Programma politico

Noi crediamo che per uscire dalla crisi che sta affondando il Paese dobbiamo abbandonare alcuni stereotipi e guardare alla realtà da un altro punto di vista. Per questo crediamo si debba agire sul breve tempo con i seguenti interventi prioritari attuati i quali si potrà procedere sul tempo medio-lungo con altre riforme altrettanto necessarie, ma possibili solo dopo gli interventi di urgenza.

1. E’ indispensabile cambiare il sistema politico.
I partiti e la politica sono indispensabili alla democrazia, ma i politici devono cambiare comportamento. Perché ciò accada è necessario cambiare il sistema politico e precisamente:

  1. non deve essere ammesso il politico di professione, a tempo indeterminato. Dopo due mandati o incarichi politici non deve essere consentito altro incarico retribuito elettivo o di nomina politica. E’ inoltre essenziale che gli incarichi operativi siano ricoperti da persone di dimostrata competenza nel settore e che sia vietato il cumulo degli incarichi e delle retribuzioni per tutte le posizioni di natura politica;
  2. lo Stato deve essere meno presente nella vita del Paese. Deve innanzi tutto cedere tutte le partecipazioni in aziende e devono essere drasticamente ridotte le authority, le agenzie, etc.. Inoltre devono essere drasticamente tagliati i numeri dei rappresentanti eletti e dei dirigenti superiori nei Comuni, Province, Regioni, Parlamento, riducendo contestualmente gli stipendi degli eletti a livello di retribuzione medio-bassa ed eliminando tutti i privilegi di cui essi godono (auto blu, scorte, agevolazioni varie, ecc.). Chi vuole l’auto blu e la scorta se li deve pagare di tasca propria*. Così facendo si potrà evitare che la politica diventi una buona sistemazione economica senza troppe responsabilità;
  3. i rimborsi elettorali ai Partiti devono essere ridotti ad un quarto degli attuali. I bilanci di Partiti, Sindacati, ecc. devono essere certificati dalla Corte dei Conti e resi pubblici;
  4. lo strapotere delle Regioni deve essere ridotto. Le Regioni, se dobbiamo continuare a mantenerle, devono limitarsi ad applicare localmente le leggi dello Stato e non replicarne i difetti con un’autonomia incontrollata ed un sottogoverno inaccettabili, soprattutto nella sanità;
  5. il numero degli Enti locali e territoriali va drasticamente ridotto e le loro rispettive funzioni ridisegnate e integrate fra loro per un miglior servizio al Paese.

Noi riteniamo che tutti gli Enti locali e territoriali, nonché le rispettive società partecipate, debbano essere assoggettati al D.Lgs. 231/2001, ossia alla implementazione di un modello organizzativo che consenta di prevenire sprechi e irregolarità, nonché reati di tipo amministrativo-contabile, illeciti societari, ambientali e correlati alla salute e sicurezza sul lavoro, altri illeciti penali, e che preveda un sistema di vigilanza che riferisca al rappresentante legale dell’Ente e alla Corte dei Conti.

2. Finanza pubblica
L’incapacità di ridurre la spesa pubblica che tutti i governi hanno dimostrato, indipendentemente dalla loro collocazione politica, compreso l’attuale governo tecnico, insegna che il risanamento della finanza pubblica non potrà venire da iniziative del Parlamento o dell’Esecutivo. Può avvenire soltanto per effetto di modifiche al nostro ordinamento che provochino in tutto il corpo della Pubblica Amministrazione (PA) una spinta endemica verso il risanamento/snellimento delle singole entità. Per contribuire a realizzare ciò noi porteremo avanti le seguenti proposte:

  • Obbligo del pareggio di bilancio per tutti gli enti della PA, con l’inclusione, fra i costi di esercizio, dell’onere di ammortamento e di una sia pur modesta remunerazione del capitale costituito dal patrimonio impiegato. In tal modo gli amministratori saranno incentivati ad alienare i beni immobili e gli altri asset strumentali che risulteranno superflui, rendendoli disponibili per la loro utilizzazione finalizzata alla riduzione del debito dello Stato. La legge costituzionale 1/2012 è per noi sostanzialmente condivisibile, salvo le modifiche accennate qui appresso. Essa impone l’equilibrio economico a tutte le strutture della PA, cosa indispensabile affinché anche il bilancio dello Stato possa essere equilibrato. E’ purtroppo evidente che, in un Parlamento come l’attuale, questa legge sarebbe destinata ad essere un libro dei sogni. Noi ci adopereremo, nel nuovo Parlamento, per fare applicare questa legge nei temi da essa indicati in modo da renderla operante a partire dall’1.1.2014.
  • Sanzionamento delle Amministrazioni che non remunerano, o non attuano programmi per remunerare le risorse pubbliche impiegate, attraverso il trasferimento del titolo di proprietà delle stesse ad unità centrali, come ad esempio l’Agenzia del Demanio per i beni immobili.
  • Una legge di riforma costituzionale che riscriva il secondo comma dell’art. 100 in modo da trasformare la Corte dei Conti. La nuova formulazione dovrà ampliare i compiti di controllo e di sanzione della Corte dei Conti rendendola uno strumento di vero controllo sulle cellule della PA. Dovrà inoltre sostituire il compito di riferire alle Camere i risultati del proprio lavoro con quello di divulgarli al pubblico, con gli adeguati mezzi di comunicazione che la tecnologia oggi consente. In tal modo i cittadini amministrati/elettori avranno la possibilità di valutare coloro che si candidano ad amministrare i servizi resi alle loro collettività, a governare i loro territori, a salvaguardare i loro beni comuni. Anche le società sotto controllo pubblico non quotate dovranno essere sottoposte al controllo della Corte di Conti allo stesso modo delle pubbliche amministrazioni.
  • Modifica della citata legge costituzionale 1/2012 con:
    – introduzione del già citato vincolo del ritorno del capitale, o dell’onere per l’affitto dei beni strumentali impiegati;
    – estensione obbligatoria del D.Lgs. 231/2001 a tutti gli Enti locali e territoriali e alle rispettive società partecipate.

L’altra nostra priorità sarà quella di contribuire a bonificare quel mondo di società pubbliche e miste che è stato creato in decine di anni dalla Pubblica Amministrazione periferica, per fini prevalentemente elettoralistici (voto di scambio) e di interesse privato in atti pubblici, oltre che per sfuggire al controllo della Corte dei Conti. E’ ormai divenuto di dominio pubblico il legame dell’esistenza di questo mondo con l’incomprimibilità della spesa pubblica e con il malfunzionamento dei servizi di pubblica utilità. Le società possedute dalla città di Roma sono l’esempio più manifesto di questa situazione, con AMA incapace di smaltire i rifiuti se non scaricandone la maggior parte “tel quel” in discarica, ma al contempo formidabile serbatoio per assunzioni clientelari, e con ACEA in dissesto nonostante la rendita parassitaria nella gestione dell’acqua, per non citare che i due casi più noti.
E’ stato valutato in 6.800 il numero di aziende appartenenti a Comuni, Province e Regioni**, una buona parte delle quali in perdita, sebbene operanti in regime di monopolio. Prevedibilmente nel 2013, con le sue ultime energie residue, il governo attuale tenterà di avviare un piano per risanare il mondo di queste aziende. Noi siamo convinti che occorra creare una apposita entità di tipo professionale, con personale indipendente dalla politica selezionato con bandi pubblici, che, come fece la Trehandalstat per il complesso delle 13.000 aziende della ex DDR, riceva dagli Enti locali, di concerto con MEF, l’incarico di liquidare, o risanare e privatizzare, le società controllate dalla PA.
Questi i principali elementi del nostro programma per la riduzione dell’interposizione della PA nell’economia nazionale, il risanamento della finanza pubblica, e la conseguente riduzione della pressione fiscale. Si tratta di un programma che applica alla nostra PA gli stessi principi che il nostro Stato è chiamato a rispettare per mantenere la propria moneta e per entrare nel novero dei paesi virtuosi dell’Unione Europea. Allo stesso tempo è il cuneo attraverso il quale inizierà la demolizione degli interessi illegittimi che hanno fatto quasi scomparire in Italia lo stato di diritto.

3. Le strategie per la ripresa
Il governo Monti ha avuto l’indubbio merito di ridare dignità internazionale all’Italia, ma l’attenzione quasi ossessiva al pareggio di bilancio (imposta dall’Europa), basata quasi esclusivamente sulle tasse, senza provvedimenti significativi per ridurre la spesa pubblica, si sta dimostrando nociva per l’economia reale del Paese. E’ giusto credere nell’Europa, ma è anche necessario che le politiche europee non danneggino l’Italia. La voce dell’Italia in Europa è stata e rimane debole: abbiamo subito tanti provvedimenti lesivi, soprattutto nell’ambito agricolo e alimentare. Abbiamo dovuto accettare le quote latte, o vedere che venivano promosse le coltivazioni di girasoli a scapito degli ulivi e così via. Forse non è possibile oggi fare altrimenti. Tuttavia mancano provvedimenti a favore di alcuni punti di forza italiani, quali l’agricoltura e l’artigianato. Sarebbe ad esempio importante che agli agricoltori venisse assicurato il ritiro di tutto il prodotto a giusto prezzo e che tale prodotto venisse venduto nelle città a prezzo equo (molti ricordano l’utilità dei mercati rionali per calmierare i prezzi). Questa organizzazione avrebbe fra l’altro il pregio di ridurre la catena delle intermediazioni che sappiamo non sempre limpide nel loro operato. Oggi assistiamo al fatto che l’Italia importa arance dalla Spagna e si distruggono le arance e gli aranceti siciliani. Ancora più importante sarebbe il potenziamento delle imprese agricole, cominciando a far capire alla popolazione che fare oggi l’agricoltore non è più come in passato un lavoro di serie B, ma un’attività dignitosa e sicura. Molti Italiani oggi hanno capito che il prodotto agricolo locale è molto più sano di quello di origine ignota o che viene da lontano e sarebbero ben lieti di consumarlo se il prezzo divenisse più conveniente.
Al contrario in Italia si continua a credere nell’automobile e nell’edilizia. Ma come si può sperare in una ripresa del mercato automobilistico e della casa se la maggior parte delle famiglie italiane già possiede una macchina o una casa di proprietà? Nell’attesa di un miracolo che non accadrà tutto è fermo: il trasporto merci su rotaia o su nave è sempre asfittico, continuiamo a incentivare la rottamazione delle auto (senza peraltro che l’industria italiana investa seriamente in alternative al motore a scoppio), continuiamo a costruire case che restano invendute e così via.
L’artigianato è sempre stato in Italia una risorsa preziosa e oggi vi sono molti Italiani, specie giovani, che hanno intrapreso iniziative di tipo artigianale,
che ancora pochi conoscono e valorizzano e che sono espressione della migliore creatività italiana; valori che potrebbero essere sostenuti e sviluppati sia in Italia che all’estero. Per aumentare la penetrazione dei prodotti italiani sui mercati esteri è necessario responsabilizzare maggiormente l’Istituto per il Commercio Estero (ICE) e le stesse ambasciate italiane. Peraltro oggi i vecchi artigiani tradizionali non trovano apprendisti e la produzione di massa a prezzi bassi sta facendo scomparire questo nostro asset. Ciò ci introduce al punto seguente.

4. L’impresa e il lavoro
Il principale dei problemi avvertiti dalla popolazione è il problema del lavoro. Se manca il lavoro la popolazione è disperata e senza futuro e tutto il Paese viene travolto dal regresso economico con inevitabili ripercussioni sociali. Il lavoro si genera se cresce la produzione delle imprese, se nascono nuove imprese e se le imprese prosperano. Ciò può avvenire solo se gli imprenditori sono soddisfatti dei loro investimenti ed i loro sacrifici sono compensati e se il Paese offre garanzie di legalità, di snellezza burocratica e viene rispettato il giusto profitto. L’attuale contesto presenta difficoltà nel recupero dei crediti, tempi lunghi della giustizia, alti costi della produzione e un’azione talora eccessiva degli organismi tributari. Tutto ciò ostacola la crescita economica giacché diviene difficile investire nel nostro Paese ed in particolare in alcune aree del meridione°.
In questa fase dobbiamo evitare facili demagogie e trasferire ai nostri sostenitori proposte ispirate al pragmatismo, facilmente attuabili e che evitino ulteriori sacrifici. La crisi in atto della politica le impedisce di varare riforme strutturali ben studiate e attuabili con gradualità che rimuovano definitivamente i suddetti ostacoli al lavoro.
Le iniziative per facilitare la nascita delle imprese, già sperimentate con successo in altri Paesi, sono di offrire agli imprenditori in comodato gratuito temporaneo la location e l’esenzione fiscale per dieci anni accanto a un accesso al credito, ad una semplificazione amministrativa e una riduzione del costo del lavoro. Tutto ciò è possibile sotto forma di sperimentazione in deroga in alcune aree del Paese (i cosiddetti demonstration projects largamente utilizzati negli Stati Uniti).
Noi ci prefiggiamo di perseguire l’obiettivo lavoro focalizzandoci sulla promozione della nascita di nuove imprese che utilizzino parte del patrimonio dello Stato e degli enti locali che sono attualmente sottoutilizzati applicando i metodi dei suddetti progetti dimostrativi.
Esiste di fatto un grande numero di immobili pubblici sottoutilizzati che non solo non generano utili ma al contrario costano o peggio, per mancanza di manutenzione, degradano. Basti pensare agli immobili ampi e prestigiosi, affittati a poco prezzo, o ai patrimoni demaniali improduttivi per lo Stato ecc.
Per generare nuove imprese è anche necessario potenziare i licei professionali, ossia quelli capaci di produrre artigiani bravi e aggiornati dei quali abbiamo in Italia grande bisogno. Alcune arti e mestieri si stanno perdendo perché i vecchi mastri non trovano giovani disposti a seguirne il lavoro.
A questo fine noi vogliamo che lo studente oltre che in teoria impari nella pratica, lavorando come studente-apprendista presso qualificate aziende manifatturiere.
E’ essenziale anche che vengano elevate l’immagine e lo status sociale degli artigiani e degli studenti dei licei professionali, equiparandoli agli altri licei nella considerazione popolare: è indispensabile un’azione di marketing sociale che faccia capire agli Italiani come non è solo il possesso di una laurea a elevare lo stato sociale di una persona.

5. La scuola e l’Università

La scuola
Gli organismi internazionali più autorevoli ormai da tempo concordano nell’assegnare alla scuola un ruolo primario per costruire una società ordinata, equa e avanzata. Un sistema scolastico efficiente deve costruire un buon cittadino ed indirizzare i giovani verso attività lavorative per le quali hanno attitudine e che possono dare loro soddisfazione e piena realizzazione economica e spirituale. La scuola deve perciò essere obbligatoria fino all’età di 16 anni, divisa in due quinquenni: la scuola primaria e la scuola media. La scuola primaria (o elementare) getta le basi per la costruzione di un buon cittadino moderno non solo attraverso il trasferimento di nozioni fondamentali ma anche con l’educazione civica e sanitaria(1), l’apprendimento di lingue straniere (oltre che l’italiano), delle basi scientifiche, delle pratiche sportive anche agonistiche(2), la scoperta delle nostre radici e dei valori fondanti della società. La scuola media approfondisce, sviluppa e consolida questa preparazione. In uscita dal secondo quinquennio il giovane viene sottoposto ad una valutazione che sappia evidenziare le sue inclinazioni e le sue attitudini (la metodologia esiste, anche se non è perfetta) così da poter essere avviato a un istituto tecnico o scuola professionale oppure a un liceo classico o scientifico di durata triennale (in quest’ultimo caso previa valutazione in ingresso della sua preparazione). Le scuole di tipo tecnico dovrebbero abilitare all’esercizio di un lavoro tecnico e per questo il giovane deve poter frequentare oltre all’aula anche un ambito lavorativo che completi la sua preparazione. Esse peraltro dovrebbero trovare sbocco nell’Università sia per le lauree brevi sia per corsi di laurea attinenti (ad esempio per i ragionieri economia e commercio). Comunque per tutti i corsi di laurea è importante che il numero sia programmato con valutazione della preparazione dello studente in ingresso.
Il suddetto momento di indirizzo e valutazione a 16 anni aiuterebbe i giovani a trovare la loro strada nel mondo del lavoro, evitando che tutti si avviino verso l’Università per poi bloccarne l’accesso con il numero chiuso oppure fabbricando disoccupati laureati in discipline che non sono richieste dal mercato del lavoro. E’ vero che la maggior parte dei genitori italiani di ogni ceto ambisce ad avere figli laureati, ma ciò deriva probabilmente dal fatto che in passato il laureato aveva migliori opportunità di guadagno e di posizione sociale.
Oggi non è più così. Il mondo moderno tende a livellare sul merito e sulle capacità individuali laureati e tecnici; questo va capito e fatto capire alla nostra popolazione. La dignità sociale non è e non deve essere più legata al “pezzo di carta”, ma alla capacità del giovane. Se questo è il modello adatto ad una società moderna, il sistema scolastico italiano va un poco ripensato. Riforme, controriforme, rappezzi e modifiche parziali e settoriali sono stati poco utili. Servono un modello di sistema semplice e non demagogico, insegnanti motivati, ben preparati e aggiornati (assoggettati ad una valutazione periodica) ai quali vengano date forte dignità sociale e considerazione, interazioni tra scuola e mondo del lavoro, attenzione politica e risorse sufficienti. Forse, facendo bene i conti, scopriremo che in un sistema ben ordinato e con meno sprechi si possono avere risultati migliori senza eccessivo aggravio di spesa e potremo accorgerci che investire nella scuola è molto conveniente anche in termini economici.
Note
(1) Penso ad un insegnamento ad hoc con personale dedicato e con libri di testo e supporti adeguati che trasferiscano ai giovani le nozioni sugli stili di vita salutari, sui danni alla salute provocati da inattività fisica, alimentazione inappropriata, fumo di tabacco, ecc.
(2) Penso alle scuole americane che tengono in grande considerazione e riservano molto tempo alle pratiche sportive.

L’Università
L’Università pubblica italiana, pur vantando un passato glorioso, oggi non occupa posizioni di vertice nelle classifiche internazionali, ma al contrario è relegata in posizioni di umiliante retroguardia. Ciò deve indurci a identificare i nostri punti di debolezza e a correggerli, stante il fondamentale ruolo dell’Università nella vita del Paese. A me sembra che i punti di debolezza siano essenzialmente l’eccessivo localismo, la chiusura in una casta (il cosiddetto silos), l’indifferenza ai bisogni del mercato del lavoro, la mancanza di concorrenza tra le varie sedi universitarie, la mancanza di una valutazione indipendente basata sulla qualità con il relativo premio. Il silos fa sì che ogni Università promuova i propri appartenenti e sia di fatto chiusa ad ogni afflusso esterno. Per Medicina, un tempo, chi andava in cattedra iniziava una peregrinazione che lo portava lontano dalla sede di origine, e quivi ritornava dopo anni passati in località di solito lontane e più piccole. Oggi si va in cattedra nella stessa sede dove si sono maturati i titoli e non entra nessuno da altri mondi, con rare eccezioni. La scarsa internazionalizzazione dell’Università italiana è solo una conseguenza di questa “logica del pollaio” così che ad esempio Italiani emigrati per lavoro in Stati o Università straniere anche celebri difficilmente riescono a rientrare nell’Università italiana. La logica di “non vogliamo confronti pericolosi e inutili rischi”, unita al nepotismo imperante, ha molto nuociuto all’Università italiana.
Assai nociva è anche l’indifferenza della nostra Università alle esigenze e alle possibilità offerte dal mercato del lavoro. Che senso ha continuare a sfornare laureati in discipline non interessanti per il mercato nazionale? Forse è il momento di preoccuparsi delle esigenze dei discenti e non soltanto di quelle dei docenti.
Ma forse l’elemento più importante è lo statalismo che affligge l’Università pubblica. Non esiste una graduatoria di merito delle varie Università né finanziamenti statali basati sulla qualità del prodotto (laureati): tutte le Università sono livellate, pochi soldi a tutti in modo indifferenziato, stipendi irrisori e tutti uguali, nessuno stimolo a competere per la qualità e quindi a selezionare i docenti e i discenti per acquisire prestigio e risorse. Da noi è difficile sentir dire “assumo tizio perché si è laureato all’Università di Milano”, mentre è facile che in USA si preferiscano i laureati di Harvard piuttosto che di altre sedi universitarie. Il nostro incorreggibile populismo pretende che tutti abbiano accesso all’Università senza una vera valutazione attitudinale e culturale, che le tasse siano basse e che siano uguali in ogni sede. Inutile aggiungere che l’autonomia delle varie Università è pertanto solo nominale. Nel contesto della qualità non può essere trascurata la valutazione dei docenti da parte dell’Università, dei colleghi e soprattutto dei discenti.
Ci aspetteremmo che la leadership del cambiamento, alla luce della scarsa considerazione nazionale e internazionale, si manifestasse nell’Università stessa. Ma ciò finora non è accaduto, anche quando scandali ripetuti hanno scosso l’Università dalle fondamenta. Forse è giunto il momento di stimolare e sostenere l’iniziativa di alcuni tra gli Universitari più avveduti perché il processo di rinnovamento cominci anche con la collaborazione di altri mondi della cultura e del lavoro. Il percorso non è né facile né breve, ma è possibile e necessario per il bene dell’Università e del Paese.

6. La cassa integrazione
Il sistema degli ammortizzatori sociali, specie la cassa integrazione, va ripensato. Ai cassaintegrati dobbiamo certo consentire di vivere, ma anche di lavorare, non necessariamente nell’ambito originario. Non dobbiamo quindi limitarci a dare loro un sussidio economico, ma dobbiamo offrire loro la possibilità di lavorare in altri ambiti produttivi o nei servizi alla collettività e quindi preliminarmente formarli per questi nuovi compiti. Oggi numerose sono le occupazioni che non attraggono gli Italiani; bisogna rendere queste occupazioni attraenti per le persone che hanno perduto il lavoro. Ciò vale in particolare per l’agricoltura e per i servizi sociali alla persona.

7. Il Servizio Sanitario Nazionale
Le necessità più urgenti nel Servizio Sanitario Nazionale sono di assicurare migliore accesso alle cure, offrire un più moderno sistema di cura per i pazienti cronici e soprattutto assicurare servizi sanitari di pari quantità e qualità su tutto il territorio nazionale. Infine è indispensabile realizzare una politica di rispetto e motivazione del personale. I provvedimenti che riteniamo necessari e urgenti sono i seguenti:

  1. ridurre i poteri delle Regioni, che hanno politicizzato il servizio sanitario e lo hanno organizzato a loro esclusivo piacimento creando difformità, spese e iniquità ormai intollerabili. Noi chiediamo che le Regioni si limitino ad adattare al loro territorio le leggi dello Stato, che venga ripristinato il Fondo Sanitario nazionale e che il Ministro della Salute operi un controllo stretto sulla quantità e qualità dei servizi sanitari erogati dalle singole Regioni a fronte delle risorse loro assegnate dal suddetto Fondo.
    Il bilancio regionale deve essere sottoposto al controllo della Corte dei Conti, che deve pure effettuare una valutazione preventiva delle spese maggiori.
    Infine la nomina dei Direttori Generali delle ASL e degli Ospedali deve essere affidata ad una Commissione Nazionale dopo valutazione di professionisti iscritti ad un Albo nazionale dei candidati alla Direzione Generale. Tutto ciò per troncare la ormai diffusa consuetudine delle Giunte Regionali di nominare in questo ruolo persone amiche non sempre meritevoli.
  2. Le Aziende sanitarie devono essere costituite da reti di servizi sanitari di differente intensità di cura (dall’Ospedale, alla Casa della Salute, al domicilio del paziente), così che l’integrazione tra essi possa offrire al paziente continuità di cura e coordinamento.
  3. La medicina territoriale, ove possibile, deve affiancare al Medico Generalista che opera isolato Case della Salute ove diversi specialisti operano con il Generalista per gestire un servizio sociale e sanitario più vicino ai bisogni del paziente cronico.
  4. Gli Ospedali vanno riordinati nelle città, con eliminazione di inutili doppioni, e vanno gerarchizzati: vi devono essere Ospedali di prossimità (frequentati anche dai medici territoriali) e Ospedali di riferimento per l’alta specialità. Diverse devono essere le caratteristiche e le retribuzioni del personale che opera in tali diverse strutture.
  5. Il governo clinico deve essere esclusiva competenza dei Dipartimenti clinici, che, a fronte di un budget negoziato con l’Amministrazione centrale, devono fornire un predeterminato numero di prestazioni di qualità predefinita, con ampia delega al Dipartimento di ordinare la spesa e di utilizzare tutto il necessario personale medico e non medico. Solo così può cessare l’attuale emarginazione del personale sanitario, che è grande causa della demotivazione e del disimpegno di medici e infermieri.
  6. L’aggiornamento dei medici deve essere continuo ed avvenire sul campo. Va quindi realizzato un sistema di Continuous Professional Development che consenta loro di sostenere una rivalutazione periodica e quindi di garantire alla collettività il mantenimento dell’abilità professionale che la collettività stessa si aspetta.

Tutti questi temi possono essere approfonditi consultando il blog http://www.girolamosirchia.org ove sono trattati anche altri problemi importanti come la libera professione dei medici, la sanità delle zone isolate e la telemedicina.

Conclusione
Esaurita la prima fase degli interventi prioritari, si dovranno affrontare altri importanti temi della vita nazionale, quali il sistema fiscale, la giustizia, la cultura, il turismo, l’ambiente, che peraltro in parte si intrecciano con i sei punti prioritari più sopra elencati.
Ci rendiamo conto che osservare la realtà e volerla modificare partendo da zero può apparire utopico, e forse in parte lo è. Tuttavia sappiamo anche per certo che molti italiani avvertono che la gravità del momento non può essere affrontata con le vecchie logiche partitiche e le stesse persone che poco hanno fatto finora; non possiamo illuderci che chi ha conquistato con la politica una posizione di potere e di privilegio voglia cambiare a suo sfavore. Questa è davvero illusione.
Non avremo perciò una nuova legge elettorale davvero nuova, ma al più qualche gioco di prestigio che lasci intatti gli interessi costituiti. Dobbiamo quindi unirci a tutti gli Italiani onesti e laboriosi per avviare il cambiamento. Vogliamo essere una minoranza profetica, che abbia idee precise sui ruoli del Paese e su come porvi rimedio. Per questo pensiamo di muoverci come segue:

  1. proporre in lista persone credibili, capaci e pulite;
  2. censire quanti gruppi di consenso si possono attivare nelle diverse aree del Paese;
  3. dare a questi gruppi la responsabilità di incrementare localmente il consenso;
  4. rapportarsi con gli aderenti nel modo più diretto possibile, dando spazio ai più attivi e meritevoli senza discriminazioni, pregiudizi o sbarramenti;
  5. proporre alle prossime elezioni politiche e amministrative una LISTA con candidati che prendano impegni precisi su obiettivi precisi e siano disposti a lasciare se i risultati non vengono, o comunque dopo un massimo di due mandati o nomine politiche°°. Inoltre, i candidati devono rinunciare a privilegi e prebende eccessive;
  6. stringere alleanze solo con persone e organizzazioni che vengano riconosciute dall’opinione pubblica come oneste e capaci.

 

* L’Italia spende 250 milioni di Euro l’anno e impiega 2100 uomini per i servizi di scorta (F. Sarzanini – Corriere della Sera 5 novembre 2012)

** Il 70% di tali società appartiene ai Comuni, il 10% a Province e Regioni, il 20% allo Stato (Stefano Scalera – Seminario per le politiche di riduzione del debito pubblico. Strategie per la riduzione del debito attraverso la dismissione del patrimonio, 25 ottobre 2012, Senato della Repubblica, Roma)

° Indicatori di crescita economica della nazione
1. Numero di start-up (+)
2. Numero ed entità di investitori stranieri (+)
3. Numero di impiegati dello Stato (-)
4. Giovani che aspirano a lavorare per lo stato (-) anziché intraprendere avventure imprenditoriali (+)
5. Corruzione (-)
6. Mal distribuzione del reddito (soggetti molto ricchi o molto poveri) (-)
7. Giustizia lenta e talora ingiusta (-)
8. Bilancia dei pagamenti (-)
9. Difficoltà nelle pratiche amministrative (eccesso burocratico) (-)
10. Difficoltà per i giovani e la mezza età di trovare lavoro (-)
11. Criminalità (-)

°° Scrive il Machiavelli: “La prolungazione degli imperii fece serva Roma (cioè la proroga degli incarichi di governo e di comando ha determinato la fine della Repubblica Romana) (Machiavelli N., Discorsi, Libro III, cap. 24).

 

Milano, 20 novembre 2012

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