Dalle UTAP alle Case di Comunità (1)

Come cambia la Medicina Territoriale

Molto prima dell’anno 2000 era apparso chiaro che la Medicina Territoriale era chiamata a svolgere un crescente numero di compiti.
A. Vi era la pressante richiesta della popolazione per un medico curante molto accessibile, molto disponibile, bravo umanamente e professionalmente: raggiungibile subito e facilmente, vicino a casa. Si chiedeva anche la disponibilità alle visite domiciliari sia dell’Internista che del Pediatra e di altri specialisti territoriali o ospedalieri.
B. I pazienti non volevano troppa burocrazia e non volevano recarsi da un posto all’altro continuamente per ottenere la diagnosi e la cura delle loro patologie.
C. I malati cronici volevano essere seguiti regolarmente e poter parlare con il medico per risolvere i loro continui problemi o i loro dubbi.
D. Vi era la necessità di disporre di Ospedali locali dove poter ricoverare i pazienti meno complicati (ricoveri di sollievo, anziani malati e soli, precoci dimissioni dall’Ospedale).
E. Vi era il problema di eseguire rapidamente e bene le indagini prescritte senza doverle continuamente ripetere.
F. Vi era il problema delle RSA e di come renderle più vivibili, meno costose per il ricoverato o i parenti, disponendo anche di assistenza medica e di personale più preparato e amichevole; come inoltre inserire queste strutture in una rete collegata con altri presidi sanitari come gli Ospedali di Comunità (o Presidi Ospedalieri Territoriali – POT), ma anche con il domicilio del malato quando venisse dimesso, così da rendere continua l’assistenza, impiegando personale più qualificato, sia di tipo sanitario che sociale, incluse le badanti.
G. Vi era infine la necessità di potenziare la prevenzione e la promozione della salute che sono alla base del contenimento delle patologie più invalidanti e costose; queste, essendo misure di salute pubblica, sono di pertinenza della ASL ma non possono prescindere dal medico curante

Tutte queste attività devono vedere al centro del sistema il Medico di Medicina Generale, che si trova così sommerso da una quantità di lavoro enorme e talora improprio.
Come conciliare queste molteplici necessità?
Credo che serva un’organizzazione nuova, nuove figure professionali, nuove soluzioni, ma anche maggiori investimenti e migliori strategie. Per dare inizio a questo percorso culturale e operativo pensammo agli inizi del 2000 di realizzare innanzi tutto una Casa della Salute, presidio diffuso in altri Paesi (Gran Bretagna, Nord Europa, Stati Uniti) e anche in alcune Regioni italiane, identificata con varie terminologie: Casa di Comunità, Casa della Salute, Patient-Centered Medical Home (PCMH), Unità Complessa di Cure Primarie (UCCP), Centro Medico Territoriale, Community Health Centre.
Ci rendemmo subito conto che con questi nomi si intendevano realizzazioni assai diverse tra loro e quindi pensammo di disegnare una struttura chiara e funzionale che denominammo provvisoriamente Unità Territoriale di Assistenza Primaria (UTAP) e che volevamo sperimentare nel territorio prima di proporla a tutte le Regioni. Il disegno ipotetico dell’UTAP era il seguente:

  1. Alcuni Medici di Medicina Generale che non scelgono di lavorare da soli nel loro studio professionale (che va rispettato perché necessario in molte situazioni) si associano possibilmente in un comune luogo fisico (UTAP) ove collocano il loro studio professionale, coordinando l’orario di apertura ai malati loro e a quelli degli altri medici consorziati, in modo da coprire almeno 12 ore al giorno per tutti i giorni dell’anno. Il paziente può così trovare sempre un medico disponibile almeno nelle ore diurne. L’UTAP potrebbe essere diretta da un Medico consorziato o altro Medico con un minimo di esperienza di gestione di struttura complessa.
  2. A seconda delle possibilità e delle opportunità questa UTAP può utilmente situarsi insieme ai POT e ai Walk-in Centres, ossia Poliambulatori specialistici aperti al pubblico ininterrottamente e senza prenotazione, a prezzo calmierato.
  3. Il Medico nel suo studio, ovunque collocato, ha bisogno oggi di approfondimenti diagnostici rapidi in situ o in ambiti vicini (elettrocardiogramma, ecodoppler, indagini ematochimiche). La Lancet Commission on Diagnostics(2) afferma che questa è una priorità della sanità che va affrontata al più presto; egli si sente inoltre più tranquillo se può disporre di una second opinion o consulenza di tipo diagnostico e terapeutico, sia con contatto telematico, sia fisicamente con un Walk-in Centre o analoga struttura.
  4. Lo studio professionale consortile potrebbe essere dotato di un front office esperto che sappia effettuare un triage che indirizzi il paziente al Medico di Medicina Generale, se necessario, oppure se cronico ad un Medico Assistente, il cui compito sia quello di coadiuvare il Medico titolare oltre che nelle visite domiciliari, nella presa in carico del paziente cronico, comprensivo di Valutazione MultiDimensionale (VMD), redazione del Piano di Assistenza Individuale, sua periodica revisione, monitoraggio e guida proattiva del paziente nella rete dei servizi socio-sanitari che si rendano necessari, in collaborazione con la Centrale Operativa Territoriale e con Medici specialisti, personale infermieristico, amministrativo, ma anche socio-assistenziale e di servizio alla casa e alla persona. Quest’ultimo è parte del Piano di Assistenza Individuale in quanto la Prescrizione Sociale(3) fa seguito alla valutazione suddetta, che è necessario includa i cosiddetti Determinanti Famigliari, Sociali e Ambientali di Salute e Benessere, la cui grande influenza sulle condizioni di salute psico-fisica del paziente è oggi da tutti riconosciuta (Tabella).

Così facendo, si potrebbe assicurare al paziente cronico un percorso socio-sanitario continuativo e integrato e un monitoraggio delle sue condizioni di salute e di benessere che si snodi dallo studio del Medico attraverso presidi intermedi di riabilitazione fino al domicilio individuale o collettivo. Tra le collaborazioni potrebbe figurare anche un farmacista con nozioni di farmacologia clinica, figura preconizzata fin dagli anni ’80 del Novecento dal Prof. Renato Rondanelli, Direttore del Servizio di Farmacia e Farmacologia Clinica del Policlinico S. Matteo di Pavia. Questi potrebbe gestire una scheda elettronica dei farmaci assunti dal paziente, così da valutare sia la compliance del paziente alla terapia farmacologica, sia le interazioni tra i farmaci che assume. Oggi sappiamo infatti che spesso il paziente interrompe la terapia o al contrario si automedica con prodotti di diverso tipo e può ricevere danni anche rilevanti dagli effetti indesiderati provocati da queste pratiche. I danni provocati dall’assunzione contemporanea di molteplici farmaci nei pazienti cronici sono talmente frequenti e seri che oggi si raccomanda al Medico curante di rivedere ad ogni incontro con il paziente cronico o anziano il suo piano terapeutico con lo scopo di ridurre se possibile il numero di farmaci che egli assume. Mai come in questo caso “less is more” e la parola d’ordine è “de-prescrivere”.

  1. Il punto 4 sopra riportato identifica una rete assistenziale socio-sanitaria che dovrebbe includere anche una RSA di nuova concezione, ossia una struttura che entri a far parte e si integri nella rete socio-sanitaria territoriale, e che disponga di personale sanitario e assistenziale opportunamente formato e aggiornato.
    Questo modello organizzativo piacque alle Regioni e alla loro SISAC (Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati) all’epoca guidata con abilità e convinzione dall’ex Assessore della Regione Veneto, Luigi Covolo.
    Per arrivare ad una soluzione organizzativa soddisfacente ed economicamente sostenibile appare evidente che lo studio medico e l’UTAP necessitano di personale sanitario e non sanitario, di strutture e attrezzature, con particolare riguardo alla digitalizzazione e alla telemedicina. Ma ancor più importante oggi è riqualificare il Medico. Il Medico va motivato, aggiornato e valorizzato in modo sostanziale anche perché è noto che solo un Medico soddisfatto può soddisfare i pazienti e la sanità. Bisogna ricostruire un percorso che premi il merito professionale ed umano, che assicuri una carriera e una retribuzione dignitosa ma soprattutto uno status sociale elevato attraverso il rispetto delle sue competenze e della sua autonomia. E’ importante inoltre evitare che i Medici vengano oberati di lavoro e di compiti spesso impropri. Il Medico deve trovare il tempo per parlare con il paziente, per pensare, per studiare e per disporre di una vita famigliare e sociale.
    Per realizzare tutto questo o altro modello anche migliore non bastano più promesse e ipotesi: serve un serio rifinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale, ma serve soprattutto che i decisori politici comprendano che la salute della popolazione e il suo benessere non sono un costo improduttivo ma un motore di sviluppo sociale ed economico del Paese.

(1) Presentato al Congresso Consorzio Sanità “Dal piano Agenas in poi: riorganizzazione della Medicina Generale .- Dalla teoria alla pratica”, Milano, 19 febbraio 2022.
(2) Fleming A. et al, The Lancet Commission on Diagnostics: transforming access to diagnostics.
Lancet on line 398, 1997-2050, 2021.
(3) Drinkwater C. et al. Social prescribing. BMJ 2019,364:1285 (30/3/2019).

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