I burosauri

A Napoli re Ferdinando II, che amava mescolarsi alla folla, percorre sulla sua carrozza scoperta via Caracciolo. E’ un giorno di primavera luminoso e tiepido. Il re si gode la passeggiata. Ma ecco un ometto calvo, emaciato, curvo e dimesso si inginocchia piangendo al suo passaggio. Il re si commuove, ferma il cocchio e chiede: Che hai?. “Sono povero e non so come sfamare i miei 7 figli. Lavoro al catasto ma lo stipendio finisce dopo una sola settimana e nessuno mi fa più credito”. Risponde l’ometto: “Aiutatemi sire”. “Ti aiuterò con un consiglio: trattieni la firma”. E il re riprende la sua passeggiata. Dopo alcuni mesi la scena si ripete: il re in carrozza si gode la sua passeggiata. Un ometto calvo, ma questa volta ben vestito e accompagnato dal suo servitore, gli si avvicina e grida: “Maestà, mille grazie, ho seguito il vostro consiglio e oggi vivo bene e sono contento.” I nostri dirigenti pubblici hanno fatto tesoro del consiglio di re Ferdinando e da allora applicano con successo la stessa regola: nell’intreccio inestricabile di leggi e regolamenti, trattenere la firma, ossia rendere i percorsi amministrativi lunghi e tortuosi significa acquisire un potere personale non indifferente che configura una discrezionalità che spesso genera una supremazia. Di questi alti dirigenti dello Stato e degli enti pubblici si sa poco; non si sa bene quanti siano*, cosa facciano, quanti incarichi abbiano, quanto guadagnino veramente. La loro è una corporazione inossidabile; si difendono da ogni attacco con grande maestria, evitano di esporsi e di fatto governano in barba ai ministri che avrebbero dovuto semplificare la pubblica amministrazione, renderla più efficiente, misurarne la produttività. I ministri passano e di loro si perde persino il ricordo; i burosauri restano sempre sulla breccia e al più cambiano incarico. Ad ogni cambio di governo qualcuno annuncia drastici cambiamenti ma loro sorridono e ti dicono: “Abbiamo visto Nerone”, come a dire Quest’ultimo arrivato non ci spaventa troppo”. Fanno anche finta di assecondarne le iniziative ma queste si arenano presto. I “commis” di Stato e degli enti pubblici guadagnano oggi assai bene (vedi La Stampa del 23 febbraio 2012), hanno tutti ragguardevoli premi di risultato anche quando questo non c’è. Sono fra loro solidali, si scambiano favori, si difendono l’un l’altro. Sono sempre lì, sempre potenti, sempre inattaccabili sia dalla magistratura che dall’opinione pubblica. La colpa del loro operato ricade più spesso sui politici, e ciò è anche giusto, perché di questi ultimi è la colpa di non sapere o non volere intaccare questa casta e i suoi metodi di lavoro che da anni opprimono in Italia i cittadini e le imprese con lungaggini, arbitrii, veti. Sono loro i veri padroni del Paese, sono loro che lo impoveriscono e ne ostacolano lo sviluppo. Sono il peso morto che ci sta relegando agli ultimi posti per investimenti stranieri eccellenti, per lo sviluppo di nuove imprese, per equità ed efficienza e tra i primi per debito pubblico.
Anche questa è Italia da cambiare.

* In Italia esistono circa 7000 aziende pubbliche o partecipate dal pubblico, che si aggiungono a una miriade di altri enti (ministeri, regioni, province, comuni, authority, agenzie, ecc.). Lo Stato imprenditore è particolarmente dannoso perché sottrae risorse all’imprenditoria privata, tende a stabilire monopoli sottraendosi alla concorrenza e alle leggi di mercato ma soprattutto perché offre ricche poltrone ai politici di professione o ai loro parenti e amici.

Roma, 18 novembre 2012

(Leggi anche “I distruttori delle riforme” di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
http://www.corriere.it/editoriali/12_dicembre_05/distruttori-riforme_1657a312-3ea6-11e2-b5b1-5f0211149faf.shtml)

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