Deboli di costituzione

Con questo titolo il libro abbastanza recente di Luigi Mazzella, magistrato dell’Alta Corte, analizza le incongruenze della Costituzione italiana promulgata il 27 dicembre 1947 e le sue successive modificazioni. All’epoca i Costituenti appena usciti dalla guerra e dal fascismo non si accorsero che la costruzione dello Stato emersa da contrapposte visioni e interessi, distribuendo i poteri in modo eccessivo e confuso non avrebbe retto ai problemi della vita reale. Oggi vediamo che così è. L’ultima prova deriva dall’emergenza SARS-COV-2. In caso di calamità, quale l’epidemia in corso, la catena di comando dovrebbe far capo al Presidente del Consiglio dei Ministri e da questo discendere fino all’ultimo cittadino italiano. Ciò sta accadendo con incertezze e varianti molto preoccupanti. Il Presidente stesso non si stanca di ripetere che le sue decisioni sono legate ad un Comitato Scientifico che lo consiglia, quasi a significare che egli vuole condividere la responsabilità politica delle decisioni sanitarie che invece spettano interamente al Presidente stesso, anche se ovviamente quest’ultimo si dota dei supporti tecnici più opportuni. Peraltro l’operatività è delegata alla Protezione Civile e ad un Commissario agli Acquisti con esclusione di fatto della sanità. Per contro il Ministro della Salute nomina un Consigliere Scientifico che si affianca agli organismi tecnici istituzionali cioè all’Istituto Superiore di Sanità e al Consiglio Superiore di Sanità per non citare il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie costituito con legge 138/2004 presso la Direzione Generale della Prevenzione del Ministero della Salute all’epoca della SARS 2003 e oggi apparentemente abbandonato. Anche il Viminale e il Ministero dell’Agricoltura peraltro attivano propri consulenti ed emettono autonomi provvedimenti. Ancor più grave si registrano contrasti tra Presidente del Consiglio e alcune Regioni e si innesca addirittura una penosa contrapposizione Nord-Sud che coinvolge le Istituzioni del Paese (Regioni, Centri di Riferimento per le infezioni epidemiche), ma anche i comuni cittadini: entrano in campo anche alcuni Comuni che con i loro Sindaci in testa si schierano davanti a Palazzo Chigi per protestare. Milano diventa oggetto di antipatia da tutta Italia: la crescita della città è stata marcata e pubblicizzata ed ha infastidito altre realtà italiane che oggi non esitano a criticare e osteggiare. Questa contrapposizione Nord-Sud è pericolosa e deprimente perché ci dice che l’Italia non è ancora una nazione unita, ma forse poco più di quella “espressione geografica” di Metternich che tanto ci ha fatto indignare. Ma la lezione è ancora un’altra: è stato un errore dare a Regione e Comuni compiti politici invece che solo amministrativi. Per la sanità il Titolo V della Costituzione e le sue successive applicazioni, distribuendo i poteri dello Stato a Regioni, Provincie e Comuni in modo eccessivo e confuso nel nome della sussidiarietà, hanno creato non solo una fonte di spesa assai elevata, ma anche difficoltà e anomalie non da poco: si pensi solo alle differenze organizzative dei servizi sanitari tra Regione e Regione, alla eccessiva discrezionalità regionale nell’uso delle risorse, al neocentralismo regionale e all’invadenza della politica nel Servizio Sanitario. L’Italia oggi vede tristemente contrapposizioni istituzionali diffuse e pericolose che generano incertezze e malessere nella popolazione oltre che spettacoli poco edificanti per i Paesi stranieri. All’estero la sensazione è spesso di stupore e piovono critiche di instabilità che certo non giovano all’Italia e ai mercati finanziari. La nostra Costituzione è stata un grande progresso per il Paese, ma ha dimostrato dei punti deboli. Continuare a non voler riconoscere questa debolezza per puntiglio è segno di colpevole pregiudizio. Proprio i pericoli che ci assillano oggi e che si ripresenteranno puntualmente domani dovrebbero unire gli Italiani e i loro rappresentanti nello sforzo comune di migliorare il Paese. “Unità nel pericolo per il miglioramento” dovrebbe essere l’imperativo categorico di ogni società consapevole e matura. Confidiamo di vedere nel prossimo futuro questa unità di intenti e un’Italia unita, ma siamo notoriamente degli inguaribili ottimisti.

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