicato 10 Raccomandazioni pratiche rivolte a tutti gli attori interessati per realizzare questo ambizioso e impegnativo programma (Goetzel RZ et al – A framework for patient-centered health risk assessments. Providing health promotion and disease prevention services to Medicare beneficiaries, 2011. www.cdc.gov/policy/opth/hra/).

Ancora un volta, quindi, è la medicina territoriale che deve giocare un ruolo determinante per contrastare le cronicità. A questa, tuttavia, deve affiancarsi una possente e continua iniziativa centrale di comunicazione e marketing sociale, che sappiamo capace di modificare le abitudini dei cittadini inducendoli a prestare maggiore attenzione alla propria salute e quindi a prevenire i danni delle cronicità.

Si vede da quanto sopra che i due passaggi suggeriti danno corpo anche ad una pratica medica territoriale più ampia e importante dell’attuale, con un servizio ininterrotto e multidimensionale. Una “Casa della Salute” che prende in carico i suoi pazienti cronici e ne risponde.

L’obiettivo ideale è che la medicina di base gestisca e si responsabilizzi sia sugli interventi clinici individuali sia quelli in favore della popolazione (Stine NW, Chokshi DA – Opportunity in austerity. A common agenda for medicine and public health. NEJM 366, 395-97, 2012).

Penso che una sperimentazione gestionale di questo nuovo modello sia opportuna e urgente.