Le imprese italiane

Per quel poco che riesco a capire, mi sembra che il problema dell’impresa in Italia in questo momento possa essere schematizzato distinguendo le imprese italiane in due gruppi:

  1. l’impresa che esporta, che va bene e che ha meno bisogno di ricorrere al credito;
  2. l’impresa che non esporta e che per sopravvivere ha bisogno del credito.

Questo secondo tipo di impresa, che è la maggioranza, non ha sufficienti ordinativi perché il mercato interno è crollato. Queste imprese senza credito chiudono, come si vede dal fatto che decine di piccole e medie imprese chiudono ogni giorno. Che fare allora? Dobbiamo a tutti i costi immettere denaro fresco nel sistema per far crescere il mercato interno e il credito bancario. Ciò è impossibile nelle attuali condizioni, in quanto l’Unione Europea impone il rigore. L’esito è facilmente prevedibile: continuando così le imprese moriranno, il gettito fiscale diminuirà, i posti di lavoro scemeranno, gli ammortizzatori cesseranno e la Nazione andrà in fallimento. La politica e tutti i suoi privilegi, e l’apparato pubblico in generale, saranno gli ultimi a morire perché la spesa pubblica non verrà mai toccata, in quanto è in questo ambito che la classe politica e burocratica prospera. Questo è un cancro che muore con l’organismo che ha sfruttato. Essi non vogliono cambiare, continuano ad illuderci dicendoci che la ripresa è più vicina, ma ciò non è vero; non può esserci ripresa, c’è solo la fine preannunciata.
Alla luce di questi fatti la cosa da fare è di immettere denaro fresco nel sistema senza ulteriori ritardi. Come? Se non si ottiene questo beneficio dall’Unione Europea, bisogna ritornare alla lira ed eventualmente alla doppia circolazione Euro-Lire. Stampando lire è chiaro che si va incontro ad una svalutazione molto importante: il cambio Lira-Euro peggiorerà. Ciò tuttavia non tocca le imprese che esportano o le tocca marginalmente, toccherà però le imprese che importano e i consumatori. Questi tuttavia stanno vivendo al di sopra delle loro possibilità da 50 anni. Ognuno dovrà allora ridurre i suoi consumi in gran parte ridimensionabili. Si tornerà a lavorare nelle campagne, a fare i lavori umili oggi rifiutati dagli italiani, a vivere una sorte di autarchia moderna che peraltro non è priva di vantaggi. Infatti si riapriranno le miniere, il Sulcis ridarà lavoro ai minatori sardi, si lasceranno da parte le produzioni di oggetti inutili a favore di quelli indispensabili, si consumeranno meno farmaci inutili e dannosi, meno cibi sofisticati, meno vestiti, meno telefonini, etc. etc. Il tenore di vita degli Italiani si abbasserà, cioè tornerà ad essere quello che doveva essere da almeno 50 anni. Ma le imprese lavoreranno e tornerà il lavoro per i disoccupati. Speriamo che torni anche una politica più onesta e meno avida, capace di ridurre gradualmente l’insopportabile peso della spesa pubblica che ha raggiunto il 49% del PIL.

In conclusione, se cominciassimo ad immaginare questo tipo di uscita dalla crisi attraverso una decrescita programmata dei consumi inutili ed un ritorno dal globale al locale, credo che ci troveremmo più preparati al futuro. Questa tecnica di risk assessment ci potrebbe portare a decidere, non come vuole la politica che dall’asservimento dell’Unione Europea e dagli interessi tedeschi trae nutrimento per il proprio potere ed i propri vantaggi, ma come serve a tutti gli altri italiani e alle imprese che potrebbero rinascere. Si dovrà vivere in modo più modesto, ma ci sarà lavoro per tutti e si eviterà di andare comunque incontro al fallimento dello Stato, che continuando così è inevitabile.
Mentre ragioniamo di questi massimi sistemi, si potrebbe attuare qualche iniziativa di sostegno ai piccoli imprenditori, aprendo ad esempio sul blog uno Sportello di consiglio e consulenza fiscale. Molti imprenditori non conoscono la materia e potrebbero essere avvantaggiati da un parere esperto di IES.
Altro tema è quello sollevato da Alessio Mossa sugli appalti pubblici, come già Vi ho segnalato in passato.

Girolamo Sirchia

Roma, 10 aprile 2013

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One thought on “Le imprese italiane

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