Riflessioni su medicina e sanità in Italia in tempo di Covid 19*

Se esaminiamo come sono cambiate la medicina e la sanità nel passati 50 anni restiamo colpiti dalle trasformazioni che si sono verificate. In particolare la tecnologia ha raggiunto traguardi impensabili e ci offre oggi possibilità di diagnosi e cura enormemente maggiori che in passato.
Non tutti i cambiamenti si sono però tradotti in miglioramenti e io vorrei discutere con voi di alcune gravi lacune che si sono manifestate e che meriterebbero a mio avviso correzioni radicali.

  1. La medicina interna (e con essa la pediatria e la geriatria) non è purtroppo la piattaforma obbligatoria su cui inserire le specialità. Abbiamo così specialisti che sanno curare la malattia ma non il malato, e che si trovano in gravi difficoltà quando l’ammalato sviluppa una compromissione che esula dal loro ambito specialistico. Ciò è tanto più vero oggi con malati anziani e affetti da multimorbilità. A me sembra che ogni laureato in medicina che svolge attività clinica debba essere prima di tutto un medico olista, capace di orientarsi sul malato. La cosa riguarda a vario titolo tutti gli specialisti non internisti ma anche parte di quelli di discipline internistiche e dei medici di medicina generale. Bisogna tornare a visitare i malati, a compilare la cartella clinica, studiare la semeiotica, a monitorare il decorso della malattia perché la tecnologia non sostituisce che in parte queste attività, e non sempre. Chi vagheggia la sostituzione del medico con strumenti informatici anche avanzati (intelligenza artificiale) dimostra di non conoscere né la medicina né la psicologia del malato. Ricordiamoci a questo proposito che la clinica è fatta di teoria e pratica, di scienza ed esperienza e che queste evolvono continuamente. È quindi necessario che il medico eserciti giornalmente e si aggiorni continuamente. I nostri metodi di formazione e aggiornamento dei medici vanno quindi ripensati e l’Università deve avere il coraggio di rinnovarsi e adeguarsi alle nuove realtà.
  2. Un secondo aspetto che mi preme discutere è di tipo organizzativo e gestionale. In questi 50 anni siamo passati da una sanità dei baroni ad una sanità di sapore vagamente sovietico, che tende a limitare il naturale potere del medico che molti non vedono di buon occhio. Atteggiamento facilitato anche dalla scarsa propensione dei medici ad aggregarsi per opporsi a scelte politiche inopportune. Il medico del servizio sanitario nazionale è diventato una risorsa produttiva sottoposta interamente al potere politico e amministrativo. Egli è divenuto marginale nelle decisioni, non ha più poteri organizzativi e gestionali ed è tenuto a gravosi compiti burocratici. Il primario è stato abolito e non esiste di fatto una carriera basata sul merito: il primario e il capo dipartimento non possono organizzare il lavoro di reparto dato che il personale sanitario non medico dipende da altri vertici. La crescita professionale del personale sanitario non medico è benvenuta ma non a condizione che il reparto non abbia riferimenti di vertice responsabili del suo buon andamento. Si può obiettare che il medico non è preparato o disponibile per compiti amministrativo-gestonali, e ciò può essere vero, ma è anche facile proporre che il primario possa essere coadiuvato da personale amministrativo pur mantenendo una posizione di vertice. L’esperienza insegna che dove mancano un vertice e una linea di comando le cose non funzionano e ancor meno funzionano se i vertici sono più di uno, se hanno conoscenze cliniche inadeguate, se sono esclusi dalla decisione negli ambiti loro propri e se sono demotivati. E la demotivazione dei medici è sotto gli occhi di tutti.
    Ci siamo trovati addirittura senza un numero sufficiente di laureati in medicina e di specialisti sia in ospedale sia sul territorio. La demotivazione del medico comporta danni al paziente che lo sente estraneo ai suoi problemi di salute, non esita a criticare aspramente l’organizzazione del servizio sanitario nazionale ed è pronto a intentare procedimenti legali contro di esso.

In conclusione abbiamo necessità di rivedere alcuni aspetti del servizio sanitario nazionale e in particolare:
a) Formazione del clinico, teorica e pratica, basata su una piattaforma di medicina interna.
b) Eccessiva ingerenza della politica e dei manager ad essa legati. Il conflitto fra medici e manager si osserva non solo in Italia ed è rilevante specie se questi ultimi si preoccupano degli aspetti economici più che delle necessità dei malati.
c) Ruolo del medico, sua autonomia professionale e possibilità di carriera nell’ambito del servizio sanitario nazionale.
d) Aggiornamento e motivazione continua dei medici.
e) Responsabilità esclusiva del primario nell’organizzazione del reparto.

La recente esperienza del Covid 19 ha messo in luce pregi e difetti del nostro servizio sanitario nazionale e abbiamo pagato care molte scelte del passato, come quella di sottofinanziare la sanita, di non investire sufficienti risorse nella promozione della salute e nella prevenzione, così come nell’aggiornamento e nella motivazione del personale, di riservare una scarsa considerazione alla medicina territoriale.
Servirebbe quindi ora di formulare un piano di rinnovamento che si concentri su questi obiettivi strategici e che preveda tempi medio-lunghi per eseguire prove di fattibilità e preparare il personale sanitario. Piano di rinnovamento che non può prescindere dalla conoscenza dei problemi e dalla volontà politica di cambiare. In altri termini, una strada in salita difficile da immaginare in un Paese dilaniato da lotte di potere ed interessi. I medici hanno scarso potere decisionale ma penso abbiano il dovere di far capire alla nazione quali linee di rinnovamento è necessario adottare se si vogliono una medicina e una sanità efficienti e moderne che soddisfino le attese della popolazione. Nessuno deve poter dire che i medici sono stati incapaci di formulare proposte concrete ma hanno avanzato solo rivendicazioni corporative e sindacali, come si sente dire in alcuni ambiti della politica a discolpa di coloro che hanno varato ripetute quanto inefficaci e improvvisate ‘riforme sanitarie’ e “riforme delle riforme”.

*Presentato al 26° Congresso Nazionale FADOI.
Firenze, 2-4 ottobre 2021

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