Fuori la politica dalla sanità!

Un’incredibile serie di scandali ha recentemente richiamato l’attenzione degli Italiani sulla sanità. Episodi di malasanità, incriminazioni a catena, arresti, mazzette multimilionarie, faccendieri, imprenditori, politici collusi hanno dato agli Italiani la sensazione che qualcosa non va nella sanità.
A fronte di queste notizie i cittadini vedono Ospedali in affanno, lunghe liste d’attesa, ticket esosi, servizi sanitari disuniformi e spesso poco efficienti. Cosa sta succedendo? E’ presto detto: la politica è troppo presente nella sanità. Come è noto, la sanità con le modifiche del titolo V della Costituzione è divenuta competenza pressoché esclusiva delle Regioni; alcuni politici regionali non hanno tardato a capire che si trattava di un piatto ricco di cui ci si poteva servire. Badate bene: la sanità costituisce oltre il 70% del bilancio regionale e la spesa complessiva per la sanità italiana si aggira sui 110 miliardi di Euro l’anno. L’impianto di potere che la politica ha messo a punto è semplice: la Giunta Regionale nomina i Direttori Generali delle ASL e degli Ospedali pubblici tra persone “amiche” e queste, a loro volta, assumono personale “amico” e assegnano commesse agli “amici”. Una catena di poteri che si rafforza ulteriormente se si considera che la stessa Giunta Regionale accredita gli erogatori privati di servizi sanitari ovvero decide chi di loro deve essere ammesso a fornire servizi sanitari per la Regione a spese di quest’ultima. La Regione quindi ha tutti i poteri: decide a chi dà i soldi, decide quanti ne dà e gestisce con personale “amico” una larga parte delle strutture sanitarie.
Questa enorme rete di poteri non corre nemmeno il rischio di interferenze esterne, giacché le Regioni non sono assoggettate in pratica a controlli stringenti sul loro operato, ad eccezione di alcune verifiche sui bilanci da parte del Ministero del Tesoro e della Corte dei Conti. E’ quindi facilmente comprensibile che in questa autonomia la politica regionale trovi ampi spazi di libertà legali ed illegali.
Alla luce di tutto ciò, dobbiamo modificare questo stato di cose e far sì che la politica non possa più mettere le mani sui servizi sanitari. Questa cosa sto invano cercando di sottolinearla da diversi anni (come si può constatare anche dai contenuti di questo blog), ma adesso sembra che finalmente le cose stiano cambiando. La pesante azione della Magistratura, ma soprattutto il recente responso elettorale ci fanno sperare che la politica, cui siamo abituati, venga finalmente ridimensionata. L’affermazione di Grillo e l’ira popolare verso chi ci spreme come limoni per continuare a mantenere i privilegi e gli sprechi della politica e degli altri potentati italiani sono segni inequivocabili. Propongo che si cominci a cambiare dalla sanità e, a questo scopo, propongo fra l’altro le seguenti modifiche, rimandando anche al mio precedente articolo “La nuova sanità regionale”:

  1. l’autonomia regionale va meglio definita. Le Regioni dovrebbero rispettare le leggi quadro del potere centrale onde evitare che le disparità tra area ed area del Paese continuino ad essere troppo marcate e a creare disparità di trattamento lesive dei diritti dei cittadini. In particolare esse dovrebbero rispettare standard di quantità, qualità e costo dei servizi sanitari erogati, stabiliti e controllati dallo Stato centrale attraverso un ente terzo indipendente, che dovrebbe anche rendere pubblici e comprensibili i dati e le eventuali azioni correttive suggerite;
  2. le Regioni hanno il compito di accreditare e finanziare quegli erogatori di servizi sanitari (ospedali, ASL, ambulatori, ecc.) che rispondono a determinati criteri di qualità ed efficienza (definiti da un ente terzo permanente ed indipendente, che verifica questi requisiti nel tempo), nel numero necessario a soddisfare le esigenze sanitarie della popolazione; numero che non sia insufficiente, ma nemmeno troppo elevato giacchè è noto che in sanità l’eccesso di offerta condiziona e determina un eccesso di domanda e di spesa;
  3. le Regioni non devono entrare nella gestione quotidiana e spicciola dei servizi sanitari, che deve essere compito di tecnici esperti del settore, iscritti ad Albi nazionali dopo esami di competenza e valutazione dei titoli. Questi tecnici inoltre devono rispondere del loro operato e devono essere premiati o penalizzati in base ai risultati conseguiti;
  4. gli amministratori delle ASL e delle Aziende Ospedaliere non sono i padroni delle Aziende stesse, ma solo il supporto organizzativo e gestionale del personale sanitario, che è l’unico interlocutore dei malati e che, in questa veste, va valorizzato, motivato e rispettato, non emarginato come ora accade, spesso senza essere nemmeno consultato sulle scelte sanitarie (organizzazione dei servizi, scelta del personale, scelta dei farmaci, dei presidi medico-chirurgici, dei reagenti, ecc.) oggi effettuate dalle Amministrazioni aziendali;
  5. le Aziende sanitarie hanno il compito primario di accogliere e curare i malati e questa loro missione non va sacrificata sull’altare dell’economicismo e dei tagli lineari. E’ con la buona organizzazione e gestione, con l’aggiornamento e la motivazione del personale, con la qualità e la trasparenza, con il taglio degli sprechi che si può risparmiare in sanità, ma soprattutto con la estromissione della politica che di questi sprechi è causa preminente.

Io credo che la sanità italiana possa essere molto migliorata se si ha davvero interesse a migliorarla, come hanno interesse tutti i cittadini onesti e di buon senso. L’invito che rivolgo a tutti questi e a noi stessi è di accingerci a questo compito senza indugi, anche se le resistenze non mancheranno e molti interessi esistenti si schiereranno contro di noi.
Vi invio molti cari saluti.

Girolamo Sirchia

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