Le riforme istituzionali

L’Italia è sempre stata caratterizzata dal malgoverno, ovvero da minoranze al potere che hanno vissuto alle spalle dei cittadini che lavorano e producono, concedendosi introiti ricchi e privilegi senza mai rispondere della loro prevaricazione. Con il tempo questa minoranza parassita è cresciuta di numero e arroganza cosicchè oggi la spesa pubblica sfiora il 50% del PIL. Quali riforme possono porre rimedio a questa stortura? Ricordiamoci prima di tutto che nei sistemi complessi non è solo difficile individuare e approvare nuove regole efficaci, ma soprattutto far sì che le nuove regole vengano capite e seguite da tutte le persone che devono osservarle. Ancora oggi in Italia si parla di medici delle Mutue dopo 35 anni che la Mutua (l’INAM) è stata abolita e sostituita da un Servizio Sanitario Nazionale. Per questo mi fa paura la quantità di riforme messe al fuoco dall’attuale Governo: si rischia una confusione operativa senza precedenti oltre al rischio di ulteriori cassaintegrati che non si sa come occupare e mantenere, senza peraltro scalfire il sistema che ha generato i guasti maggiori cioè quello che gode dei privilegi. Come sperare quindi in un risanamento?
Oltre ai danni provocati dal dissennato aumento di coloro che godono di privilegi (schiere di politici, burocrati, affiliati, ecc., ma anche di imprenditori, professionisti, ecc. che con il sistema attuale campano bene), almeno altri due elementi negativi sono responsabili dell’attuale situazione:
1. la parcellizzazione del potere con eccessivi livelli (Stato, Regioni, Province, Comuni, città . metropolitane) in una Nazione piccola dove il potere centralizzato ha dato risultati migliori o non inferiori al decentramento e alla sovrapposizione e conflitto tra i ruoli;
2. il rifiuto degli Italiani di impegnarsi nel lavoro manuale o umile, per cui oggi è difficile trovare un Italiano che si impegni in agricoltura, assistenza alla casa o alla persona; meglio vivere con un assegno di disoccupazione che lavorare con sacrificio, anche perché non si capisce per quale motivo lo Stato offra ai disoccupati un assegno anziché un lavoro.
Forse se iniziassimo da qui con un progetto ben strutturato a piccoli passi successivi e relativo cronoprogramma, ricentralizzando lo Stato, eliminando tutti gli inutili centri di potere e di spesa che abbiamo creato e rivalorizzando i lavori che abbiamo lasciato agli extracomunitari, potremo trovare un bandolo all’intricata matassa della recessione.
Già che ci siamo voglio dire che ritengo curioso che parlando di riforme si parta sempre dai bisogni degli addetti (Sindacati in testa) anziché da quelli degli utenti, che restano sempre disattesi.

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