Ripensare gli Istituti di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS)

Dopo tanti anni dalla loro istituzione e dopo le cospicue risorse erogate annualmente per la ricerca da loro svolta, il Ministero della Salute si chiede opportunamente quali sono i vantaggi apportati dagli Istituti di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) alla salute degli italiani, all’erogazione dei servizi sanitari e alle imprese e si domanda altresì se vi sono spazi di miglioramento della qualità e dell’efficienza di queste strutture che, dobbiamo ricordarlo, sono deputate al ricovero dei pazienti oltre che alla ricerca clinica e sanitaria.
Il documento ministeriale è interessante perché dopo una prima parte che richiama le norme che regolano gli IRCCS riporta, per ognuno di essi, una scheda da essi compilata nella quale essi espongono i loro risultati e la loro storia a fronte dei finanziamenti ricevuti dalla sanità per la ricerca.
Già da un primo e sommario esame di queste schede si nota che a fronte di alcuni IRCCS che sembrano rispondere alle attese del Ministero della Salute, altri non sembrano aver prodotto risultati di rilievo oppure hanno operato in settori non pertinenti al mandato. In quasi nessun caso si va oltre il calcolo dell’Impact factor (IF) e in particolare non vengono menzionati i criteri di misura della loro qualità clinica, di efficienza, di riferimento per il territorio, di prodotti utili all’industria; in una parola del beneficio derivato al paziente o al servizio sanitario dalla loro ricerca e rispettive risorse pubbliche utilizzate.

La mia reazione alla lettura del documento ministeriale è sintetizzata nei seguenti punti.

  1. Parto innanzitutto dalla convinzione che gli IRCCS devono costituire ospedali di riferimento per le specialità loro assegnate. In quanto tali, essi devono dimostrare la loro qualità elevata e la loro efficienza, nonché trattare casistiche numerose derivanti appunto dal loro essere richiamo di pazienti da tutta la nazione. La misura della qualità e dell’efficienza va oggi misurata sugli esiti più che sui processi, ed è quindi utile e urgente che il Ministero della Salute definisca tramite i suoi organismi tecnici (Istituto Superiore di Sanità, Agenas, altri) gli indicatori più adatti.
  2. Il riferimento per i pazienti deve prevedere un’apertura al territorio (cioè ai Medici di Medicina Generale o MMG) con i quali l’IRCCS deve instaurare un’azione continua di collaborazione e di sostegno diagnostico e terapeutico, di guida e di condivisione della ricerca. Molto significativo a questo proposito la collaborazione che Multimedica ha instaurato con le cooperative di MMG per l’identificazione dei prediabetici nelle persone presunte sane. Se queste persone si sottopongono ad un cambiamento degli stili di vita (alimentazione e attività muscolare corretta) il prediabete può regredire e il metabolismo normalizzarsi. Considerando che è stato calcolato che il costo di un diabetico in Italia è di circa 2.000,00 euro all’anno più elevato di un non diabetico e che i diabetici italiani sono almeno 5 milioni è facile capire quanto una simile collaborazione può far risparmiare alla finanza pubblica.
  3. Proprio quest’ultimo è l’argomento che più voglio rimarcare. Finora il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è stato incentrato sulla cura delle patologie già manifeste. La sofisticazione dei presidi di diagnosi e cura e i loro costi sono però lievitati ad un punto da rendere economicamente insostenibile il SSN. Da ciò odiosi provvedimenti di contenimento della spesa che peraltro sono chiaramente inefficaci. La verità è che sembra arrivato il momento in cui è necessario cambiare paradigma, dando ampio spazio alla correzione di quegli stili di vita non salutari che sono grande causa di molte patologie croniche invalidanti e costose. L’identificazione precoce dei fattori di rischio nei soggetti che si presumono sani e la loro correzione è la via che sembra poter risolvere i problemi sanitari del Paese. I medici tuttavia devono capire e far proprio il concetto che la identificazione e correzione dei fattori di rischio è un compito clinico della massima importanza che spetta loro, alla stregua della diagnosi e terapia della malattia conclamata. La prescrizione che il medico deve effettuare per conservare la salute e prevenire la comparsa delle malattie deve inoltre essere raccolta da una organizzazione territoriale che si prende in carico il soggetto per organizzargli uno stile di vita salutare; ad esempio inserendolo in programmi proattivi di cessazione del fumo o dei gruppi di cammino secondo la tecnica del Fitwalking e/o di educazione alimentare e così via. Si tratta di programmi che prevedono la presenza di altri professionisti oltre ai sanitari (comunicatori, esperti di attività motoria, psicologi, ecc.); questi devono essere formati e retribuiti per la loro attività, che diventa quindi anche opportunità di lavoro (nuove professioni). Pensate a quanto è insensato oggi vedere che il 22% degli italiani continua a fumare mentre la scienza si adopera per identificare le mutazioni occorse nei fumatori e per produrre farmaci costosi capaci di colpirle. Oppure vedere come l’obesità infantile continua a crescere con il suo fosco di patologie associate mentre l’educazione alimentare è scarsa e addirittura osteggiata da interessi organizzati di tipo industriale e commerciale. Tutti noi sappiamo che l’ideale sarebbe la volontà governativa di attuare una Health in all policy, e sappiamo anche che ciò non viene spesso realizzato per il coacervo di interessi che si frappongono e che sono più forti degli interessi di salute pubblica, ma ritengo comunque che progressi possono essere fatti nel tempo se le idee e le volontà sono chiare e i vantaggi economici ben dimostrati.
  4. Se gli IRCCS devono essere strutture di riferimento clinico e di ricerca clinica traslazionale, guida e sostegno per il territorio ed i MMG e Pediatri di Libera Scelta (PLS), se devono essere eccellenti ed efficienti, se devono produrre sia lavori scientifici di alto profilo (IF) aver ricercatori di fama (H Index e aggiudicazioni di grants) e capace di determinare anche innovazione tecnologica e organizzativa (documentata da brevetti trasferiti al mercato o da innovazione vantaggiose di erogazione dei servizi sanitari), il sistema degli IRCCS va davvero ripensato e migliorato con il consenso di tutte le forze interessate ad una sanità più efficiente, sostenibile e di migliore qualità. A questo fine io credo che una Conferenza Nazionale degli IRCCS, che definisce bene questi scopi e si proponga di ridisegnarne il ruolo, sia strumento utile e possa rappresentare il secondo passo dopo la presentazione del documento ministeriale che ci è stato offerto in pre-visione e che rappresenta il primo passo di un nuovo IRCCS più consono ai tempi di oggi.

In quell’occasione potrebbero anche essere rivisti alcuni elementi organizzativi che sono risultati poco utili o dannosi. Ad esempio:

  1. le Fondazioni IRCCS di diritto pubblico sono state poco utili. La Fondazione dovrebbe essere di diritto privato oppure pur restando pubblica acquisire quei gradi di libertà organizzativi e gestionali disegnati nei primi anni ‘90 da Reinventing Government e riassumibili nella definizione “La pubblica amministrazione imprenditoriale”;
  2. l’organizzazione intera della Fondazione potrebbe consentire l’autonomia amministrativa, organizzativa e gestionale dei dipartimenti (vedi blog girolamosirchia.org);
  3. i capi dipartimento dovrebbero sedere nel CdA della Fondazione;
  4. l’internazionalizzazione dovrebbe essere aumentata e prevedere posizioni per italiani eccellenti rientrati dall’estero;
  5. dovrebbero essere favorite le interazioni con altre strutture produttive e scientifiche.

È assolutamente necessario, infine, trovare un accordo con le regioni perché vivano gli IRCCS come una risorsa qualificante della loro realtà sanitaria e non come un corpo estraneo o una struttura da trattare alla stregua di qualunque ospedale della rete regionale e da occupare con statuti che non recepiscano la loro valenza nazionale e internazionale inclusa la capacità di contribuire al potenziamento e alla crescita della sanità regionale in termini di innovazione e di finanziamenti.

In conclusione, credo che l’iniziativa del Ministero della Salute di ripensare la funzione degli IRCCS, di attualizzarla e migliorarla, definendone meglio le funzioni essenziali di Centro di riferimento nazionale e di ricerca per la sanità, sia assolutamente lodevole. Anche l’UE sta da tempo tentando di realizzare una rete di centri di riferimento ove concentrare le patologie e sviluppare metodi di diagnosi e cura più avanzati, utili ai pazienti e all’industria. In Italia abbiamo già tali centri, dobbiamo solo utilizzarli meglio, migliorandone l’organizzazione e il funzionamento, la distribuzione territoriale e la governance, ma anche annettendo a tali funzioni solo strutture oggettivamente qualificate.

Il verde a Milano

Per coloro che vivono in città il movimento fisico è legato anche alle condizioni ambientali e, prima di tutto, alla disponibilità di parchi accessibili e sicuri a distanza di non più di km 0,5 dalla propria residenza (Sallis JF et al. Physical activity in relation to urban environments in 14 cities worldwide: a cross sectional study. Lancet online 2016, April 1). Milano ha perso l’occasione di realizzare parchi cittadini quando ha deciso di destinare le (forse ultime) quattro aree centrali all’edilizia (aree ex Varesine, ex Fiera Campionaria, ex Innocenti, ex Stazione di Porta Vittoria). Né possono compensare le aree verdi della cintura milanese, in quanto troppo lontane dal Centro. Il consumo del suolo per cementificarlo non è peraltro apparso in alcuno dei programmi elettorali alla recente competizione per il rinnovo del Consiglio Comunale.

(Goenka S, Andersen LB. Our health is a function of where we live. Lancet 387, 2168-70, 2016)

Attenti all’indice glicemico dei cibi

La raccomandazione è di consumare poche patate, perché queste contengono grandi quantità di amidi rapidamente assorbibili che influiscono negativamente sul metabolismo del glucosio e potrebbero quindi favorire l’insorgenza di diabete, alla stregua del riso e della farina bianca raffinata. L’uso di questi alimenti non dovrebbe superare una porzione, 1 o 2 volte la settimana, preferendo invece legumi o altri vegetali.

Bao W et al. Pre-pregnancy potato consumption and risk of gestational diabetes mellitus: prospective cohort study. BMJ 2016;352:h6898.

I tagli in Sanità

I dati recentemente pubblicati dal Censis sembrano indicare che circa 11 milioni di Italiani nel 2015 hanno dovuto rinunciare alle cure a causa delle difficoltà di accesso ai Servizi Sanitari Nazionali. Si tratta di persone non abbienti che non possono pagare i ticket, accedere alla libera professione intramoenia o agli erogatori privati per superare le lunghe liste d’attesa o per ottenere prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale non eroga più illimitatamente come in passato. In effetti la spesa di tasca propria degli Italiani è incrementata significativamente nel tempo e oggi rappresenta un impedimento oggettivo a chi dispone di pochi mezzi economici. La ragione di tutto questo risiede nella progressiva insostenibilità economica del Servizio Sanitario Nazionale legata in gran parte, ma non esclusivamente, all’invecchiamento della popolazione e al continuo e vorticoso progresso tecnologico, ma anche alla inappropriatezza di molti consumi sanitari che altro non sono se non spreco di risorse. La domanda che sorge a questo punto è: questo sacrificio imposto a parte della popolazione è utile a ribilanciare il Servizio Sanitario Nazionale? A parte l’aspetto etico, i provvedimenti presi da Stato e Regioni sono utili? Io credo che l’appropriatezza in Sanità dovrebbe derivare in verità da un migliore aggiornamento professionale dei medici e dalla educazione della popolazione all’uso dei Servizi Sanitari. In Italia nessuno dei due ambiti è stato curato. L’aggiornamento è ancora affidato prevalentemente alla partecipazione a incontri, corsi e congressi, ma non è stato impostato l’aggiornamento sul lavoro (che è parte integrante del Continuous Professional Development) e non è legato al rinnovo della licenza professionale. E’ ormai acclarato che il semplice scambio di informazioni è poco utile, mentre conta l’allenamento a risolvere i problemi che sorgono nella pratica professionale di ogni giorno (McMahon GT. What do I need to learn today? The evolution of CME. New Engl J Med 374, 1403-06, 2016). L’educazione sanitaria del pubblico è del tutto inesistente e le Istituzioni sono lontane dai cittadini, non parlano, non informano, non conoscono le tecniche di marketing sociale, non interagiscono con la scuola perché questa possa costruire un cittadino consapevole. La popolazione attinge quindi come può ai programmi televisivi o al sentito dire che certo non sono un’affidabile sorgente di corrette informazioni. Ma si può ovviare a tanta inavvedutezza istituzionale imponendo l’appropriatezza per legge? Certo si può, ma i risultati quali sono? Non succederà per caso che quegli 11 milioni di Italiani che non si riescono a curare ce li troveremo nei Pronto Soccorso e negli Ospedali quando si aggraveranno le loro condizioni di salute e ci costeranno allora molto di più? Non lo sappiamo, anche perché i provvedimenti non sono stati ben studiati nei loro risvolti socio-economici prima di essere emanati. Saremo sempre in tempo a modificare i decreti, dando luogo a quel continuo cambiamento delle regole che è causa di confusione e di non osservanza delle leggi. Che possiamo fare allora per continuare a godere di un Servizio Sanitario Nazionale sostenibile? Il quesito è nell’agenda di tutti i Governi e molti sono gli Stati che stanno valutando o sperimentando soluzioni operative. Innanzi tutto dobbiamo capire che divieti e ticket non sono utili a migliorare le cose. In secondo luogo il cambiamento deve essere graduale, chiaro agli utenti e inserito in un piano di Governo. Tutto il Governo deve capire che la salute di un popolo è un motore economico di sviluppo della Nazione, giacchè un popolo in salute lavora di più e meglio. Il piano di Governo, infine, deve giovarsi della esperienza di altri Stati, attingendo alle soluzioni di successo.  Tra queste ricordo le seguenti:

  1. fino ad oggi le risorse sono state concentrate quasi solamente sulla cura, ossia aspettando che la malattia si manifesti. Questo paradigma sta rivelandosi insufficiente ed è già oggi disponibile una medicina predittiva, che identifichi precocemente le persone a rischio delle principali patologie, per indirizzarle proattivamente verso stili di vita atti a ridurre il rischio che la malattia si instauri. Sappiamo ad esempio che con un semplice questionario è possibile identificare nella popolazione di soggetti che si presumono sani coloro che sono affetti da prediabete e che con un counseling e un sostegno psicologico una buona percentuale di costoro può ritornare alla normalità invece che progredire verso il diabete conclamato, con le sue inevitabili e dispendiose complicanze.
  2. I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) debbono escludere tutte quelle pratiche mediche e quei rimedi, test e farmaci di non dimostrata utilità. Per i farmaci biologici (assai costosi) è tempo di definire quali sono i criteri per rimborsarne l’uso: a questo fine molti ritengono che enormi spese per ottenere sopravvivenza di durata insignificante non sono giustificate. La misura del QALY (quality-adjusted life-year ossia del costo aggiuntivo per ogni anno di vita salvato aggiustato sulla qualità e che è ritenuto accettabile quando contenuto al di sotto di $ 25.000-50.000 per QALY) è considerata da molti un parametro utile alla decisione.
  3. Molta patologia è oggi generata da stili di vita inadeguati, legati in particolare ad eccessiva e cattiva alimentazione, scarsa attività fisica, fumo di tabacco. Molto si potrebbe fare in questo ambito, anche senza incorrere in violenti contrasti con interessi industriali e commerciali organizzati.
  4. La nostra Sanità è ancora fortemente incentrata sull’Ospedale, mentre sono ancora fragili la Sanità territoriale e le strutture e i processi di transizione tra Ospedale e territorio, quali Case della Salute per la presa in carico dei pazienti cronici, gli Walk-in Centre per integrare il lavoro dei Medici di Medicina Generale, i POT (Presidi Ospedalieri di Vicinanza) collocati nel territorio a disposizione dei Medici di Medicina Generale per offrire loro diagnosi e ricoveri di bassa intensità, specie a persone anziane, e specie per assicurare dimissioni protette e ricoveri di sollievo. Di queste strutture ho avuto già modo di discutere più volte (blog http://www.girolamosirchia.org).
  5. Infine non mancano soluzioni innovative di alleggerimento della spesa quali l’obbligo di assicurazione personale (pubblica o privata) per le patologie conseguenti ad attività ludiche o sportive, che non si vede perchè debbano gravare sul Servizio Sanitario Nazionale, l’obbligo di assicurazione personale (pubblica o privata) per la non-autosufficienza (a carico dello Stato per i soggetti indigenti) ed altro ancora.

Le soluzioni sopra elencate sono solo alcuni esempi e devono essere studiate attentamente prima di essere utilizzate. Ma la letteratura internazionale è ricca di spunti e suggerimenti analoghi e non può essere ignorata.

In conclusione, io credo vi sia ampio spazio per rendere più equo ed efficace il nostro Servizio Sanitario Nazionale, per assicurargli un miglioramento continuo ed aggiornarlo per meglio far fronte ai bisogni di salute degli Italiani. Bisogna avere il coraggio di abbandonare le scorciatoie improvvisate e pericolose per avviarsi su percorsi ragionati e validati.

 

 

Perché continuiamo a centrare il Servizio Sanitario Nazionale solo sulla cura?

Uno dei più eclatanti esempi di come l’attuale sanità sia centrata solo sulla cura e trascuri la prevenzione è fornita dall’analisi dei dati di costo – efficacia, che dimostrano ad esempio come il Servizio Sanitario accetti di fornire un trattamento che costa $ 800.000 per QALY guadagnato al tumore polmonare (per allungare la vita di pochi mesi), anziché finanziare i servizi di disassuefazione al fumo e le campagne anti – tabacco che costano rispettivamente meno di $ 5.000 e meno di $ 300 per QALY guadagnato (il QALY è l’unità di misura che significa costo aggiuntivo per anno di vita salvato, aggiustato sulla qualità e che è ritenuto accettabile quando compreso tra $ 25.000 e $ 100.000 per QALY).

E’ tempo di integrare cura e prevenzione finanziandole adeguatamente entrambe: questo è oggi un imperativo etico oltre che economico e non dobbiamo cessare di segnalarlo ai decisori politici, ma anche ai medici e agli ospedali, che hanno il dovere etico – professionale di sostenere le attività di prevenzione.

(Farley JA. When is it ethical to withhold prevention? NEJM 374, 1303-06, 2016)