Il carisma del Medico

Secondo commento al libro “Elementi di storia, filosofia ed etica della chirurgia” di Eugenio. Santoro, Walter Pinotti e Marcello Paci, presentato a Roma il 12 ottobre 2026.

Tra i molti interessanti aspetti del libro di E. Santoro e Coll. che viene oggi qui presentato, uno in particolare secondo me traspare e si impone all’attenzione del lettore, ed è il messaggio di un grande Maestro di vita prima che di Chirurgia e Medicina: il medico deve riguadagnare il carisma che ha sempre avuto nei secoli e che ha in parte perduto nei decenni più recenti. Non è questa la sede per discuterne cause ed effetti, ma la perdita di carisma ha provocato anche perdita di fiducia da parte del paziente e della società e ciò si traduce in un danno enorme per tutti.

Il medico di un tempo disponeva di mezzi di cura molto modesti e molto inferiori agli attuali, ma le sue doti umane sopperivano alle carenze tecniche. Curare la persona in difficoltà perché ha perso la salute, interessarsi al timore che la pervade e che si allarga alla famiglia, sostenerne le speranze di guarire sono medicamenti ancora oggi molto efficaci, ma poco usati. Come ridare al medico l’appellativo di buon medico? La ricetta potrebbe essere basata sui seguenti punti:

  1. Diversamene dal medico del passato, oggi il buon clinico è quello che dimostra capacità professionali oltre che umane. La complessità della Medicina clinica oggi e i suoi strumenti tecnologici sempre più avanzati consentono prestazioni diagnostiche e terapeutiche impensabili fino a pochi decenni or sono e in continuo divenire. La qualità della prestazione clinica è oggi il primo componente del carisma del clinico. Proprio sulla qualità dobbiamo oggi fermarci a riflettere: come possiamo far sì che questa si diffonda uniformemente nel Paese? Credo che bisogna ripensare non solo alla formazione del medico, ma soprattutto al suo aggiornamento continuo. Non vedo altra via che quella di potenziare le Scuole di Medicina nei grandi Ospedali metropolitani e far sì che questi irradino il sapere e il saper fare agli Ospedali minori e al territorio. Ospedali Universitari e IRCCS in prima linea devono acquisire e trasmettere agli Ospedali dei Centri minori la capacità di fare buona Medicina. Per acquisire tale capacità le Scuole devono essere aperte al mondo, frequentare consessi e Centri internazionali, scambiare con loro la conoscenza, fare ricerca clinica insieme. Il rapporto di diverse Scuole italiane col mondo non è sufficientemente intenso. Ancor meno intensa è la frequentazione di queste Scuole da parte dei Primari di Ospedali minori. Come possono questi ultimi migliorare e insegnare a loro volta ai medici più giovani la buona clinica? Ma soprattutto quale è lo stimolo che deve muovere i clinici a migliorare continuamente la qualità del loro operato? Se non riconosciamo il merito e non lo premiamo, non possiamo contare sul miglioramento di tutte le prestazioni ospedaliere e ancor meno di quelle erogate nel territorio. Si pensi inoltre che la Medicina Generale non è ancora una specialità universitaria come le altre, non ha dignità universitaria né rappresentanza nella didattica e nella ricerca. Su questi temi penso si debba riflettere presto e bene con l’aiuto di esperti nazionali e internazionali e ciò deve farlo soprattutto l’Università, cui competono sia la formazione del medico, sia il suo aggiornamento continuo e la motivazione a perseguirlo.
  2. il buon medico deve amare la sua professione e farne il suo interesse primario, ma non esclusivo. Egli deve essere un umanista e partecipare alle gioie e ai dolori della società in cui vive, studiare come migliorarla, essere parte della sua comunità. Essere estraneo al mondo che lo circonda nuoce al medico come a tutti gli altri componenti;
  3. oltre che colto il buon medico deve comportarsi in modo eticamente ineccepibile per essere credibile;
  4. deve essere accessibile e aperto all’ascolto e al dialogo con chi lo interpella e ha bisogno di lui, senza supponenza, poca trasparenza o fretta;
  5. infine deve temere l’avidità di denaro e in particolare il pagamento diretto della sua opera da parte del paziente. Il denaro serve a vivere e il medico deve vivere dignitosamente; anche il suo modo di vestire e di comportarsi dovranno essere dignitosi, perché “l’abito fa il monaco”.

Ma il buon medico non è un commerciante, e se si abbassa al livello del “lavoro per denaro” sorgono subito sospetti e discredito nel paziente e nella società.

Santoro ritiene che un ente terzo come il Servizio Sanitario dovrebbe retribuire il medico per il suo lavoro, così da allontanare dubbi e sospetti di interesse venale anzichè clinico. Mai passaggio diretto di denaro dal paziente al medico!

Forse un richiamo all’etica, alla filosofia e alle scienze umane dovrebbe essere fortemente riproposto a vari livelli, iniziando da un esame motivazionale a corsi di ammissione alla laurea in medicina e chirurgia. Non si deve scegliere di fare il medico perché si guadagna bene e si sopravvive sempre, e non si può concentrare la motivazione del medico nell’entità dello stipendio invece che nel merito che egli dimostra nella preparazione professionale e nei soft skills.

Ringrazio gli Autori di questo bel libro e specialmente Eugenio Santoro *per averci dato ancora una volta una grande lezione di vita e di scienza.

Girolamo Sirchia

Milano, 12 ottobre 2026

* Il giorno 7 aprile 2004 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, su proposta del Ministro della Salute Professor Girolamo Sirchia, ha conferito al Professor Eugenio Santoro la medaglia d’oro al merito della sanità pubblica con la seguente motivazione: “Santoro Professor Eugenio per i meriti acquisiti nell’attività professionale svolta sempre con grande competenza e acume scientifico ha eseguito oltre 20.000 interventi di chirurgia generale oncologica e specialistica. Nell’agosto 2002 ha eseguito il primo trapianto di fegato in Italia in paziente sieropositivo”.

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