Riflessioni sul Servizio Sanitario Nazionale

Da qualche tempo mi sto rendendo conto che nella percezione della gente il Servizio Sanitario è peggiorato. Non so dire se questa percezione corrisponda alla realtà, ma credo che numerosi fattori contribuiscano a questo fenomeno negativo, e su questi dovrebbero agire le Istituzioni per invertire la tendenza.

  1. Una serie di provvedimenti nazionali e regionali in rapida successione, e a volte molto radicali, generano confusione e interpretazioni scorrette. Ad esempio, malgrado il fondo sanitario si aggiri anche quest’anno sui 110 miliardi di Euro, e quindi arrivi all’8% del PIL, la gente parla di tagli in sanità. Ciò è dovuto, da un lato, ai ticket pesanti sulla farmaceutica e sulla diagnostica e, dall’altro, a normative come quella che tende a ridurre le richieste inappropriate di indagini diagnostiche. Io credo che a livello istituzionale (Ministero, Regione) si dovrebbe urgentemente investire nella comunicazione al pubblico, soprattutto televisiva e sistematica per spiegare come stanno le cose ed evitare fraintendimenti e timori. Non devono essere i giornali o i talk-show a parlare, ma le Istituzioni.
  2. La libera professione intramoenia dei medici induce spesso i professionisti e gli Ospedali da cui dipendono a dirottare i pazienti verso il pagamento in proprio per bypassare liste di attesa lunghe e incertezze in merito. La materia va, a mio avviso, riconsiderata separando in modo netto la libera professione del personale sanitario dal suo primario impegno a favore dei pazienti non paganti in proprio, nel rispetto dei principi fondamentali del Servizio Sanitario Nazionale. Ciò non significa penalizzare economicamente il personale sanitario, che deve poter lavorare in libera professione per accorciare eventuali liste di attesa e quindi essere retribuito dall’Ospedale per questo addizionale lavoro da effettuarsi fuori orario. La libera professione del personale per i solventi deve avvenire in contesti diversi da quelli adibiti al Servizio Sanitario Nazionale senza inutili barriere e impacci burocratici. La libera professione del medico è una necessità utile al paziente e alla sua libertà di scelta oltre che al medico, ma bisogna evitare che le regole del sistema determinino distorsioni inique.
  3. I Paesi europei avanzati spendono oggi circa il 10% del PIL per la sanità e, secondo il King’s Fund, bisognerebbe aggiungere un altro 1% per l’assistenza socio-sanitaria (BMJ 2016;352:i965), ma con l’invecchiamento della popolazione ed il progresso tecnologico è giusto programmare un ulteriore aumento nei prossimi anni. Ciò è possibile solo tagliando gli sprechi e gli abusi del Servizio Sanitario Nazionale (stimato in oltre il 20% della spesa sanitaria), ma anche di altri settori della spesa pubblica, investendo nella prevenzione e adottando politiche di “Health in All” (cioè l’impatto sulla salute dei provvedimenti normativi) giacchè va finalmente capito che la salute dei popoli è un motore economico di sviluppo ed è quindi un investimento produttivo.
  4. Il Servizio Sanitario Nazionale può funzionare bene solo a condizione che il suo personale sia aggiornato e motivato. Oggi non è così. Il sistema di aggiornamento è inefficace e non esiste una politica del personale. Non solo, nel Servizio Sanitario Nazionale la cosiddetta aziendalizzazione della sanità ha marginalizzato i medici ed ha posto il potere nelle mani di manager tesi soprattutto al rispetto dei bilanci più che al benessere dei pazienti e del personale sanitario. Invece che operare a supporto dei pazienti e dei medici, il manager esercita un potere monocratico, spesso senza considerare il parere del personale sanitario più avveduto, che dovrebbe invece costituire un Collegio di Direzione coordinato dal manager. I Capi Dipartimento delle cosiddette Aziende Sanitarie dovrebbero operare per delega dell’Amministrazione aziendale, alla stregua dei Direttori di Direzione industriale, rispondendo dei risultati senza inutili vincoli sempre più stringenti e mortificanti. La motivazione dei medici dipende da una serie di opportunità che oggi sono assai limitate: possibilità di partecipare alle decisioni del proprio Ente, possibilità di carriera e di corrispettivi proporzionali al merito, autonomia e responsabilità nei ruoli di comando, possibilità di ricerca e di scambi culturali con gli altri Paesi, riconoscimenti istituzionali di vario tipo, adeguata organizzazione del lavoro, moderne modalità di aggiornamento professionale con valutazione delle professional skills e delle soft skills, con una crescita umana e professionale sostenuta da programmi ben disegnati di Continuous Professional Development. Di tutto ciò in Italia non abbiamo che debole traccia, e questo io penso debba essere un campo in cui bisogna investire con competenza e cognizione di causa, guidati da Istituzioni consapevoli e colte.
  5. All’ombra della sanità si muovono persone ed imprese non sempre oneste e trasparenti. Nella farragine di norme nazionali e regionali che si susseguono senza tregua, queste prosperano e gli scandali così frequenti fiaccano la resistenza e la fiducia degli onesti. Per questi ed altri motivi si annida nel Servizio Sanitario Nazionale, oggi, una serie di differenziali nella quantità, qualità e costo delle prestazioni sanitarie che raggiunge l’iniquità: a seconda del luogo in cui un cittadino si ammala, variano le sue possibilità di cura e di sopravvivenza. Ancora infatti non sono stati definiti gli standard minimi di quantità, qualità e costo delle prestazioni sanitarie che ogni ASL in ogni Regione deve garantire a fronte del finanziamento che riceve, né i sistemi di monitoraggio del rispetto di tali standard, né le azioni correttive da mettere in opera, qualora tale rispetto venga violato. Continuano così i viaggi della speranza, continuano le iniquità generate dal sistema, continua la sofferenza di tanti pazienti e delle loro famiglie.

Conclusione. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale ha davvero bisogno di riconsiderazione. Esso è un bene prezioso che va conservato, ma deve essere migliorato profondamente. E’ importante tuttavia capire che i miglioramenti dei sistemi complessi non possono essere ottenuti con riforme radicali, spesso pensate a tavolino e calate dall’alto, spesso frettolose e mal studiate. Queste riforme peggiorano le cose perché sono capite male, generano resistenze e, a volte, provocano danni. I miglioramenti vanno effettuati a piccoli passi (il Kaizen giapponese!) con poche modificazioni per volta, che fanno parte di un piano pluriennale di cambiamento, redatto da persone qualificate ed esperte e con l’approccio scientifico della sperimentazione su piccola scala per evitare stravolgimenti dannosi e sfiducia. Il tutto accompagnato da una comunicazione efficace e sistematica che deve mirare ad una condivisione profonda degli operatori e del pubblico.

La politica che vuole ottenere questi obiettivi deve darsi una progressiva serie di traguardi che inizi da oggi, ma si prolunghi negli anni a venire. Se ciò non accade, il declino del nostro Servizio Sanitario Nazionale mi sembra inevitabile.

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