Medici che fumano

Solo l’1% dei medici fuma in USA

(Ass. Am. Med. Collages. Physician behaviour and practice patterns related to smoking cessation. Washington DC 2012)

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Cala il consumo di sigarette in USA

Negli USA il contrasto al fumo vede alcuni recenti nuovi provvedimenti:

  1. aumento di 62 cents della tassa federale sulle sigarette;
  2. molte società non assumono fumatori;
  3. le compagnie di assicurazione espongono ai fumatori premi più alti per le polizze malattia;
  4. è in programma la riduzione del tasso di nicotina nelle sigarette;
  5. è in programma il divieto di esporre il marchio sulle confezioni di sigarette.

(Schroeder SA. How clinicians can help smokers to quit.
JAMA 308, 1586-87, 2012)

Perché dobbiamo difendere la salute pubblica

Il 20° secolo è stato peculiare anche per la nascita e lo sviluppo di una nuova formula di politica industriale e commerciale che continua tuttora e che influisce in modo assai significativo non solo sulla commercializzazione di alcuni prodotti, ma anche sulla salute pubblica. Si tratta di Aziende Multinazionali che con tecniche assai simili hanno imposto in tutto il mondo i loro prodotti, sfruttando tre strategie: distribuzione capillare (ampia disponibilità), prezzi bassi, marketing innovativo e martellante. Basti citare la Coca Cola, la Philip Morris e le altre Multinazionali del tabacco, e la Mc Donald e similari per comprendere appieno il modello di cui parliamo. Queste Aziende traggono grande profitto dagli enormi volumi di vendita dei loro prodotti, indifferenti al fatto che questi ultimi si siano rivelati una vera e propria calamità per la salute pubblica. Il fumo di tabacco basti dire che in Italia provoca circa 70.000 morti l’anno per tumore (specie del polmone) e malattie cardiovascolari e ogni fumatore costa alla società 4,5 Euro al giorno in spese sanitarie e giornate di lavoro perdute. Per le bibite zuccherate (Coca Cola, Fanta, Sprite) e per i vari tipi di burger e pizze, i volumi delle porzioni sono progressivamente cresciuti a prezzi inalterati. Ed essi oggi sono ritenuti i maggiori responsabili dell’epidemia di obesità (soprattutto infantile) e di diabete di tipo 2. L’enorme quantità di carne necessaria a sostenere queste produzioni ha comportato danni ambientali rilevanti: gli allevamenti bovini si sono moltiplicati e con essi la produzione di CO2 che deriva dai rifiuti originati e dalla grande estensione di suolo che deve essere adibita alla cultura di mais per l’alimentazione animale, a scapito del verde.
Malgrado gli ingenti danni che queste Multinazionali provocano alla salute pubblica, il contrasto dei Governi alle loro strategie è stato ed è molto debole. Ciò è dovuto a tre strategie messe in atto dalle Multinazionali:

  1. forte azione di pressione sui mezzi di comunicazione, partiti, Governi, Università, etc. con elargizioni di grandi quantità di risorse;
  2. creazione di modelli sociali che sfruttano il conformismo degli esseri umani per far credere che il consumo dei loro prodotti è sinonimo di benessere, partecipazione, socializzazione, trend, positività, modernità, personalità, ma soprattutto che i loro prodotti sono beni che tutti usano in quanto attività normali e positive della vita quotidiana. Queste Multinazionali hanno cambiato le tecniche di comunicazione pubblicitaria con modalità che vengono portate ad esempio per la loro efficacia e che vengono sostenute da immense quantità di denaro;
  3. le Multinazionali suddette vantano un corpo di avvocati esperti che ha finora reso vani molti tentativi di rivalsa che i Governi o i cittadini hanno avanzato per i danni ricevuti. Solo recentissimamente per la prima volta il Governo australiano ha battuto in giudizio le Multinazionali del tabacco su un provvedimento che ne limita la pubblicità del marchio (che non potrà più apparire sui pacchetti di sigarette).

Alla luce di tutto questo noi crediamo che chi è consapevole dei pericoli di questa invasione di prodotti dannosi nei confronti soprattutto dei giovani e dei giovanissimi, ha il dovere morale di adoperarsi per ridurre il danno se non per abolirlo. Tutto concorre oggi a fare aumentare la potenza di questi colossi multinazionali: i grandi profitti, le debolezze dei Governi e dei mezzi di informazione, il conformismo degli esseri umani, la loro scarsa consapevolezza. Se chi può, oggi non si impegna a difendere la salute pubblica, avremo generazioni sempre più malate e costi sociali insostenibili.

Girolamo Sirchia, Roberto Bernabei

Leggi ‘no smoking’ funzionano, crollo infarti e meno ricoveri

Le leggi antifumo fanno sentire i loro effetti benefici sulla salute dei cittadini: meno ricoveri e calo dei casi di infarto e ictus. E’ quanto emerge da alcuni studi scientifici che hanno monitorato gli effetti delle leggi che hanno spento le sigarette nei locali aperti al pubblico e nei posti di lavoro, come la legge Sirchia in Italia, che festeggia i 10 anni dalla sua approvazione in Parlamento. Il provvedimento fu infatti approvato il 16 gennaio 2003, anche se poi ci sono voluti altri due anni prima della sua definitiva entrata in vigore nel 2005.

Un recente studio condotto dai ricercatori della University of California, San Francisco (Usa), e pubblicato su Circulation, ha portato alla luce dati molto interessanti. Grazie alle leggi anti-bionde, si è registrato un calo delle ospedalizzazioni del 15% per infarto, 16% per ictus e 24% per malattie respiratorie, tra cui asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva. I ricercatori hanno incrociato i dati di 45 studi pubblicati sull’argomento realizzati in città di diversi Paesi tra cui Usa, Nuova Zelanda e Germania, coperte da 33 diverse provvedimenti ‘no smoking’.

Riguarda più da vicino l’Italia uno studio del 2008, condotto dalla Asl Roma E, che ha monitorato gli effetti della legge Sirchia sulla salute dei cittadini. Secondo la ricerca, il giro di vite arrivato nel 2005 con l’amata e odiata legge ha ridotto significativamente la percentuale di infarti nella Penisola. Bandire le ‘bionde’ da ristoranti, caffetterie, discoteche, negozi, bar e da tutti gli altri luoghi aperti al pubblico – come deciso dalla normativa, all’inizio temuta dai fumatori più accaniti – ha diminuito gli infarti dell’11% nella fascia d’età tra i 35 e i 64 anni.

Roma, 14 gennaio 2013 – Adnkronos Salute

La diagnosi di infarto miocardico

Il dosaggio della troponina nel sangue è un indicatore di danno miocardico. Le troponine cardiache sono proteine che regolano la contrazione del muscolo cardiaco. I livelli sierici di troponina iniziano a crescere già 4-6 ore dopo il dolore stenocardico e raggiungono il picco a 18-24 ore, restando elevate per 10 giorni.
La diagnosi di infarto miocardico si deve basare però non solo sul livello di troponina, ma anche almeno su uno dei seguenti criteri:

  1. sintomi di ischemia;
  2. nuovi e significativi cambiamenti del tratto ST e dell’onda T o blocco di branca sinistra;
  3. sviluppo di un’onda Q patologica;
  4. evidenza di un’immagine di perdita di vitalità miocardica o anormalità della motilità localizzata della parete cardiaca;
  5. trombo intracoronarico visto all’angiografia.

(Thygesen K et al. Circulation, 24 agosto 2012.doi:10.1161/CIR.0b013e31826e1058)