Ambiguità in sanità

Si discute da anni su come risparmiare in sanità. Giusto eliminare gli sprechi. Ma giusto anche fare chiarezza su alcune ambiguità del nostro Servizio Sanitario Nazionale e delle politiche di governo. In particolare:

  1. Tutti sanno che alcuni stili di vita non salutari comportano danni alla salute e patologie assai costose.  Fumo di tabacco e alcolici sono ai primi posti fra queste. Ma il contrasto che viene attuato a queste assuefazioni è efficace?  Non sembrerebbe, dato che il fenomeno è in aumento. Ancora: la dieta mediterranea sta perdendo terreno in Italia in favore di un’alimentazione occidentale a base di carne, zuccheri raffinati, grassi saturi e trans, prodotti confezionati di scarso valore nutrizionale ma ricchi di calorie. È il vistoso effetto di una macchina industriale che ci ha imposto un diverso modo di vivere, a scapito della salute pubblica, ma assai vantaggioso per alcuni interessi organizzati. Sappiamo che tutto ciò provoca aumento dell’obesità e del  diabete con costi enormi. Come contrastiamo questi fenomeni? Non so rispondere. Non vedo nessuna efficace azione di governo in tal senso. Anzi Europa e USA si accingono a firmare un trattato transatlantico di libero scambio per lo sviluppo e gli investimenti  (TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership) che darà ai grandi gruppi industriali mano libera per favorire i loro interessi economici a spese della salute pubblica e dell’ambiente. In Germania molti protestano, in Italia tutto tace. Da noi non esiste nemmeno la più pallida idea di una Health in all policy, che impone che tutti i provvedimenti di legge tengano conto dell’impatto sulla salute. Da noi ci si compiace di dire che Philip Morris apre uno stabilimento di produzione in Emilia e compera tutto il tabacco prodotto in Italia!

Più in generale l’Italia ha poca attenzione per la prevenzione, che notoriamente ha un elevato ritorno sugli investimenti. Se ci pensate, siamo un Paese di vecchi, ma inadatto ai vecchi: la prevenzione dell’invecchiamento invalidante, dell’ipertensione, del diabete e la costruzione di programmi personalizzati e proattivi per queste persone, affinché possano evitare le gravi complicanze di queste affezioni, sono presenti solo in qualche area del Paese. Non abbiamo un modello ufficiale di Casa della Salute, ossia di quel presidio territoriale che deve realizzare tutto ciò; in realtà tutte le cure territoriali sono inadeguate da anni. Il medico generalista deve essere stimolato e messo in condizioni di lavorare meglio. Suggerisco ad esempio di attivare nel territorio urbano Walk-in Centers che altro non sono se non ambulatori polispecialistici, aperti 16 ore al giorno, 7 giorni a settimana, per aiutare i medici di famiglia con consulenze o approfondimenti diagnostici strumentali in qualunque momento della giornata, e comunque offrire a chiunque lo desideri diagnosi e cure.

Si continua poi a registrare una enorme variabilità fra le varie aree del Paese, con inaccettabili differenze nella quantità, qualità e costo delle  singole prestazioni erogate. Vogliamo una volta per tutte fissare gli standard minimi dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e monitorarli per evitare le disparità di trattamento, le migrazioni sanitarie e tutte le iniquità che ne conseguono, compreso il ricorso al privato o alla libera professione intramoenia per ottenere una cura in tempi ragionevoli e di qualità adeguata? Ancora: vogliamo incominciare a investire nel personale sanitario, aggiornandolo, motivandolo e soprattutto rispettandolo, ossia evitando di continuare in questa perniciosa aziendalizzazione di Asl e Ospedali, che ha marginalizzato i sanitari, privandoli di ogni potere organizzativo e gestionale. Sembra che ancora non si sia capito che non si può fare buona sanità senza buon personale sanitario.

  1. È tempo di assicurare un fine vita senza sofferenze per chi  lo desidera: evitare il tormento dell’agonia, accompagnare alla morte in certe situazioni; lenire sempre il dolore è un obbligo per la società civile.
  2. Interventi sanitari che si rendono necessari a seguito di  attività  ludiche o sportive non devono gravare sul Sistema Sanitario Nazionale, ma su una assicurazione obbligatoria contratta dagli interessati: chi può  spendere per divertirsi può e deve spendere per assicurarsi contro eventuali conseguenze dannose per la salute. Si tratta di risparmi non di poco conto che potrebbero essere utilizzati per rafforzare servizi sociosanitari ancora deboli.

Provvedimenti di questo tipo potrebbero consentire di far meglio con minor spesa o almeno di spendere meglio. Ma perché allora non vengono né proposti né tanto meno realizzati? Io penso che una delle principali cause sia che ognuno di essi contrasterebbe interessi organizzati molto potenti di tipo economico, ideologico o altro. Ancora una volta l’interesse di tutti viene sacrificato a favore dell’interesse di qualcuno.

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One thought on “Ambiguità in sanità

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