La legge 16 gennaio 2003 n. 3, art. 51
“Tutela dei non fumatori dal fumo passivo”
Sommario
- Premessa
- L’azione del Ministero della Salute: il piano strategico
- La squadra del Ministero
- Risultati immediati della legge
- Il seguito e i tempi odierni
- Mancanza di volontà politica e di coraggio
- Conclusioni e proposte.
- Premessa
Il prossimo 10 gennaio 2025 la legge con i suoi decreti attuativi compirà 20 anni dalla sua entrata in vigore. Per festeggiare questa ricorrenza, e la sua ancora immutata efficacia, ho pensato di rispondere a coloro che da anni mi chiedono come sia stato possibile riuscire ad emanare una legge che danneggia pesantemente le potenti multinazionali del tabacco, laddove miei anche illustri predecessori non erano riusciti.
Breve storia personale
Sono entrato nel secondo Governo Berlusconi il 16 giugno 2001 come Ministro della Salute[1] provenendo da una lunga esperienza di sanità pubblica costituita da oltre 40 anni di attività professionale nel Policlinico di Milano, dove per 28 anni ho diretto un Dipartimento Trasfusione e Trapianti composto da Centro Trasfusionale ed Immunoematologia, da un’Associazione di Donatori di Sangue periodici al servizio esclusivo del Policlinico e di altri 10 presidi di cura milanesi, dalla prima Banca Italiana di Sangue Placentare e da un servizio di Immunologia dei Trapianti poi divenuto Centro Interregionale di Riferimento per il Nord Italia Transplant (Nitp), che avevo costituito con i Proff. Edmondo Malan e Piero Confortini al servizio delle Regioni Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria e Marche e della Provincia Autonoma di Trento. Per molti anni ho frequentato l’Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia dove ho collaborato con l’Assessore Vittorio Rivolta e i suoi funzionari alla realizzazione del piano ospedaliero della Lombardia e del piano di riordino dei Centri Trasfusionali (Crosi). Ho collaborato inoltre per molti anni con il Ministero della Salute ed in particolare con i Ministri Carlo Donat Cattin e Franco De Lorenzo. Negli anni ‘94-’95 ho ricoperto la carica di Vice Commissario dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano su designazione del Ministro Raffaele Costa e, negli anni 1999-2001, quella di Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Milano.
2. L’azione del Ministero della Salute
Assumendo il dicastero della salute nel redigere il piano di lavoro ho prestato particolare attenzione alla prevenzione che era stata trascurata per molti anni. Mi sono reso conto che la causa di questa trascuratezza risiede nel fatto che la prevenzione collide con gli interessi organizzati della Nazione e con le imprese, che a loro volta generano posti di lavoro e gettito fiscale per lo Stato. Per quanto riguarda in particolare il fumo di tabacco, salta subito all’occhio che esso causi in Italia, secondo le stime, oltre 93.000 morti evitabili all’anno (e una morbilità 30 volte superiore) con una spesa approssimativa di circa 26 miliardi all’anno ($ 3 al giorno per fumatore nella seconda metà degli anni ‘90, oggi pari a $ 5,7)[2], gravante per il 50% sulla spesa sanitaria e per il restante 50% a carico delle imprese per le giornate di lavoro perdute. La filiera del tabacco impiega oltre 200.000 persone e assicura altrettanti posti di lavoro che sono oggetto di attenzione del Governo, sia per l’aspetto economico che per il consenso politico.
La filiera del tabacco trova all’origine le multinazionali che lo lavorano e che tramite abilissimi lobbisti e grandi avvocati, assoldati grazie agli enormi guadagni di queste imprese, interferiscono pesantemente con le azioni di Governo, bloccandole sul nascere quando possono danneggiare il loro business o ricorrendo legalmente contro le normative che hanno visto la luce. Si capisce così come mai i provvedimenti che toccano la filiera del tabacco siano spesso falliti in passato. Le metodologie utilizzate dalla filiera delle multinazionali del tabacco sono inoltre state adottate da molti altri business inclusi in particolare quello degli alcolici e quello dei cibi processati dall’industria (non salutari).
Il piano strategico
Di fronte a questa situazione ho pensato di redigere un piano strategico per la salute, che fosse al riparo dagli attacchi che potevano provenire sia dall’esterno che dall’interno (Governo e Parlamento). La nostra legge si è pertanto appellata innanzi tutto al principio costituzionale che prevede l’uguaglianza di tutti i cittadini italiani di fronte alla legge (art. 3 della Costituzione) con parità di diritti e doveri e alla Convenzione Quadro (Framework Convention on Tobacco Control) della World Health Organization del 2003, poi approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che impegna 180 nazioni del mondo, tra cui l’Italia, a controllare la produzione e il consumo di tabacco,
Sulla base di questi elementi il Governo di cui facevo parte ha chiesto al Parlamento la delega a redigere un provvedimento che potesse tutelare i diritti dei non fumatori oltre a quelli dei fumatori: non quindi una legge proibizionista (perché non vieta a chi desidera fumare di continuare a farlo), ma una legge che protegge anche i diritti di coloro che non vogliono respirare aria contaminata dal fumo passivo, che contiene migliaia di sostanze tossiche e cancerogene. Il Parlamento diede al Governo la delega richiesta e lavorammo quindi alla stesura dei decreti attuativi che presentammo all’approvazione del Parlamento in un momento molto critico per i lavori parlamentari in quanto si stava preparando e discutendo la legge finanziaria. In altri termini il Parlamento, molto occupato a redigere la finanziaria, prestò poca attenzione ai nostri provvedimenti, che vennero approvati. L’applicazione dei decreti, che vietano il fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro e che vietano la pubblicità al consumo di tabacco, dovette superare anche qualche ostacolo frapposto da alcuni componenti del Governo, ma ebbe il via libera definitivo dal Consiglio dei Ministri e dal suo Presidente Silvio Berlusconi il 23 dicembre 2004 per diventare operativa dal 10 gennaio 2005.
3. La squadra al Ministero
Al Ministero mi resi conto che, per attuare la nostra strategia, era necessario innanzi tutto costituire una squadra composta da figure altamente qualificate in diversi ambiti. Il primo elemento chiave riguardava la Direzione del Dipartimento della Prevenzione: riuscimmo ad acquisire una persona laureata in legge di grande esperienza e straordinaria abilità e sensibilità politica, operante in Farmindustria come lobbista. Il secondo ambito fondamentale era il consenso della popolazione: era essenziale preparare i cittadini a comprendere ed accettare una legge volta a liberare l’ambiente dal fumo. La contaminazione dell’aria e delle acque causata dal fumo, insieme alle microplastiche generate dai mozziconi dispersi nell’ambiente, rappresentavano un problema prioritario da affrontare. Per sensibilizzare l’opinione pubblica ci avvalemmo di un abile (e oggi molto noto ed apprezzato) Addetto Stampa, che organizzò principalmente interviste, e partecipazioni del Ministro a programmi televisivi e dibattiti piuttosto che campagne costose e poco efficaci, in quanto soverchiate dalla incessante pubblicità commerciale. Uno dei momenti chiave fu smascherare in diretta TV l’interesse della Confcommercio (acerrimo oppositore) che era azionista al 2% di una multinazionale del tabacco (Philip Morris italiana). Infine, ma non ultimo, il grande ed entusiastico supporto che ebbi dalla Segreteria particolare, dalla Segreteria tecnica, ma anche dalla maggior parte di Direttori ministeriali e da un avveduto Capo di Gabinetto.
Il terzo elemento cruciale fu il controllo sull’applicazione della legge. Grazie alla grande dedizione del Comandante dei Carabinieri per la Salute, Generale Gennaro Miglio, avemmo le risorse umane necessarie a garantire il rispetto delle norme.
Infine, fu determinante l’azione sul Parlamento per ottenere il consenso della politica, nonostante l’interferenza di lobbisti influenti. Dopo numerosi contrasti e compromessi, la legge sul divieto di fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro divenne esecutiva il 10 gennaio 2005.
4. Risultati immediati della legge
Contrariamente alle previsioni catastrofiche dei lobbisti – perdita di posti di lavoro, calo della clientela nei locali – i risultati furono straordinari. Nei 6 mesi successivi i ricoveri per infarto miocardico acuto e ictus calarono vistosamente e il numero di fumatori si ridusse di circa il 5%.
La popolazione accolse la legge con entusiasmo, rendendola tuttora valida ed efficace grazie ad un forte senso di responsabilità collettiva.
5. Il seguito
Il 23 aprile 2005, con la crisi del secondo Governo Berlusconi, lasciavo il Ministero della Salute. Da quel momento, con la mia uscita, si interruppe anche l’azione contro il fumo e il controllo del tabacco. Le multinazionali, molto abilmente, capirono che era necessario differenziare il loro business, che altrimenti sarebbe andato incontro ad un progressivo declino. Il loro obiettivo strategico divenne quello di mantenere elevata nella popolazione la dipendenza dalla nicotina, puntando a conquistare nuovi fumatori soprattutto fra i giovani per assicurarsi così una clientela duratura. La strategia era chiara: somministrare nicotina in modi diversi affiancando al tabacco combusto, notoriamente dannoso e cancerogeno, prodotti come sigarette elettroniche e dispositivi a tabacco riscaldato, sostenuti dallo slogan: “Riduciamo il danno causato dalla combustione del tabacco“. Il messaggio, che descriveva questi prodotti come poco dannosi, trovò terreno fertile tra i giovani e le donne, tanto che la loro diffusione è in continua crescita, sia in Italia che nel resto del mondo. Il messaggio non è veritiero, in quanto i danni da svapo non possiamo dire che siano minori ma solo diversi da quelli del fumo tradizionale, come affermato dalla Food and Drug Administration (FDA).
Oggi, in Italia, manca un’azione di contrasto efficace. La pubblicità di questi prodotti è libera, e l’uso dello svapo nei luoghi pubblici e di lavoro non è regolamentato, non essendoci una norma che lo equipari al fumo tradizionale.
Sarebbe sufficiente una legge che stabilisse che il vapore prodotto dalle sigarette elettroniche può nuocere ai non-fumatori e va quindi regolato allo stesso modo del fumo di tabacco tradizionale.
6. La volontà politica e il coraggio
La mancanza di norme che incidono sulla pubblicità dei nuovi device è evidente. Basta visitare la Stazione Termini di Roma per osservare un negozio che promuove i dispositivi di svapo, attirando i passanti con hostess e promozioni accattivanti. Questi dispositivi, specie gli usa e getta, rappresentano un grave problema anche per l’ambiente, poiché vengono smaltiti senza controllo, contribuendo all’inquinamento. Inoltre è nota solo in parte la composizione dei suoi costituenti e molti di quelli dichiarati sono dannosi.
In sintesi, al danno clinico legato all’uso di nicotina si aggiunge il danno ambientale. Malgrado ciò, mancano iniziative di Governo per controllare questa realtà. L’inerzia dei Governi che si sono succeduti in Italia dal 2005 ad oggi a difesa della salute pubblica e dell’ambiente è imbarazzante.
7. Conclusioni
L’esperienza passata dimostra che un’azione decisa e una popolazione consapevole possono portare a grandi risultati. È necessario riprendere questa strada con determinazione, per continuare a tutelare la salute pubblica e l’ambiente dalle nuove insidie poste da un settore in costante evoluzione. Ciò tuttavia richiede capacità e coraggio, giacchè contrastare i poteri forti può causare per i politici la perdita della loro posizione. Se si tratta di politici di professione ciò è da loro inaccettabile. Per questo ritengo che chi siede in un Esecutivo di Governo (Ministri, Assessori Regionali e Comunali, Presidenti e Consiglieri di Amministrazione di Enti dello Stato o a partecipazione statale) non debba essere chi vive di politica.
Alla domanda “Che cosa farebbe?” risponderei come segue:
1. assimilare i fumi dello svapo a quelli del tabacco, applicando così allo svapo i limiti della legge vigente. Basta una legge di due righe;
2. affidare all’Istituto Superiore di Sanità il controllo sui prodotti in commercio così da garantire il rispetto di limiti prefissati del contenuto di nicotina e degli altri composti chimici, in analogia a quanto fatto in Usa per l’FDA;
3. aumentare gradualmente e a piccoli passi le accise sui prodotti, ma soprattutto imporre ai produttori una tassa per il risarcimento ai danni procurati al creato (persone, animali, ambiente);
4. regolare le attività dei lobbisti in senso restrittivo. Limitare (anche con una tassazione) i contributi erogati dai produttori, a qualsiasi titolo, a Enti pubblici o privati e a persone che operano con il pubblico;
5. utilizzare tutte le entrate di cui ai punti precedenti per consentire la conversione delle colture di tabacco, potenziare i centri antifumo, sostenere l’attività di controllo (Istituto Superiore di Sanità, Nas, etc.) e altre attività tese a ridurre il fumo e lo svapo.
Sono consapevole che il contrasto alle dipendenze e agli interessi che li sostengono è lungo e difficile, ma è doveroso e possibile, come dimostra questo “Storia di una strategia vincente” ed i positivi risultati ottenuti da alcuni Paesi con misure di controllo sull’uso del tabacco e dei suoi succedanei.
Girolamo Sirchia
Milano, 21 novembre 2024
[1] …arrivai da Milano in una Roma in festa per la vittoria dello scudetto della sua squadra di calcio preferita…
[2] Il numero di fumatori in Italia oggi si stima sia 12,8 milioni, pari al 24% circa della popolazione adulta.
