La politica in Italia

Una grande parte degli Italiani si dichiara disgustata dei partiti e dei politici nostrani; non vuole addirittura più sentir parlare di politica. Mai nella storia della Repubblica si sono raggiunti livelli di disaffezione popolare come quelli registrati recentemente alle elezioni regionali siciliane, ove il 52% degli aventi diritto non ha votato. Le cause di questa disaffezione sono da ricercare probabilmente negli scandali che hanno investito i politici negli ultimi tempi: scempio di denaro pubblico, corruzione, truffe e furti sono all’ordine del giorno e hanno coinvolto politici ad ogni livello. E inoltre rimborsi elettorali milionari, abuso di scorte e auto di Stato, vitalizi, privilegi di ogni sorta, favori e nomine in posizioni pubbliche ben retribuite, stanno offrendo uno spettacolo indecente. Malgrado l’indignazione popolare, peraltro, nulla cambia, né si vede come possa cambiare. Come mai si è arrivati a questo punto?
La storia inizia molti decenni or sono. Nel dopoguerra gli uomini politici italiani erano sobri e per quanto si sa onesti. La libertà riconquistata dopo gli orrori della guerra infondeva alla politica nobiltà di ideali e di comportamenti. Ma ben presto le cose cominciarono a cambiare: il potere era difficile da conquistare e mantenere, anche perché molti piccoli partiti condizionavano i partiti maggiori e vendevano a caro prezzo i loro voti. Da qui la necessità di aumentare continuamente la disponibilità di posizioni pubbliche e di denaro con i quali comperare il sostegno degli alleati. E così accanto alle 20 Regioni (più 2 Proviince Autonome), alle 108 Province e oltre 8.080 Comuni, più le Comunità Montane e le Aree Metropolitane, ecco risorgere lo Stato imprenditore, con oltre 8.000 imprese pubbliche o partecipate, 7.000 delle quali comunali. E poi gli Enti di Stato, le Agenzie, le Authority, ecc., ecc. Risultato: 3.600.000 dipendenti pubblici, non so quante decine di migliaia di politici e sindacalisti, un’enorme massa di persone nominate in Enti e Società dalla politica, con una spesa pubblica che oggi sfiora il 50% del PIL e che è continuamente cresciuta in quasi 70 anni di vita repubblicana. E qui entrano in scena anche i gruppi di interesse (o lobby) e alcuni tipi di impresa. In Italia notoriamente molti imprenditori medio-grandi hanno sempre cercato di evitare il rischio di impresa e sono stati ben lieti di accucciarsi sotto l’ala della politica, che a fronte di adeguati favori poteva concedere una vita tranquilla e agiata. Anche il Sindacato, peraltro, ha presto manifestato un’inclinazione politica marcata, che gli assicurava privilegi e potere e, ai suoi vertici, incarichi pubblici prestigiosi. Ma la deriva politica non si è fermata qui: che dire della burocrazia pubblica, delle magistrature dello Stato e degli alti gradi delle Forze Armate e dell’Ordine, che sono almeno in parte di nomina politica e da questa influenzati? Che dire della Sanità pubblica ove la politica regionale nomina tutte le posizioni di comando (Direttori Generali, Primari, ecc.), decide tramite queste circa le assunzioni e circa l’assegnazione degli appalti? Che dire della RAI e più in generale delle televisioni e dei giornali che non possono prescindere dalla politica? Ecco allora che non sono solo gli scandali e i privilegi che inquinano il nostro Paese: la politica è ovunque, condiziona tutta la nostra vita, e come un’idrovora ingurgita risorse a danno delle classi medie e medio-basse, che da questo stato di cose non traggono che svantaggi e tasse. Oggi, con la crisi economica, le cose continuano a peggiorare: il popolo si sente schiacciato da tante iniquità e invoca il cambiamento. Ma chi dovrebbe darci il cambiamento? Possiamo seriamente sperare che gli attuali politici accettino di rinunciare al loro potere e ai loro privilegi? E che tutti coloro che traggono benefici ruotando intorno a questa politica vogliano cambiarla? Assumersi il rischio d’impresa, accettare la meritocrazia, competere, aumentare la trasparenza, accettare regole nel campo della finanza? E’ come chiedere ai tacchini di festeggiare il giorno del ringraziamento, dicono in America. In altri termini questa è una utopia o meglio un ottimismo sciocco. Oggi l’Italia conta qualche centinaia di piccoli Movimenti o Gruppi che si propongono di far sorgere dal basso il vento del cambiamento. Questi Movimenti sono utili, ma non risolutivi. Al più essi possono collaborare, creare un clima favorevole al cambiamento, gettare il seme da cui può nascere una repubblica migliore. Ma la vera forza di cambiamento nasce nelle piazze quando le condizioni di vita del popolo diventano insostenibili. Basta allora un leader perché tutto il popolo lo segua e il potere costituito si ritragga per paura e lasci spazio al nuovo. Si tratta quindi di un Movimento rivoluzionario, che può essere violento (la rivoluzione russa), semi-violento (la rivoluzione fascista) o non violento, cioè culturale (Gandhi). Oggi l’Italia è ancora lontana dal punto di rottura, giacchè il benessere diffuso è un potente freno alla rivoluzione. Tuttavia anche l’iniquità è alta, e l’ingiustizia accende gli animi. Abbiamo poi un’eccessiva tassazione che grava solo su una parte della popolazione e non si accompagna da alcun serio sacrificio a livello di alcun potentato. Anche questo fatto suscita non pochi malumori, e così pure le scarse prospettive per i giovani, le difficoltà per le imprese, la perdita di posto di lavoro; in una parola le difficoltà e le ingiustizie di oggi, la paura e lo scoramento per il futuro.
Fare previsioni è quindi difficile. Anche perché la prospettiva delle prossime elezioni politiche non è incoraggiante. Si ha l’impressione della confusione, con 215 Partiti e Movimenti che si candidano a guidare il Paese. Molte sono vecchie conoscenze più o meno riciclate, molti sono dilettanti allo sbaraglio, alcuni sono temibili conservatori che propugnano ideologie ormai scomparse ovunque dalla scena politica con una carica giustizionalista pericolosa. Secondo me allora non resta che attendere, ma nel contempo studiare e offrire soluzioni operative alla nostra e alla futura classe politica perché, se vuole, possa utilizzarle per migliorare la nostra vita; così come noi abbiamo fatto proponendo un programma politico e piani operativi in vari campi. Credo sia doveroso per tutti noi cercare di contribuire per ridare vitalità alla nazione e speranza agli Italiani. Gandhi disse che sono sette le condizioni che portano alla rovina:

  1. benessere senza lavoro (la speculazione finanziaria, i guadagni sproporzionati al lavoro fatto)
  2. piacere senza coscienza (egoismo, arrivismo, nessuna sensibilità e attenzione ai bisogni degli altri e della società)
  3. conoscenza senza carattere (se l’ignoranza è pericolosa, assai più pericolosa è una vasta conoscenza senza principi)
  4. affari senza etica (la giustizia e la benevolenza o spirito di servizio sono il fondamento della libera impresa e del sistema capitalista. Adam Smith spiegò che i sistemi economici senza valori sono una sciagura)
  5. scienza senza umanità (la sola tecnica degenera presto in uomini che operano contro l’umanità, che sfruttano la scienza ai propri fini personali)
  6. religione senza sacrificio (bisogna sacrificare il nostro orgoglio e pregiudizio, essere umili. I grandi leaders sono umili, amati dagli inferiori, carismatici e forti)
  7. politica senza principi (la politica diviene presto immorale, disprezzata dalla gente, nemica del popolo e dei suoi bisogni).(Covey SR. La leadership centrata sui principi. Franco Angeli, Milano, 2009, p. 82)

Noi del Movimento “Italia equa e solidale” lavoriamo per tentare di uscire da queste condizioni (che, purtroppo, oggi caratterizzano la nostra società) in vista di una auspicabile rivoluzione culturale.

* I dati che porto sono approssimativi e mi servono solo per definire il contesto e non hanno certo pretesa di rigore scientifico.

Girolamo Sirchia

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