La malasanità

Il sistema sanitario italiano ha alcune peculiarità che rendono in parte ragione degli sprechi e dei disservizi che spesso appaiono alla ribalta della cronaca.

1.    I poteri di organizzazione e gestione dei servizi sanitari sono prerogativa esclusiva delle Regioni, che non devono rendere conto a nessuno della quantità, qualità e costi dei servizi resi. Inspiegabilmente lo Stato centrale non ha poteri di intervento né su come i servizi vengono organizzati, né sulla loro qualità e quantità. In altri termini le Regioni fungono da controllore e controllato in sanità. Se è ragionevole ammettere che le Regioni adattino alla loro realtà le leggi e le direttive dello Stato centrale, è difficile capire per quale motivo le Regioni debbano legiferare ed emanare leggi a volte in contrasto con quelle nazionali oltre che diverse da Regione a Regione. Nel 2005 il contenzioso tra lo Stato e le Regioni riguardava oltre 500 provvedimenti che giacevano in attesa di giudizio presso la Corte Costituzionale. Questo impianto “federalista” non può che generare nel Paese disuguaglianze che minano alla base il Servizio Sanitario Nazionale per non parlare dei costi delle Regioni, che ancora sono in gran parte imprecisati.

2.    I poteri di organizzare e gestire i servizi sanitari discendono in linea verticale dalla Giunta Regionale ai Direttori Generali delle cosiddette Aziende sanitarie e ai loro dipendenti. Essendo l’impronta politica assai rilevante, si capisce perché questa abbia preso il sopravvento sulla qualità ed il merito delle persone nominate per quei ruoli e come le imprese vicine al potere ottengano la maggioranza degli appalti.

3.    Anche sull’allocazione delle risorse l’autonomia regionale (difesa dalle Regioni in modo esasperato) è pressochè totale e molto andrebbe fatto per controllare meglio i bilanci delle Regioni. Si continua a predicare che la spesa sanitaria in Italia è troppo elevata; essa in realtà con il 7% del PIL è tra le più basse del mondo occidentale, ma certo potrebbe essere più qualificata con meno sprechi e frodi. Le Regioni hanno sviluppato atteggiamenti autonomistici eccessivi. Ogni Regione ha un Centro di Riferimento per il Trapianto, una Banca di Cellule Placentari, ecc., per non parlare di Ospedali, attrezzature sofisticate, sedi di rappresentanza sanitaria in Italia e all’estero, ecc. Gli sprechi sono enormi. E la spending review? Si nota infine che la debolezza dello Stato centrale si traduce in concessioni alle Regioni di spazi di potere sempre più ampi.
Una domanda che dovremmo porci è: “Quanto dei quasi 109 miliardi di Euro che le Regioni spenderanno per il 2012 si tradurranno in servizi sanitari (il cosiddetto value for money) e quanto prenderà altre vie?” Ricordiamoci che i costi della politica non sono solo i finanziamenti ai partiti, gli stipendi dei politici e le auto blu, ma tutto quanto la politica usa per i propri fini anziché per l’utile del Paese. Oggi, con l’avanzare della crisi economica, le Regioni impongono nuove tasse ai cittadini e tendono ad effettuare tagli lineari alle spese per i servizi sociosanitari, senza incidere significativamente sugli sprechi. Si osserva così il paradosso di cittadini che pagano di più per avere di meno, con servizi sociosanitari ridotti di numero e di qualità giacchè i tagli lineari notoriamente penalizzano maggiormente i servizi di maggior complessità e qualità. Cittadini che peraltro non vedono un significativo impegno della politica e della burocrazia a ridurre i propri costi.

4.    La mancanza di un indirizzo organizzativo-gestionale univoco e di controlli sulla quantità e qualità dei servizi sanitari erogati dalle Regioni comporta anche una disuniformità dei servizi resi dalle varie aree del Paese, che risulta iniqua se non anti-costituzionale. Non è un mistero che la migrazione sanitaria tra le Regioni è elevata e non tende a calare.

5.    La cosiddetta aziendalizzazione della sanità italiana ha avuto come unico effetto la concentrazione dei poteri organizzativo-gestionali nelle mani di persone che non conoscono la medicina ed i problemi dei malati e delle loro famiglie. Abbiamo importato negli Ospedali concetti orecchiati dal mondo imprenditoriale, ignorando che le cosiddette Aziende sanitarie non sono Aziende, non operano in un vero mercato, non esiste una concorrenza, non hanno clienti informati e capaci di decidere, ma solo persone che hanno perso la salute e vogliono recuperarla. Il loro interlocutore è il medico esperto e comprensivo, che cercano con ogni mezzo, e che invece di essere come dovrebbe essere il dominus dell’Azienda è relegato a fattore produttivo marginale, mal pagato, non ascoltato, assoggettato al volere di persone che nulla sanno né vogliono sapere di medicina, di sanità, di protezione della salute.
Forse è il caso di ripensare molte delle teorie e degli schemi “strategici” di manager ed economisti. Come diceva Winston Churchill: “Per quanto affascinante sia la strategia, dovresti di tanto in tanto guardare i risultati”.

I medici non sono dei santi e anche tra loro vi è il buono ed il cattivo, l’onesto ed il disonesto. E’ indubbio comunque che oggi essi sono diventati gli unici responsabili della cosiddetta malasanità e devono affrontare rivalse legali e risarcimenti sempre più onerosi. Ma molti cittadini giustamente indignati ignorano che le responsabilità primarie non sono dei medici, ma dell’organizzazione imperfetta che li vede come ultimo anello di una catena di eventi che non possono modificare perché non ne hanno i poteri. Il medico oggi è costretto a difendersi in una situazione che spesso non lo vede più come l’amico del malato, ma come un mestierante non sempre competente, oggetto di scrutinio malevolo della stampa e della magistratura, avido di denaro e poco accessibile al malato e ai suoi familiari. Ci meravigliamo allora che i medici siano demotivati? Ma chi ha generato questo stato di cose? E, ben più importante, come possiamo migliorare? Su quest’ultimo punto ho già più volte espresso il mio parere. Credo che si debba cambiare in modo graduale, ma senza perdere un minuto.

1.    Lo Stato centrale dovrebbe riprendersi il ruolo di promotore del disegno del Servizio Sanitario e di controllore della quantità, qualità e costo dei servizi sanitari erogati dalle varie aree del Paese, procedendo ad applicare azioni correttive quando necessario. E’ inoltre indispensabile che il Servizio Sanitario Nazionale sia uniforme su tutto il territorio nazionale ed eviti di creare iniquità. Allo Stato infine i compiti di valutare la tecnologia medica (health technology assessments), educare la popolazione e promuoverne la salute.

2.    Nelle Aziende sanitarie l’Amministrazione centrale deve delegare ai Dipartimenti (e quindi ai medici) i poteri e le responsabilità di produrre servizi di quantità, qualità e costo pre-negoziati, lasciandoli liberi di organizzarsi al meglio, di scegliere e gestire il proprio personale, di ordinare la spesa. Il Dipartimento ed il suo organismo di direzione, con i dovuti supporti amministrativi e tecnici, risponderanno del loro operato e finalmente i malati saranno curati dai medici invece che da amministratori politicizzati.

3.    Nel Dipartimento, che diverrebbe simile alla Divisione industriale, deve esistere una gerarchia basata sulla capacità e sul merito, che ponga fine all’attuale collettivismo improduttivo, retaggio del passato populista che ha caratterizzato per troppo tempo la nostra sanità. Il personale sanitario non medico deve avere un suo ruolo professionale, ma è impensabile che sostituisca il medico nelle sue funzioni specifiche e deve comunque operare alle dipendenze del medico.

4.    L’Azienda sanitaria deve essere costituita da una rete di servizi di decrescente intensità di cura che include l’Ospedale, le degenze intermedie, i Poliambulatori territoriali gestiti sotto il controllo del medico generalista (Case della Salute) e il domicilio del paziente. Ciò è infatti indispensabile in quanto è il trattamento delle malattie croniche che oggi deve ricevere maggiore attenzione, dato che esse costituiscono più della metà delle patologie odierne. Va rivisto quindi l’attuale impianto basato sull’Ospedale, che aveva senso quando la patologia era prevalentemente acuta. Per quanto riguarda gli Ospedali, poi, è necessario ripristinare la gerarchia che differenzia compiti, caratteristiche nonché retribuzioni tra gli Ospedali locali (o di prossimità) e i presidi di alta complessità (ex Ospedali regionali).

5.    Dobbiamo infine conoscere maggiormente le esperienze sanitarie di successo che hanno luogo in Italia e all’estero, investire nella ricerca sui modelli sanitari e sulle relative sperimentazioni gestionali, disegnare un sistema di aggiornamento dei medici e del restante personale sanitario che dia risultati misurabili e utili ai fini di carriera, disegnare contratti di lavoro dei medici che li riportino ad essere dei professionisti e non dei pubblici impiegati, fornire loro una carriera articolata basata sul merito.

Come si vede il percorso è lungo e certo in salita. Ma cambiare è necessario, anche se difficile. Cambiare non significa capovolgere tutto in poco tempo, ma procedere con prudenza e con pazienza, per avvicinamenti successivi agli obiettivi che ci siamo dati entro un piano ben studiato e ordinato. Come diceva Winston Churchill: “Non tutti i cambiamenti portano a miglioramenti, ma non esistono miglioramenti se non ci sono cambiamenti”.
Io credo che è ora di cambiare: continuare così come è oggi può causare solo danni sul piano dei servizi sanitari, della motivazione e preparazione del personale sanitario, sui costi del sistema, sulla sua equità e sulla soddisfazione dei cittadini.

La gestione delle malattie croniche

La gestione delle malattie croniche (chronic disease management, CDM) è la sfida più grande della sanità del 21° secolo. Il nostro Servizio Sanitario è stato creato per rispondere primariamente alle malattie acute e non è ben attrezzato per rispondere alla cronicità, che ha bisogno non tanto di Ospedali, ma di una medicina territoriale ben collegata alla residenza del paziente, accessibile e disponibile, proattiva, organizzata in una squadra di professionisti (medici generalisti, specialisti, infermieri, riabilitatori,  farmacisti, personale adibito al servizio della persona e della casa) ben collegata ai Reparti Ospedalieri di Geriatria, alle Residenze di Sollievo (RSA per ricoveri temporanei o permanenti), dotati di cartella elettronica dei pazienti e supportati dalla telemedicina. Per ogni paziente una Unità di valutazione multidimensionale deve redigere un piano di assistenza e cura, deve verificarne l’attuazione e gestirlo con personale adeguatamente preparato. Come si vede, si tratta di un’organizzazione e gestione complesse, che ancora sono ferme a modelli sperimentali e quindi non ancora ben definite. Particolarmente difficile è la comunicazione tra i vari professionisti ai vari livelli di cura, tra loro e con il paziente e i suoi familiari. Una simile complessità è anche molto costosa e ciò comporta ulteriori difficoltà. Infine non è più tempo di separare l’aspetto sanitario della assistenza da quello sociale, cosa che è ancora presente in Italia con la sanità affidata alle ASL e l’assistenza affidata ai Comuni.

Per affrontare un problema così complesso credo si debba procedere a piccoli passi, cominciando da due iniziative:

  1. Riformare la medicina territoriale, inserendo quest’ultima in una rete di assistenza e cura di decrescente intensità, che parta dall’Ospedale per arrivare fino al domicilio del paziente, affidando quest’ultimo ad un case manager che lo segue nei suoi spostamenti nella rete, cura la compilazione della cartella elettronica, stabilisce i necessari collegamenti tra i vari momenti, chiede l’intervento dei vari operatori e degli specialisti nei momenti opportuni. In tal modo la gestione quotidiana dei malati cronici non diviene più un insopportabile peso per i medici, che intervengono solo come supervisori, prescrivendo e verificando gli interventi più opportuni. E’ ovvio che la figura del case manager va creata ex novo: una nuova figura professionale che va aggiornata e motivata continuamente, dotata dei necessari poteri per intervenire autorevolmente ai vari livelli.
  2. Oltre alla cura delle malattie croniche conclamate, tuttavia, è indispensabile avviare un’iniziativa ad ampio raggio che prevenga la loro comparsa. Sappiamo, infatti, che una larga parte di queste malattie è prevenibile, e ciò significa oltretutto risparmiare una ingente quantità di risorse: oggi circa 2/3 della spesa sanitaria è infatti assorbita dalle malattie croniche, e nel mondo occidentale cresce progressivamente in modo largamente superiore alla crescita del PIL, così da divenire a breve insostenibile. Il tema della promozione della salute e della prevenzione è stato affrontato per la prima volta in Italia nel 2004 con il Piano Nazionale della Prevenzione e, più recentemente, negli USA con il Patient Protection and Affordable Care Act (2010) (ACA) che, alla Sezione 4103, prevede che per migliorare la salute degli Americani venga eseguita ogni anno una visita medica, una valutazione dei rischi di salute individuali con obiettivi di miglioramento monitorati e la stesura di un Piano Personalizzato di Prevenzione.

La valutazione dei rischi (Health Risk Assessment, HRA) comprende:

  • identificazione di malattie croniche (inclusa l’assuefazione a fumo o droghe);
  • rischi di trauma;
  • fattori di rischio modificabili;
  • urgenti bisogni sanitari;
  • necessità di strumenti per il monitoraggio telefonico o via web, ma anche per misurare la pressione arteriosa, la glicemia o altro.

La visita annuale è diretta agli anziani e mira a prevenire la comparsa o recidive di malattie o disabilità, a promuovere stili di vita salutari (prevenzione primaria), a fare gli screening (prevenzione secondaria).

Si vuole che i pazienti capiscano bene i loro problemi di salute e prendano parte attiva a proteggere il loro benessere. L’ACA sollecita i sanitari a fare ricerca in questo ampio e ancora negletto settore, a raccogliere i dati dei pazienti con l’aiuto dell’elettronica (monitoraggio, registri, ecc.), a valutare gli outcomes nel tempo, a sostenere regolarmente i pazienti in modo proattivo con il counselling, la sollecitazione perché le date del monitoraggio vengano rispettate, l’impegno ad assumere i farmaci prescritti in modo ordinato.

Il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha pubblicato 10 Raccomandazioni pratiche rivolte a tutti gli attori interessati per realizzare questo ambizioso e impegnativo programma (Goetzel RZ et al – A framework for patient-centered health risk assessments. Providing health promotion and disease prevention services to Medicare beneficiaries, 2011. www.cdc.gov/policy/opth/hra/).

Ancora un volta, quindi, è la medicina territoriale che deve giocare un ruolo determinante per contrastare le cronicità. A questa, tuttavia, deve affiancarsi una possente e continua iniziativa centrale di comunicazione e marketing sociale, che sappiamo capace di modificare le abitudini dei cittadini inducendoli a prestare maggiore attenzione alla propria salute e quindi a prevenire i danni delle cronicità.

Si vede da quanto sopra che i due passaggi suggeriti danno corpo anche ad una pratica medica territoriale più ampia e importante dell’attuale, con un servizio ininterrotto e multidimensionale. Una “Casa della Salute” che prende in carico i suoi pazienti cronici e ne risponde.

L’obiettivo ideale è che la medicina di base gestisca e si responsabilizzi sia sugli interventi clinici individuali sia quelli in favore della popolazione (Stine NW, Chokshi DA – Opportunity in austerity. A common agenda for medicine and public health. NEJM 366, 395-97, 2012).

Penso che una sperimentazione gestionale di questo nuovo modello sia opportuna e urgente.

Come contenere e qualificare la spesa nel Servizio Sanitario Nazionale

Alcune iniziative

Alcuni eventi morbosi (traumi da sport, auto, moto, etc.) o di interesse medico-legale (Assicurazioni) potrebbero essere coperti da Assicurazioni controllate dallo Stato e non dal Servizio Sanitario Nazionale (l’incidenza di trauma cerebrale da sport è 3/1000 abitanti in USA nel 2009 – JAMA 7 dicembre 2011, p. 2318). Ciò contribuirebbe a potenziare le Assicurazioni private di malattia riducendo le spese del Servizio Sanitario Nazionale.

Alcuni suggeriscono di:

a)      definire chiaramente la gestione del paziente in Ospedale, che deve essere responsabilità di un Primario Medico, che coordina un team multiprofessionale dedicato operante in un ambito dedicato (Provonost PJ, Marsteller JA – A physician management infrastructure. JAMA 305, 500-1, 2011) e di ottimizzare il numero e il tipo di Ospedali (Smallwood JA – We must reconfigure healthcare providers.  BMJ 343, 1260, 2011);

b)     ridurre all’essenziale i servizi accessori negli Ospedali (pasti, letti, ecc.) rendendo disponibili a pagamento servizi più costosi (modello Ryanair, vedi MacAuley D. If Ryanair ran the NHS – BMJ 343, 1254, 2011);

c)      riordinare la medicina territoriale in modo che i servizi del Medico Generalista attraverso la cooperazione di più medici siano più ampi (aggiungendo ad esempio gli esami ematochimici più semplici, l’elettrocardiografia e l’ecografia), disponibili almeno 16 ore al giorno e facciano parte di una rete collaborativa di medici e strutture diverse, analoga alla ACO (Accountable Care Organization) in USA (www.cms.gov/ACO) e basata sui gruppi collaborativi di cura (O’Malley PG – Collaborative Care and the Medical Home: a good match. Arch. Int. Med. 171, 1428-29, 2011). E’ inoltre consigliabile che i Medici Generalisti lavorino part-time in ambito ospedaliero ai fini del loro aggiornamento;

d)      molto urgente è infine organizzare la gestione dei pazienti cronici (chronic disease management). In Italia questa è assai carente, e si nota in particolare dopo la dimissione dei pazienti dall’Ospedale. E’ giusto che il paziente venga riaffidato al medico generalista, ma non si può pretendere che quest’ultimo sia un esperto in ogni ambito della medicina. E’ quindi indispensabile che lo specialista continui a gestire il paziente insieme al generalista, supervisionando il percorso di diagnosi e cura e suggerendo gli interventi più adeguati. La collaborazione tra i medici dovrebbe iniziare già prima della dimissione e dovrebbe prevedere un colloquio (non solo una nota di epicrisi) tra lo specialista e il generalista per redigere un piano terapeutico individuale del paziente, comprensivo dei controlli periodici. Il piano dovrebbe anche prevedere i solleciti telefonici per gli appuntamenti programmati a cura di un infermiere responsabile (case manager) operante nell’ambito ove il generalista esercita la sua professione. Solo questo tipo di collaborazione consente una adeguata gestione del paziente cronico, che altrimenti, lasciato a se stesso, va incontro inevitabilmente ad un più rapido peggioramento della sua patologia. Si pensi ad esempio come una ipertensione non ben controllata può compromettere la vita di un paziente dimesso dall’ospedale dopo un ictus ischemico.

Prevenzione delle malattie croniche e miglior organizzazione dell’assistenza9. Tra gli strumenti per affrontare meglio l’invecchiamento della popolazione, i seguenti:

a)      miglior prevenzione primaria e precoce (fumo e alimentazione, grassi trans, attività fisica10, sovrappeso11, cadute nell’anziano12);

b)     affidare al geriatra (meglio in un reparto di geriatria con personale adeguatamente preparato) la valutazione e il coordinamento delle cure degli anziani ricoverati in ospedale o afferenti agli ambulatori (Ellis G et al – Comprehensive geriatric assessment in emergency admission – BMJ 343, 1034, 2011 e BMJ 343, 1029-30, 2011 – Editoriale);

c)      telemedicina per i cronici a casa;

d)      evitare la frammentazione del finanziamento (sanitario diviso dal sociale) [1a Conferenza della Commissione Europea, maggio 2011 – BMJ 343, 53-54, 2011 (vedi anche pp 62-63)].

Diversi Stati hanno deciso una franchigia per tutte le prestazioni sanitarie (ticket) incluso il Medico di Medicina Generale, i test diagnostici ed i farmaci proprietari, magari per redditi superiori a 20.000 €/anno.

Ridurre gli sprechi (vedi BMJ 4/6/2011, JAMA luglio-agosto 2011 e all. Porter p. 11, 12):

Ridurre gli errori sia in reparto che in ambulatorio (JAMA 306, 2504, 2011);

Ridurre le cause della medicina difensiva (responsabilità del medico1); è stato rilevato ad esempio che circa 1/3 della spesa per bioimmagine in ortopedia è effettuata dagli ortopedici USA per evitare l’accusa di negligenza e la relativa richiesta di danni. (Roehr B, BMJ, 19 feb 2011, p. 404);

Potenziare l’uso di farmaci generici e controllarne i costi e la qualità;

Potenziare l’educazione sanitaria e l’adozione di stili di vita salutari, concentrandone la responsabilità al Ministero della Salute.

Secondo le nuove Linee Guida etiche dell’American College of Physicians, visto che:

1)     la società non può permettersi di offrire ai pazienti accessi illimitati (e scelte illimitate) al Servizio Sanitario;

2)     vi sono inoltre sprechi consistenti sotto forma di:
– non aderenza alle Linee Guida
– variabilità elevate nelle modalità di cura
– errori prevenibili
– ospedalizzazioni non necessarie, i medici devono assumersi l’onore e l’onere di erogare “cure parsimoniose”, che operino per il bene del paziente e della società, intesi anche come risorse economiche provenienti dalle tasche dei contribuenti (Neumann PJ – What we talk about when we talk about health care costs. NEJM 366, 585-86, 2012).

Applicare accise significative a prodotti quali tabacco2, alcool3, bibite zuccherate4, grassi saturi e trans5), incentivando nel contempo l’uso di fibre alimentari (verdura e frutta)6.

Attivare aziende sanitarie costituite da reti di erogatori di servizi a crescente intensità di cura con un pagamento al personale (compresi i Medici Generalisti) che prevede anche la voce quantità e qualità delle prestazioni erogate oltre che il bilancio della rete – azienda (funzione variabile). La rete – azienda (analoga alla ACO statunitense) deve essere libera di scegliere e cambiare i partners. E’ importante che la convenzione con la ASL dei singoli Medici Generalisti venga sottoposta a rinnovo ogni 5 anni in base ad una valutazione sistematica di performance (quantità, qualità oggettiva e percepita e costi del servizio erogato) ad opera di medici ispettori della ASL. Anche  la ricettazione va migliorata prevenendo gli abusi; ciò può essere fatto con la formula “1 ricetta 1 fustella” e tramite valutazione delle prescrizioni da parte del medico ispettore della ASL.

Avviare un tipo di aziendalizzazione diverso dall’attuale, che emargina i medici e i loro rapporti/responsabilità interpersonali nel nome dell’integrazione organizzativa e del profitto economico (Fumagalli A – Livelli di responsabilità nella pratica professionale. Aggiornamenti Sociali 212-221, marzo 2012). I poteri e le responsabilità dovrebbero essere trasferiti dalla Direzione Generale ai Dipartimenti e ai Primari dei singoli reparti o aree di diagnosi e cura onde evitare che le scelte delle Direzioni contrastino con gli interessi dei pazienti e dei medici nel nome dell’efficienza aziendale e del pareggio di bilancio. Si tratta in altre parole di implementare finalmente la clinical governance ossia quell’ordinato insieme di strumenti e processi organizzativi e gestionali finalizzato al miglioramento continuo della performance (intesa come quantità, qualità e costo dei servizi sanitari erogati) che sono di esclusiva competenza dei medici (Degeling PJ et al – Making clinical governance work. BMJ 329, 679-81, 2004).

Avviare la misura del valore delle cure (outcomes e costi per il ciclo di cura vedi Porter ME – NEJM 363, 2477, 2010, incluse le appendici 1 e 2) 7.

Il Ministero della Salute deve monitorare la quantità e la qualità dei servizi sanitari erogati dalle singole ASL del Paese per poter applicare eventuali misure correttive8.

Dare i grandi Ospedali in gestione ai privati (vedi BMJ 3 dic 2011, pp 1142 e 1152) allo scopo  di rendere più efficiente la gestione, ma anche per ridurre almeno in parte l’invadenza della politica nella sanità pubblica e il sottogoverno, con particolare riguardo alle nomine basate non sul merito ma sull’appartenenza partitica. Tuttavia se gli Ospedali sono accreditati e quindi finanziati con fondi pubblici, è indispensabile che il controllo pubblico sia tale da non lasciare spazio ad illeciti o comunque a comportamenti non etici, prevedendo in quest’ultimo caso anche sanzioni assai severe.

Assicurazione privata o pubblica volontaria sulla vecchiaia simile a CLASS (JAMA 306, 760-61, 2011) in USA, che copre fino ad un tetto di € 100.000 per il periodo 70 anni fino alla morte, o simile alla Dilnot Commission in Gran Bretagna13, oppure assicurazione obbligatoria sul modello tedesco.

Note:

1.  Responsabilità dei medici per colpa grave (non dolosa):
– più spesso la colpa non è del medico, ma dell’organizzazione imperfetta del sistema in cui egli opera, quindi solo procedimento civile (non penale);
– composizione bonaria, extragiudiziale, con possibilità di appello;
– risarcimento a carico di un fondo regionale a cui contribuiscono Stato, Regioni, Ospedali, singoli medici, con un tetto massimo di indennizzo (riparazione più morale che materiale).
Analogia con quello della L. 210 per i danni da trasfusione (indennizzo e non risarcimento).
Se le Regioni scelgono di non gestire il fondo in proprio e si affidano ad una Assicurazione che copra il rischio di risarcire la colpa grave, il Prof. Paolo D’Agostino suggerisce di verificare che il sinistro possa essere aperto non quando inizia l’azione di rivalsa, ma ogni qualvolta l’assicurato lo ritenga opportuno in vista di un pericolo che si affacci all’orizzonte, giacchè intercorrono anni tra l’inizio dell’azione di rivalsa e la conclusione del giudizio; nel frattempo cambiano gli assicuratori e i vertici degli Ospedali, cosicché nessuno più copre il medico e questi è costretto a rispondere in proprio. Per lo stesso motivo è assai consigliabile che il medico costituisca con atto notarile un fondo patrimoniale che tuteli la sua famiglia dal rischio di essere spogliato di ogni avere.

2.  Si stima che in Italia l’uso del tabacco causa circa 70-80.000 morti l’anno in più e una perdita economica di € 18 miliardi l’anno. (MMWR 51, 300, 2002).
Un documento dell’US Campaign for Tabacco-free Kids e dell’American Heart Association ritiene che l’innalzamento di 1 US $ di accise per pacchetto di sigarette in USA indurrebbe 1,2 milioni di fumatori adulti a smettere e consentirebbe un risparmio della spesa sanitaria di $ 52,8 miliardi (Lancet 375, Feb. 20, 2010).
Dopo i 35 anni, ogni anno di fumo riduce di 3 mesi l’aspettativa di vita.
(Doll R et al – BMJ 328, 1519, 2004)

3.  In UK è stato calcolato che se il prezzo minimo per unità di alcool fosse di 0,5 sterline (provvedimento che sarà presto emanato per legge), il Paese risparmierebbe 3.393 morti, 97.900 ricoveri ospedalieri, 45.800 crimini, 296.900 giornate di lavoro per un totale di 15 miliardi di sterline in 10 anni.
(Coltart CEM, Gilmore IT – Minimum alcohol pricing in England – BMJ 342, 449-50, 2011).

4.  L’esperienza indica che l’accisa è la tassa più idonea (1 centesimo per grammo di zucchero aggiunto per le bevande zuccherate, pari a circa il 20% di aumento del prezzo per lattina) perché più facile da incassare, meno dipendente dalle strategie di prezzo dell’industria e aggiornabile periodicamente in base all’inflazione.
L’effetto dell’accisa sui consumi si stima valutando “l’elasticità del prezzo”, ossia la variazione dei consumi generata dall’aumento del prezzo. Nel caso delle bevande zuccherate, questa si aggira intorno ad 1: ossia per ogni 10% di aumento del prezzo si ha una diminuzione del 10% del consumo.
Le risorse reperite con l’accisa sono molto consistenti (in USA circa $ 15 miliardi per il primo anno) e possono essere utilizzate per sostenere l’alimentazione corretta dei giovani.
(Brownell KD et al – The Public health and economic benefits of taxing sugar-sweetened beverages – NEJM 361, 1599-05, 2009).

5.  Gli acidi grassi trans riducono l’HDL colesterolo e aumentano l’LDL-C, che a sua volta determina un aumento del rischio di accidenti cardiovascolari. Si stima che in UK i grassi trans determinano ogni anno 11.000 attacchi cardiaci e 7000 morti evitabili.
Uno studio del 2006 in USA ha provato che l’assunzione di 5g di grassi trans al dì si associa ad un aumento del 23% di ischemie cardiovascolari.
(Coombes R – Trans fats: chasing a global ban – BMJ 343, 506-509, 2011)
“The best way is to make healthy eating the default option by reduction of salt, fat and sugar, and the banning of trans fat”.
(R. Colagiuri, Vice President Int. Diabetes Fed. Quoted in BMJ 10 sept 2011, p. 343)

6.  Le fibre alimentari sono la parte commestibile dei vegetali e sono carboidrati solubili (es. pectina della frutta) o insolubili (es. cellulosa della crusca) che resistono alla digestione e all’assorbimento da parte del piccolo intestino crasso.
(Dietary Fiber Definition Committee, AACC International, St Paul MN, p 112-126, 2001)
Si ritiene che l’ingestione di fibre riduca il rischio di diabete, malattia coronarica, obesità e forse alcuni tumori, giacchè è noto che esse:
– migliorano la motilità intestinale;
– aumentano l’escrezione di acidi biliari;
– abbassano il tasso di colesterolemia;
– rallentano l’assorbimento del glucosio;
– abbassano la pressione arteriosa;
– promuovono la perdita di peso corporeo;
– inibiscono la perossidazione dei lipidi;
– mostrano proprietà antinfiammatorie;
– riducono il rischio di morte totale del 9-43% specie se provenienti da cereali o frutta.
(Anderson JW et al – Health benefits of dietary fibers – Nutr.Rev. 67, 188-205, 2009)
(Park Y et al – Dietary fiber intake mortality in the NIH-AARP diet and health study –
Arch Int Med 171, 1061-68, 2011).

7.  Il valore in sanità è un rapporto tra gli outcomes di una patologia ben definita (es. diabete), corretto per il rischio di altre concomitanti patologie, per il ciclo di cura (oppure di patologie omogenee per la prevenzione) e quindi nel tempo, diviso i costi globali. Oggi questo non viene misurato e in sua vece si determina:
– non gli outcomes, ma l’aderenza ai processi raccomandati;
– i risultati per Dipartimento (troppo piccolo) o per Ospedale (troppo grande) e non per ciclo di cura;
– non si misura l’outcomes del singolo paziente valutandone i costi per servizi integrali, ma solo per singola prestazione.

8.  Nel Regno Unito sono stati pubblicati di recente i 60 indicatori che verranno utilizzati per misurare la performance degli erogatori di servizi socio-sanitari (NHS Outcomes Framework 2012-13 is available at www.dh.gov.uk/en/Publicationsandstatistics/Publications/PublicationsPolicyAndGuidance/DH_131700).

9. Nelle malattie croniche gli interventi possono essere di due tipi.
a) Curare gli individui che sviluppano la malattia;
b) prevenire per ritardare la malattia tramite interventi quali:
– migliorare con l’informazione i comportamenti della popolazione circa l’alimentazione ed il movimento fisico(counselling da parte del MMG, luogo di lavoro, ecc.);
– misure fiscali, quali accise sui cibi non salutari (grassi saturi e trans, zuccheri) e ridurre il prezzo di cibi ricchi di fibre (vegetali e frutta);
– misure regolatorie, per migliorare l’informazione circa il contenuto nutrizionale dei cibi e limitare la pubblicità dei cibi confezionati specie se rivolta ai bambini.
Nel campo della prevenzione bisogna usare diverse strategie combinate tra loro per la lotta al tabacco, al sale, all’ipertensione e all’ipercolesterolemia. Questa implementazione di misure di salute pubblica combinate e coordinate è cost-effective e rappresenta il miglior modo di affrontare la preoccupante e rapida crescita di malattie croniche e dei relativi costi, determinando ingenti risparmi sul medio e lungo termine.
È importante però che le misure prese non generino iniquità a danno delle persone meno abbienti, giacchè queste più di altre subiscono gli effetti regressivi delle tasse.
(Cecchini M, Sassi F, Lauer JA, Lee YY, Guaiardo – Barron V, Chrisholm D – Tackling of unhealthy diets, physical inactivity and obesity: health effects and cost-effectiveness – Lancet 376, 1775-84, 2010).

10.
La percentuale di morti attribuite all’inattività fisica e alle sue conseguenze (ipertensione arteriosa, obesità) è stimata in 6%. (BMJ 22 ott 2011). Contrastare l’inattività fisica è difficile. Perché il movimento fisico diventi popolare sono necessari:
– i campioni (leaders di comunità) che danno l’esempio e invitano ad impegnarsi;
– gli istruttori di attività fisica che gestiscono gruppi di movimento e stimolano i partecipanti (tipo weight watchers);
– una ininterrotta campagna di informazione e di marketing sociale;
– una convinta e continua azione interpersonale dei medici generalisti.

11. Alcool, grassi animali, formaggio, sono particolarmente calorici. Anche le patate, pane bianco, dolci, zuccheri e alcolici hanno un potere calorico tra loro simile ed elevato; essi aumentano il peso corporeo (Mozaffarian et al. – NEJM 365, 1059, 2011).

12. Valutazione degli anziani.
La valutazione dell’attività fisica nell’anziano può essere fatta in due modi:
– da seduto, si alza percorre 3 metri, poi ritorna alla sedia e si siede: più di 12 secondi denuncia un maggior rischio di cadute (Close JCT, Lord SR – Fall assessment in older people – BMJ 343, 579-82, 2011);
– dalla posizione in piedi percorre 4 metri: se la velocità è > 1 m/s il soggetto è in buona forma fisica, se inferiore a 0,8 m/s il soggetto è in condizioni non buone.
Questo test indica quali sono i pazienti biologicamente anziani, che hanno bisogno di valutazione e assistenza geriatrica e sono a maggior rischio di ridotta sopravvivenza e ospedalizzazione.
La velocità di andatura (gait speed) può perciò essere considerata un “parametro vitale” o marcatore globale dello stato di salute per gli anziani che non presentano disabilità funzionali pre-esistenti (Studisky S et al – Gait speed and survival in older adults – JAMA 305, 50-58, 2011 – Editoriale p. 93-94).

13. Social Care in Gran Bretagna: proposta Dilnot.
– Non ci sono tasse nuove per la comunità.
– Ogni individuo che abbisogna di assistenza paga con a) la pensione, b) il patrimonio se ne ha e con un tetto di € 40.000 per avere il trattamento di base (vitto e alloggio).
– Lo Stato mette circa € 2 milioni/anno per le persone che non hanno quanto sopra. (Henwood M. Review of funding for social care in England – BMJ 343, 56, 2011).
Assicurazione per le cure di lungo termine della vecchiaia sul modello tedesco (Bull. World Health Organization 90, 6-7, 2012).

La nuova comunicazione in sanità

Nonostante i grandi progressi compiuti in questi decenni dalla moderna medicina, non è sufficientemente aumentata la sua capacità  di affrontare i problemi emergenti in campo sanitario (salute mentale, obesità, abuso di sostanze) e di trovare risposte adeguate al trattamento delle malattie croniche.

Aumenta il consumismo sanitario, il contenzioso fra medico e paziente, e sono sempre più numerosi i cittadini che non si attengono alle raccomandazioni fornite dalla medicina ufficiale e preferiscono rivolgersi alla medicina alternativa. Ciò significa che la maggior disponibilità di informazioni mediche non è servita in generale ad aumentare la conoscenza e la consapevolezza del pubblico. Anzi sembra contribuire spesso a confondere le idee. Pregiudizi e nuove teorie, talora  prive di basi scientifiche, diventano di pubblico dominio prima ancora che l’autorità sanitaria si sia pronunciata in proposito. I programmi televisivi poi, per assicurarsi un alto indice d’ascolto, sono portati a fare spettacolo e a tal fine privilegiano o accentuano le controversie, i dubbi, le polemiche. Mettere sullo stesso piano persone esperte, portatrici di conoscenze mediche corrette e documentate, e altre che non hanno competenza, e nei casi peggiori riferiscono notizie false, può avere conseguenze deleterie sul pubblico. Lo spettatore rischia di schierarsi con l’interlocutore più brillante, coinvolgente, simpatico e perché no? più piacente che non è necessariamente il più preparato e corretto. Non va meglio sulla stampa, dove spesso si trovano articoli, interviste, dichiarazioni fatte da persone che non hanno la preparazione e l’esperienza per affrontare argomenti che possono avere ricadute importanti sulla vita di ognuno. Anche l’accesso a Internet, che accanto a documenti ufficiali contiene notizie episodiche provenienti da fonti non verificabili, diventa un’arma a doppio taglio e, in mani poco esperte, contribuisce alla disinformazione. Ciò è particolarmente grave e diseducativo quando si affrontano temi vitali per la gente, come quelli che attengono alla salute.

Un esempio è costituito dalle vaccinazioni. Numerose le dichiarazioni,  gli interventi, gli articoli di persone che in nome della libera scelta e di una non meglio precisata pericolosità sconsigliano le vaccinazioni nei bambini con il risultato che, nonostante le raccomandazioni  delle autorità sanitarie, un numero sempre crescente di genitori decide di privare i loro bambini di una difesa di fondamentale importanza, esponendoli inutilmente a gravi malattie. Non va meglio su Internet, dove ipotesi strampalate e report falsi o non documentati sulla non sicurezza dei vaccini diventano di pubblico dominio e vengono accolte come veritiere semplicemente per essere rimbalzate ripetutamente sui siti web.

A tutto ciò si aggiunge una pubblicità assordante sui temi della salute e del benessere, alla quale non si contrappone una efficace comunicazione da parte dell’autorità sanitaria e della medicina ufficiale, chiusa nella sua “turris eburnea”, spesso incapace di dialogare con un pubblico sempre più esigente e diffidente, con opinioni talora errate difficili da scardinare.

Anche la letteratura più recente che si occupa di comunicazione sui temi della salute sottolinea la necessità di trovare nuove forme di comunicazione che coinvolgano i cittadini in modo più efficace delle informazioni oggi largamente disponibili sui media e in Internet.

Come uscire da questa situazione?

Il marketing sociale

Ancora una volta è la tecnica pubblicitaria a venirci in aiuto. Da qualche decennio ha preso avvio una nuova disciplina, il marketing sociale, che di recente è stato applicato proprio in ambito sanitario.

Innanzitutto, cosa si intende per marketing sociale? Una utile definizione è quella suggerita da A. Andreason (1), ossia “l’applicazione delle tecnologie del marketing commerciale attraverso l’analisi, pianificazione, realizzazione e valutazione di messaggi destinati a influenzare i comportamenti del pubblico al fine di migliorare la salute del singolo  e quella dell’intera società “

Il presupposto è che dati e argomentazioni scientifiche sono fattori importanti ma non sufficienti a incidere così pesantemente sugli stili di vita dei cittadini, serve dell’altro. Da Aristotele in poi, una ricca letteratura dimostra che la persuasione del popolo non si ottiene solo con argomenti razionali e dati scientifici (logos) ma questi devono essere comunicati con messaggi capaci di suscitare attenzione ed emozione (pathos), trasmessi da testimoni che godano della fiducia popolare (ethos). Questa strategia viene applicata nella campagna vaccinale dello Stato di Washington con l’obiettivo di convincere i genitori che per salvaguardare la salute dei loro figli dovevano sottoporli  a vaccinazione (2).

Lo spettacolo educativo ‘entertainment education’

Un messaggio per essere efficace deve essere in grado di catturare l’attenzione del pubblico e  coinvolgerlo a tal punto da spingerlo a cambiare le sue abitudini.

Per ottenere questo risultato  gli esperti suggeriscono di utilizzare l’esperienza e la storia clinica dei pazienti. Molti studi hanno dimostrato che il vissuto di un paziente risulta molto più convincente della presentazione asettica dei suoi dati clinici.

Da qualche anno numerose sono le segnalazioni di iniziative in questa direzione.

”The soap opera that saves lives” (3) il titolo di un articolo riportato sul BMJ nel maggio 2008, che descrive il successo ottenuto in Sud Africa da una serie televisiva promossa da Soul City, uno dei migliori esempi nel mondo di programmi di ‘entertainment education’ realizzati grazie al coinvolgimento di attori e personale medico.

Sempre sul BMJ (4) la segnalazione che la revisione di oltre 40 anni di programmi televisivi di medicina ha evidenziato la tendenza a ridurre  il tempo degli interventi degli esperti privilegiando lo spazio dedicato alla storia di pazienti e testimonianze dei loro parenti, con il relativo carico di tensioni ed emozioni.

L’esigenza di coinvolgere emotivamente la gente è particolarmente sentita nell’ambito delle malattie croniche dove il trattamento dei  pazienti, come sottolinea ancora una volta il BMJ (5) in un articolo del marzo 2009, richiede ben di più della sola terapia medica.

Del tutto recentemente alcuni autori  hanno sottolineato l’importanza di ricorrere a forme popolari di intrattenimento (Entertainment Education Approach) come serie televisive, video games, mimi, rappresentazioni teatrali, filmati, cortometraggi, per trasmettere messaggi capaci di cambiare gli stili di vita.

Alan Andreasen (6) ritiene questo approccio assai efficace per emozionare e coinvolgere un pubblico di non addetti, anche se queste modalità di comunicazione sono più dispendiose e richiedono budget più sostanziosi.

Informazione sanitaria: l’esperienza del Policlinico

Il Centro trasfusionale della Fondazione IRCCS Ca’Granda Ospedale Policlinico di Milano e la sua Associazione “Amici del Policlinico della Mangiagalli Donatori di Sangue” perseguono questa finalità fin dagli anni ’80 con la realizzazione del notiziario “Notizie Brevi” destinato ai donatori di sangue, le pubblicazioni divulgative “Storia di una goccia di sangue” e “Il mio amico sangue”, e la produzione di materiale informativo per gli studenti, commentato da esperti del Centro in incontri vis a vis. Da allora diversi sono i supporti usati per informare questi ultimi, e l’attività del Centro trasfusionale ha coinvolto progressivamente un numero sempre maggiore di scuole medie superiori e di università milanesi.

A partire dal 2003 l’IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico di Milano organizza incontri medico-scientifici (La salute. Parliamone insieme) aperti alla cittadinanza su temi medici di interesse generale, con la partecipazione di 4-5 dei massimi esperti della materia trattata, provenienti principalmente dall’Ospedale Maggiore ma anche dagli altri IRCCS di Milano, scelti da un apposito comitato scientifico.

All’inizio erano lezioni frontali seguite dalle domande del pubblico, tenute mensilmente alle ore 18.00 presso la Fondazione Cariplo.

Nel 2005, in collaborazione con la facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano abbiamo iniziato il ciclo “Ricerca e Cura” presso l’Aula Magna dell’Università sperimentando la modalità del talk show: introduzione, domande agli esperti, commento e domande del pubblico.

Da due anni a questa parte, in collaborazione  con l’Università degli Studi, con il supporto della Fondazione Cariplo, abbiamo iniziato un nuovo ciclo intitolato “Medicina in teatro. Casi clinici in scena” caratterizzato dalla messa in scena di casi clinici reali, seguiti da approfondimenti da parte degli esperti e interventi del pubblico.

Medicina in teatro. Casi clinici in scena ovvero l’uso del teatro a scopo educativo

I nostri medici ci forniscono la descrizione dettagliata di un caso clinico. Il testo viene passato agli studenti del master in nuovi linguaggi della comunicazione di Fondazione Accademia di Comunicazione che scrivono la sceneggiatura. Il testo viene rivisto con i medici in apposita riunione e la rappresentazione (della durata di circa mezz’ora) apre l’incontro. La messa in scena, che prevede spesso la presenza di medici nella parte di counseling ai pazienti-attori, è seguita da commenti e  approfondimenti sul tema trattato con mie domande agli esperti. Alla fine degli interventi del pubblico.

Questa modalità di comunicazione è una versione moderna di quanto avveniva  nella didattica della Clinica medica dove il responsabile del Reparto durante “il giro”, alla presenza degli studenti, presentava ogni singolo caso al direttore; seguiva un’accurata visita medica e la  lezione vera e propria del Clinico Medico, che ancora n   storie cliniche che mettono in risalto il vissuto dei pazienti, i risvolti umani della malattia, il ruolo di familiari ed amici, la comunicazione medico-paziente. Un caso medico così presentato non viene dimenticato facilmente, ma rimane impresso nella memoria e riesce a influire sui comportamenti di ognuno.

Dopo circa due anni possiamo convenire che con “Casi clinici in scena” è nato un nuovo modo di “comunicare la salute” ben più incisivo e convincente, che accanto al rigore scientifico usa lo strumento del coinvolgimento emotivo per fare una corretta informazione e promuovere più salutari stili di vita..

Questo approccio sta facendo breccia anche nel nostro Paese.

Per la sua “modalità originale” Casi clinici in scena è risultato il secondo progetto segnalato dalla Giuria nella V Edizione del Concorso ‘Marketing Sociale e comunicazione

per la salute’, concorso nato con l’obiettivo di ‘dare visibilità alle iniziative che si sono maggiormente contraddistinte per lo spirito creativo e il carattere innovativo nella promozione della salute’.

Gli ultimi temi trattati:

Problemi di pelle

A bocca aperta

Staminali: presente e futuro

Quando la vista si offusca

Fegato a pezzi

Le malattie del sangue

La risposta del pubblico

Inutile dire che questo nuovo modo di affrontare temi di medicina,  dove il racconto, l’ascolto, l’immagine e il messaggio diventano gli strumenti privilegiati, è assai gradito al pubblico che viene più facilmente attratto da storie cliniche che mettono in risalto il vissuto dei pazienti, i risvolti umani della malattia, il ruolo di familiari ed amici, la comunicazione medico-paziente.

L’esperienza in questi anni e il successo riscontrato hanno permesso una facile fidelizzazione del nostro target e la costituzione di un database aggiornato a cui inviare le agende di promozione delle attività, qualora richiesto, approfondimenti sull’argomento.

Gli incontri in Aula Magna registrano un’ affluenza di circa 350-400 presenze, con punte di oltre 500 in occasione di argomenti particolarmente interessanti e d’attualità.

Il cortometraggio come veicolo di comunicazione sociale

Del tutto recentemente lo strumento più utilizzato è divenuto il cortometraggio, che si presta più facilmente ad una maggiormente diffusione ed è un supporto informativo disponibile anche ripetutamente in quanto in formato elettronico visibile su youtube.

Grazie alla fortunata coincidenza di esser venuti in contatto con Nicola Liguori, presidente di Corti & Cigarettes (l’Associazione che organizza il Festival Internazionale del Cortometraggio), è nata l’idea di realizzare una seri di  cortometraggi su temi di rilevante interesse sociale (donazione di sangue, donazione degli organi, fumo, abuso di alcool, ecc) da utilizzare nelle scuole, nelle comunità, nelle sale cinematografiche prima della proiezione dei film e, auspicabilmente, in TV.

La Fondazione Il Sangue e la Fondazione Trapianti di Milano hanno già realizzato 2 cortometraggi su donazione di sangue e di organi.

Il primo, dal titolo evocativo ROSSO VIVO, del 2011, si proponeva di promuovere la donazione di sangue, sempre problematica soprattutto nelle grandi città. ROSSO VIVO è felicemente decollato, oltre che per la disponibilità del professor Franco Mandelli di Roma, attuale presidente di AIL – Associazione Italiana contro le Leucemie, Linfomi e Mieloma onlus (che interpreta ovviamente il ruolo di ematologo), grazie al coinvolgimento della regista Annamaria Liguori, che ha lavorato con i più importanti registi di Cinecittà e della televisione, di Tommaso Ranchino, presidente dell’Associazione Meltin’Pot e di Nicola Liguori, direttore del Festival del Cortometraggio, che hanno ottenuto la partecipazione gratuita di ben 11 attori. La canzone di chiusura ‘Un giorno bellissimo’ è stata concessa gratuitamente da Francesco Renga.

La trama – Il cortometraggio ‘Rosso Vivo’ racconta la storia di Matteo (Lorenzo Balducci) un ragazzo che scopre di essere affetto da una forma di leucemia acuta. La diagnosi gli viene comunicata in prima persona dal professor Mandelli (per la prima volta sullo schermo), da lui interpellato per una inspiegabile e persistente debolezza. Il professore lo rassicura sulla possibilità di guarigione, ma sottolinea la necessità di un ricovero immediato per la terapia del caso che prevede anche un trattamento trasfusionale adeguato, reso più complicato dalla relativa rarità del gruppo sanguigno di Matteo. Parallelamente, all’interno di un’aula universitaria, un professore (Pino Quartullo), donatore di sangue periodico, riceve una convocazione urgente da parte del Centro trasfusionale del Policlinico Umberto I di Roma proprio per le necessità trasfusionali del ragazzo leucemico. Il professore decide di recarsi a donare al termine della lezione, coinvolgendo anche un gruppo di studenti che lo accompagnano al Centro trasfusionale. Lì una delle studentesse (Emilia Verginelli) scoprirà con grande dispiacere di non potere donare perchè sottopeso, e convincerà il suo ragazzo (Marco Iannone) a farlo nonostante l’iniziale ritrosia del giovane. Il filmato termina con l’immagine di Matteo che, guarito, torna a nuotare in piscina.

‘Rosso Vivo’ è stato presentato in anteprima alla città di Roma in Campidoglio il 15 settembre e ha partecipato fuori concorso al Festival del Cortometraggio che si è tenuto il 18 settembre presso la Casa del Cinema a Villa Borghese. Da qualche mese ‘Rosso Vivo’ è anche sul web.

Con il nuovo cortometraggio, E LA VITA CONTINUA,  si pone alla pubblica attenzione un altro tema di grande attualità: la donazione degli organi.

La trama – Lorenzo è un giovane laureato in filosofia, che d’estate lavora come bagnino. Emilio è un noto attore che soffre di una grave patologia epatica. Le loro vite s’incrociano in maniera al contempo tragica e meravigliosa,attraverso la donazione dell’organo del ragazzo improvvisamente scomparso a causa di un incidente con la moto.

Attraverso la sensibilizzazione che il migliore amico di Lorenzo, Adriano,un giovane speaker radiofonico, mette in atto nei confronti della famiglia, inizialmente contraria, e al lavoro del personale NIT, che coordina i trapianti nel nostro Paese da ormai 30 anni con risultati eccellenti, i familiari di Lorenzo acconsentono alla donazione degli organi. Grazie a questo gesto generoso, Emilio dopo una estenuante attesa, sempre sostenuto dalla moglie Giovanna e dal figlio Sandro, torna a vivere e a regalare al pubblico la sua arte e alla sua famiglia la passione per la vita.

Nel tramonto di Lorenzo, c’è una nuova alba per Emilio, che lo fanno sopravvivere eternamente grato a chi ha compiuto un gesto che regala la vita: la donazione degli organi.

Un cortometraggio sui trapianti, sulla donazione di organi, ma soprattutto sulla voglia di vivere.

Interpreti principali: Ricky Tognazzi, Enzo De Caro, Ludovico Fremont, Laura Lattuada, Andrea Dianetti.

La regia di Pino Quartullo affronta il tema della donazione degli organi in modo nuovo ed originale in un cortometraggio che, grazie alla brillante sceneggiatura, al cast di altissimo livello, alla fotografia

avvincente ed emozionante, saprà attrarre ed emozionare, ne siamo certi, un pubblico sempre più esigente e partecipativo, attento alle tensioni e alle esigenze del nostro tempo.

Il cortometraggio E LA VITA CONTINUA, sarà girato a Roma nel mese di aprile.

Un nuovo progetto

L’idea è ora quella di realizzare un cortometraggio contro il fumo di tabacco. Mentre i tradizionali messaggi puntano sui danni alla salute derivanti dal fumo, che vengono sistematicamente ignorati soprattutto dai giovani, in questo cortometraggio vogliamo  tentare un nuovo approccio, mettendo in luce le strategie messe in atto dalle aziende produttrici per convincere sempre nuovi pubblici (soprattutto giovani e giovanissimi) ad iniziare o continuare a fumare.

Il fumo di tabacco

Malgrado si conoscano da alcuni decenni i danni provocati dal tabacco, la percentuale di fumatori diminuisce molto lentamente. Stante l’elevato valore attribuito alla salute delle popolazioni occidentali, questo fenomeno stupisce non poco. Ancora di più stupiscono però le cause che lo determinano. Esse consistono principalmente nell’abilità dei produttori di sigarette di bloccare gran parte delle iniziative che possano ostacolare le vendite di tabacco sia per via normativa che in ambito legale (rivalse dei danneggiati dal fumo), ma anche di attuare abili strategie di marketing capaci di creare modelli sociali gioiosi per i giovani e di occultare gli effetti nocivi del fumo. Tra le varie azioni attuate dalle Aziende produttrici di sigarette, alcune sono elencate di seguito (Proctor R.N. – Golden Holocaust: Origins of the Cigarette Catastrophe and the Case for Abolition. University of California Press, 2012):

  • Œnegare il potere del fumo di arrecare danni e assuefazione
  • finanziare “ricerche” atte a creare controversie sui danni alla salute del fumo
  • Žrealizzare sigarette che apportano nicotina in modo da assuefare più facilmente i nuovi fumatori e rendere più difficile la cessazione
  • rassicurare falsamente i fumatori circa i rischi del fumo (vedi la produzione di sigarette con filtro o di tipo leggero)
  • promuovere il fumo negli adolescenti

A questo va aggiunto un grande impegno di uomini e pezzi per “rapportarsi” a giornalisti, politici, scienziati e acquisirne la benevolenza (allegata lettera riservata della responsabile di Philip Morris Italia, Amelia Regina, a David Greenberg del 24 agosto 1992 circa gli obiettivi di business).

Proctor propone di abolire il fumo, vietando la produzione delle sigarette. Ciò forse potrà essere realizzato in futuro allorché diventi disponibile un farmaco capace di eliminare l’assuefazione in modo semplice ed efficace. Per il momento sarebbe sufficiente che:

a) vengano proibiti gli additivi (usati per mascherare la sgradevolezza dei prodotti della combustione del tabacco) e dannosi alla salute (Wertz M.S., Kyriss T., Paranjape S., Glantz S.A. – The Toxic Effects of Cigarette Additives. Philip Morris’ Project Mix Reconsidered: An Analysis of Documents Released through Litigation. PLoS Medicine, 8, 12, e1001145, 2011)

b) il tasso di nicotina nel tabacco sia drasticamente ridotto così da ridurre l’assuefazione

c) la sgradevolezza del fumo venga aumentata aumentando l’alcalinità del fumo di tabacco.

La sceneggiatura di questo nuovo cortometraggio è in fase di realizzazione, ma ancora non sono stati reperiti i fondi necessari.


Conclusioni

La comunicazione in ambito sanitario e soprattutto la possibilità di modificare attraverso quest’ultima i comportamenti dei cittadini sta subendo una evoluzione epocale, grazie anche ai nuovi strumenti oggi disponibili.

Nel nostro Paese le nuove frontiere della comunicazione in sanità sono ancora poco usate, e quindi il Paese non riesce a godere dei vantaggi che potrebbero derivare, in particolare, dal marketing sociale, che ha ampiamente dimostrato di avere un alto ritorno sull’investimento in quanto riesce a migliorare i comportamenti della popolazione. La nostra speranza è che gli esempi portati dalle nostre Fondazioni riescano a coinvolgere quelle aziende private che più si impegnano per il bene della collettività.

 

 

Bibliografia

  1. Andreason A.  Marketing Social Change: Changing Behavior to Promote Health, Social Development, and the Environment. San Francisco, CA: Jossey-Bass; 1995.
  2. Opel DJ; Diekema DS; Lee NR; Marcuse EK.  Social Marketing as a strategy to increase immunization rates. Arch Pediatr Adolesc Med 2009; 163(5): 432
  3. Cassidy J. The soap opera that saves lives. BMJ, 17 May 2008; vol 336: 1102.
  4. MINERVA. BMJ, 13 Dec 2008; vol 337: 1424
  5. Greenhalgh T. Chronic illness: beyond the expert patient. BMJ, 14 March 2009; vol 338: 629
  6. Kotler P; Lee NR; Social Marketing. Influencing Behaviors for Good.- Third Edition, Sage Publications, 2008, p. 305.

Il fumo di tabacco

L’assuefazione al tabacco è una affezione cronica recidivante; il trattamento è pertanto quello del chronic disease management, che si basa anche sul counselling telefonico ripetuto ad intervalli ravvicinati1,2.

Malgrado si conoscano da alcuni decenni i danni provocati dal tabacco, la percentuale di fumatori diminuisce molto lentamente. Stante l’elevato valore attribuito alla salute delle popolazioni occidentali, questo fenomeno stupisce non poco. Ancora di più stupiscono però le cause che lo determinano. Esse consistono principalmente nell’abilità dei produttori di sigarette di bloccare gran parte delle iniziative che possano ostacolare le vendite di tabacco sia per via normativa che in ambito legale (rivalse dei danneggiati dal fumo), ma anche di attuare abili strategie di marketing capaci di creare modelli sociali gioiosi per i giovani e di occultare gli effetti nocivi del fumo. Tra le varie azioni attuate dalle Aziende produttrici di sigarette, alcune sono elencate di seguito3:

  • negare il potere del fumo di arrecare danni e assuefazione
  • finanziare “ricerche” atte a creare controversie sui danni alla salute del fumo
  • Žrealizzare sigarette che apportano nicotina in modo da assuefare più facilmente i nuovi fumatori e rendere più difficile la cessazione
  • rassicurare falsamente i fumatori circa i rischi del fumo (vedi la produzione di sigarette con filtro o di tipo leggero)
  • promuovere il fumo negli adolescenti

A questo va aggiunto un grande impegno di uomini e mezzi per “rapportarsi” a giornalisti, politici, scienziati e acquisirne la benevolenza.

Proctor propone di abolire il fumo, vietando la produzione delle sigarette. Ciò forse potrà essere realizzato in futuro allorché diventi disponibile un farmaco capace di eliminare l’assuefazione in modo semplice ed efficace. Per il momento sarebbe sufficiente che:

a)  vengano proibiti gli additivi (usati per mascherare la sgradevolezza dei prodotti della combustione del tabacco) e dannosi alla salute4

b)  il tasso di nicotina nel tabacco sia drasticamente ridotto così da ridurre l’assuefazione

c)  la sgradevolezza del fumo venga aumentata aumentando l’alcalinità del fumo di tabacco.

Bibliografia

1.   Fiore MC, Bailey WC et al – Treating tobacco use and dependence: clinical practice guideline. US Dept of Health and Human Services, Public Health Service, Rockville MD, USA, 2000

2.   Joseph AM et al. Arch Int. Med. 171, 1894-1900, 2011

3.   Proctor RN – Golden Holocaust: Origins of the Cigarette Catastrophe and the Case for Abolition. University of California Press, 2012)

4.   Wertz MS, Kyriss T, Paranjape S, Glantz SA – The Toxic Effects of Cigarette Additives. Philip Morris’ Project Mix Reconsidered: An Analysis of Documents Released through Litigation. PLoS Medicine, 8, 12, e1001145, 2011)