La gerarchia ci servirebbe ancora

L’organizzazione gerarchica dei medici in Ospedale (Primario, vice Primario o Aiuto, Assistente) è considerata obsoleta e osteggiata da Sindacati e da esperti di organizzazione aziendale perché vedono in essa uno strumento di potere e di diversità anziché il motivo per cui è nata e si è mantenuta per decenni. Questo motivo è che in una organizzazione professionale il Primario e l’Aiuto sono stati di solito i medici che hanno dimostrato conoscenza, esperienza e capacità più di altri ed è interesse dei pazienti e della medicina che essi possano essere il punto di riferimento sia tecnico, sia organizzativo. La gerarchia basata sui meriti professionali ed umani è un grande valore per l’assistenza medica, ne assicura la qualità, la motivazione e l’aggiornamento di tutto il personale ed è lo strumento perché si formino le Scuole di Medicina che oggi sono di fatto sparite a danno dei pazienti e dei giovani medici. Hanno prevalso le idee dei Sindacati e degli esperti del lavoro aziendale, ma non mi sembra che la situazione sia migliore di quella del passato e qualche voce isolata si alza ancora per dirlo (vedi D. Bowler – Hierarchies serve us well. BMJ 2018;363:k5087).

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Pubblico e privato in sanità

Lettera inviata al Direttore del Corriere della Sera

Illustre Direttore,

le dichiarazioni del Prof. Giuseppe Remuzzi pubblicate più volte sul suo giornale mi stimolano ad intervenire sull’argomento pubblico e privato in sanità. Il tema non è nuovo e da decenni vede due schieramenti che si contrappongono con validi argomenti talora animati da posizioni ideologiche. Il tema riguarda soprattutto i grandi ospedali metropolitani. Le premetto che io ho lavorato tutta la vita in un ospedale pubblico in regime di esclusività. La mia scelta era dettata anche da un momento storico particolare che vedeva il grande ospedale pubblico al vertice per qualità, innovazione e grandi figure professionali: ospitava grandi scuole di medicina ed essere parte di queste scuole ci inorgogliva e ci compensava dei nostri magri stipendi. Ma le cose negli anni sono cambiate e la sanità non è più stata al vertice dell’attenzione politica. Nel contempo gruppi privati hanno invece capito che la salute è un tema molto vicino al cuore dei cittadini e che il mercato della salute sarebbe cresciuto significativamente anche perché garantito dall’accreditamento (ossia finanziamento) regionale. Continua a leggere

Il Servizio Sanitario Nazionale compie 40 anni: come salvarlo e renderlo migliore

Alcuni esperti si stanno interrogando su come migliorare il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano. Lodevole impegno, giacché esso offre notevoli vantaggi quali l’elevato gradimento della popolazione (criterio che dovrebbe essere sempre prioritario per i servizi pubblici), ma anche un accesso universale e un costo inferiore a quello di altri sistemi sanitari. Il SSN oggi è in difficoltà sia per motivi di sostenibilità economica (in quanto la spesa sanitaria tende a crescere a causa dell’invecchiamento della popolazione e del tumultuoso progresso tecnologico), sia per una serie di scelte organizzative che si sono succedute dal 1978 ad oggi e che non sempre sono risultate felici. Tra queste, a mio avviso, l’imposizione di esosi ticket sulle prestazioni (talora associati a criteri di esenzione per patologia sempre più ristretti), la diffusione di una libera professione intramoenia che offre servizi celeri a fronte di un pagamento, liste di attesa eccessivamente lunghe per alcune prestazioni (e quindi razionamento), difformità tra le diverse aree del Paese per qualità, quantità e costo delle prestazioni sanitarie erogate, modelli di assistenza socio-sanitaria alla cronicità spesso inadeguati, disattenzione grave alla valorizzazione del merito dei medici e del restante personale che opera in sanità. Il personale medico in particolare è stato marginalizzato e sottoordinato a personale amministrativo che troppo spesso segue solo logiche contabili con danni enormi per i pazienti, per il personale sanitario e talora per la stessa efficienza. La valorizzazione del merito è quasi scomparsa in sanità dove l’appiattimento è molto marcato, il burn out del personale cresce, diminuiscono qualità ed efficienza e con esse l’attenzione e l’empatia per i malati. Non è facile risalire la china in un simile momento. Io credo che il bandolo della matassa potrebbe trovarsi nel rapporto imperfetto tra lo Stato Centrale e le Regioni, che potrebbe utilmente essere riconsiderato. Non propongo, si badi bene, di mettere in discussione la Costituzione o i poteri regionali, ma solo di chiarire meglio e insieme i rispettivi ruoli, con vantaggi per entrambi. Lo Stato Centrale è responsabile del diritto alla salute dei cittadini (art. 32 della Costituzione) e deve quindi stabilire i principi che consentono ad ogni italiano di godere degli stessi diritti ovunque si trovi. Lo Stato dovrebbe pertanto disegnare il sistema, i suoi limiti di oscillazione e gli standard di quantità, qualità e costo dei principali servizi erogati, impostando anche un sistema di verifica sui risultati ottenuti nel Paese e le eventuali azioni correttive e sostitutive. Continua a leggere

Fattori di rischio per morte prematura

Il Global Burden of Disease Study 2017 ha rilevato che i fattori di rischio per morte prematura e per disabilità sono nell’ordine:
1) elevata pressione arteriosa
2) fumo
3) prediabete e diabete
4) obesità
Pertanto investire nella prevenzione primaria di queste patologie (con screening ed educazione) è una priorità del Servizio Sanitario giacchè si può intervenire a basso costo prima che la patologia insorga o all’inizio della sua comparsa clinica.

Lancet 392, 1923-94, 2018 e idem p. 2052-90